Giurie

LA VITA ACCANTO di MARIAPIA VELADIANO

venerdì, 24 Febbraio 2012

Una donna brutta non ha a disposizione nessun punto di vista superiore da cui poter raccontare la propria storia. Nessuna razionalità intatta con cui analizzarla. Non c’è prospettiva d’insieme. Non c’è oggettività. La si racconta dall’angolo in cui la vita ci ha strette, attraverso la fessura che la paura e la vergogna ci lasciano aperta giusto per respirare, giusto per non morire.
Una donna brutta non sa dire i propri desideri. Conosce solo quelli che può permettersi. Sinceramente non sa se un vestito rosso carminio, attillato, con il decollété bordato di velluto, le piacerebbe più di quello blu, elegante e del tutto anonimo che usa di solito quando va a teatro e sceglie sempre l’ultima fila e arriva all’ultimo minuto, appena prima che le luci si spengano, e sempre d’inverno perché il cappello e la sciarpa la nascondono meglio. Non sa nemmeno se le piacerebbe mangiare al ristorante o andare allo stadio o fare il cammino di Santiago di Compostella o nuotare in piscina o al mare. Il possibile di una donna brutta è così ristretto da strizzare il desiderio. Perché non si tratta solo di tenere conto della stagione, del tempo, del denaro come per tutti, si tratta di esistere sempre in punta di piedi, sul ciglio estremo del mondo.
Io sono brutta. Proprio brutta.
Non sono storpia, per cui non faccio nemmeno pietà. Ho tutti i pezzi al loro posto, però appena più in là, o più corti, o più lunghi, o più grandi di quello che ci si aspetta.

 

L’EREDITÁ DEI CORPI di MARCO PORRU

venerdì, 24 Febbraio 2012

Raniero si passò una mano sul petto, trovò un bozzo e lo palpeggiò, poi un altro e fece lo stesso. Le dita scivolarono decise più in basso ma, prima di infilarsi sotto l’elastico dei boxer, tornarono indietro di scatto e palparono ansiose l’area ombelicale. Eccolo il bozzo che avevano sfiorato prima. Ancora un po’ di palpeggi poi tornarono al petto. Uno e due. Poi di nuovo sul bozzo vicino all’ombelico. Tre.
Raniero si drizzò a sedere di scatto, come svegliato da un incubo. Si sfilò di dosso la maglia, la lanciò sul pavimento e chinò la testa verso il petto per scrutarlo. Non c’erano solo i due bubboni che a fatica, col sostegno della psicologa, cercava di accettare come ospiti indesiderati dentro il suo corpo, ma anche un terzo più grande, simile a quello che un anno fa gli era stato asportato dalla gola.
La dottoressa gli aveva detto che era grande quanto una noce di pesca e che, se non glielo avessero tolto, sarebbe potuto morire soffocato. Da allora Raniero percepiva il suo corpo come un terreno che il bastardo aveva invaso di mine antiuomo…
Il bastardo non lo lascerà mai, gli camminerà sempre sotto pelle, pronto a emergere quando lui meno se lo aspetta.

…..

Ora quel nuovo bubbone vicino all’ombelico avrebbe reso ancor più insopportabile l’estate che era alle porte e, più Raniero se lo palpava, più quello sembrava crescere sempre di più: sembrava una pallina da ping pong.
Raniero lo fissava terrorizzato, gli occhi quasi fuori dalle orbite e il viso grondante di sudore. …
Allungò la mano verso il primo cassetto del comò e lo aprì. Prese le forbicine per le unghie e, senza pensarci due volte, se le conficcò nel bubbone. Improvvisamente non aveva più paura, né gli faceva schifo, a dire il vero neppure sentiva dolore. Voleva ad ogni costo stritolare quel maledetto brufolo che lo aveva ingannato. Con rabbia strattonò le forbici dentro la carne, finché zampilli di sangue non gli inondarono l’addome, colando sui fianchi e imbrattando i petali blu che punteggiavano le lenzuola di cotone.

PARTIGIANO INVERNO di GIACOMO VERRI

venerdì, 24 Febbraio 2012

Vigilia di Natale

Uscì.
La mattina del ventiquattro dicembre millenovecentoquarantatré i pensieri di Italo Trabucco erano numerosi come i sassi di via Monte Rosa che corre giù alla chiesa grande, dove le selci per i carri passano lunghe tra i ciottoli in terra, e visti tutti assieme sono mille schiene di rospo.
Le fantasie salivano come turgori d’una pozione di tomatiche, si facevano e sfacevano nell’inane petulanza dell’ebollizione, blub blub, le facce di Pietro e di Osella, il presepe, il Fenera, i nudi rami dell’inverno, don Bestia, gli uomini del Comitato, il ponte, il fiume, sant’Antonio, Leonardo e i suoi monti, gli alunni, nessuno prendeva fuoco nella mente, oh mai più!, gli spari a Varallo, il
plotone d’esecuzione, il tenente con la giacca chiarissima, le nubi di piombo, la neve a strisce pallidissima e la neve di rosa incarnato dopo la morte, Gesù, Maria, il crestanera, la casa dell’inverno,
l’odore del fico, l’abito blu, la Legione Tagliamento, l’Amilcare, la Caterina, gli occhi degli amici, i corpi abbandonati.
Se in cucina la stufa aveva dato un calore secco nella lana, adesso, per via, il vento scavava i vestiti: Italo colse tra i piedi i cogoli viscidi: l’aria di vetro lo spingeva alla piazza e l’incedere era quello dell’ubriaco che sa dove andare ma ci va come in un sogno. Sulla testa il cielo era tenuto tutto da nuvole stese lunghe come bave di dio. Avrebbe potuto fermarsi e sgranare gli occhi. Avrebbe potuto dire che non capiva più nulla ma non era vero.
Capiva molte cose: che era uscito per andare a vedere i corpi dei morti allineati lungo il muro della chiesa di Sant’Antonio. Capiva che faceva freddo, un freddo che tormentava le mani tagliandole,
e stordendolo lo cullava. Capiva, infine, che lui ci sarebbe stato ancora dopo quei morti, e voleva sapere cosa sarebbe stato in grado di pensare.

 

PIPPE (racconti) di GIOVANNI VERGINEO

venerdì, 24 Febbraio 2012

da Binario morto

… Quando arrivammo era pomeriggio pieno e assolato e l’estate non sembrava stare sul punto di agonizzare: ci eravamo riconnessi, stavamo di nuovo insieme e sembrava che i due mesi trascorsi senza Gimmi fossero stati solo una pausa, un intervallo nella nostra amicizia. Ma non era così semplice. Alla stazione una sorpresa: su una biciclettina rosa da bambina, tirata fuori dal garage dopo secoli di giacenza, c’era Michela. “Ragazzi, viene anche lei” disse Gimmi con una voce che non contemplava obiezioni, eppure ogni cellula del nostro corpo si ribellava a quella stortura, a quella forzatura: una femmina, quella femmina nel nostro gruppo, nel nostro clan in cui non avevamo fatto entrare Dino il figlio del giornalaio, lasciandolo come un imbecille tutto il pomeriggio alla stazione ad aspettarci, nonostante lui ci desse sempre i giornalacci che tanto ci piacevano. No. Quella non era una di noi. Indossava dei pantaloncini cortissimi, e rideva serena come un torrente e ci guardava come si guardano degli animaletti strani; si avvicinò a Gimmi e, davanti a noi, lo baciò tenendolo stretto sulle sue labbra per un tempo interminabile, facendo dentro e fuori dalla sua bocca con la linguetta trepidante e diventando rossa, sbuffante, ansimante di sensuale inesperienza. Gimmi pativa, godeva mentre noi guardavamo a terra contando i secondi che scorrevano lenti e cigolanti come quei vecchi treni che ogni tanto passavano e ci sentivamo appesi come burattini a un momento che non era il nostro, da cui eravamo esclusi e in cui facevamo solo la parte delle stupide comparse. Poi il bacio finì e la ragazza ci guardò, sempre sorridendo. Gimmi era fuori di testa, confusissimo, e gli si vedeva il pisello ritto dai pantaloncini molli. Era lei il capo, ora. “Andiamo” disse Michela, ed entrò nella stazione abbandonata passando per il buco che noi avevamo praticato nella recinzione anni addietro, incamminandosi sui binari senza sapere nemmeno la strada e soprattutto senza pisciarci sopra, che era il nostro modo abituale di iniziare le gite alla cava, la nostra inaugurazione quotidiana del viaggio. Stava profanando il nostro spazio e il nostro tempo, e visto che c’era una ragazza nessuno ebbe il coraggio di tirare fuori l’arnesino da poco coperto di peli e liberarsi. Era tutto strano, più strano ancora di quando Gimmi non era con noi. Ci incamminammo in fila indiana dietro il culetto preadolescenziale di Michela, dietro la sua schiena sottile e i capelli bruni che rimbalzavano sulle scapole al ritmo della pedalata. Anche quello era strano. Gimmi si mise subito dietro di lei e noi altri tre chiudevamo il corteo cercando di tenerci in contatto, di far finta di niente, di rimettere in moto la macchina magica dello stare insieme che proprio quel giorno non ne voleva sapere di partire. Ci lanciavamo occhiatacce torve e senza parlare si capiva che quella stronzetta la odiavamo, sopratutto perché era pure carina. Ma era una tipa tosta e nonostante non andasse in bici dai tempi delle elementari arrivò alla miniera fresca come una rosa; lo sforzo anzi le aveva infiammato le guance e imperlato la fronte e le cosce abbronzate di sudore, rendendola ancora più viva, più simile a una mela quasi matura sul punto di essere raccolta. Gettò la bici in terra e il cestino bianco che era appeso al manubrio si staccò e si ruppe, ma lei non ci fece caso correndo verso l’ingresso della cava inseguita da Gimmi che ormai non ci degnava più di uno sguardo. “E chi è quello zombie lì sopra?” Disse con voce squillante e chiara, dissacrando anche il busto per il quale tutti provavamo timore reverenziale. “Doveva essere un padre allucinante…non come te! Tu sarai un padre carinissimo” e sghignazzando passò una mano fra i capelli crespi e sudati di Gimmi, che si faceva manipolare come un gattino sorridendo come un idiota. “Che fate di bello, ragazzi, quando venite qui?…” nessuno ebbe il coraggio di dire “giochiamo a pallone e ci facciamo le pippe”, soprattutto Gimmi che tentò di salvarci assumendo l’atteggiamento indifferente che distingue gli adolescenti dai ragazzini: “Mah…parliamo…leggiamo…questo. Niente di speciale. La solita palla.” Questo ci offese. “Ho capito, ho capito…vi fate le seghe! E’ questo che fate brutti sporcaccioni eh? E ve le fate assieme, in allegra compagnia o avete almeno la decenza di nascondervi?” D’improvviso calò il gelo, Gimmi scoppiò in una risata imbarazzata, un po’ isterica, che non poteva che essere una conferma. “Anche tu, amore?…” lo guardava languida, e lui si scioglieva come un gelato caduto sull’asfalto: “no, no…che ti credi? Non sono mica un piscione come questi qui…” e via un’altro slinguazzamento di mezz’ora. Quando Michela ebbe capito che ci aveva abbastanza in pugno decise di spingersi oltre. Sapeva che nella miniera non eravamo mai entrati e moriva dalla voglia di vedere come fosse fatta, ma soprattutto di vedere le nostre facce terrorizzate dall’essere introdotti nella bocca dell’Ade, nel labirinto del minotauro. Dove morivano i Carusi. Ma la nostra folle Arianna non se ne sarebbe stata fuori ad aspettare: ci avrebbe condotti fino al ventre molle del mistero e poi ci avrebbe lasciati lì, senza filo rosso del cazzo né piantine. Chi ha meno paura è sempre quello che vince, se non muore. Sghignazzando si diresse verso l’ingresso monumentale della miniera, salutando il busto del marchese quando vi transitò sotto: “Ciao ciao bel soggetto…sono sicura che da giovane eri carino…fai il bravo che noi torniamo presto…”. Gimmi si girò per un secondo a guardarci prima di gettarsi all’inseguimento della sua ragazza, della sua vita che scendeva nelle viscere della terra. Il suo sguardo era implorante, diceva ho un terrore folle mi dispiace averla portata ci farà crepare tutti questa ma ora devo andare non posso fare brutta figura, non posso! Gli negammo il nostro appoggio, anche se ne aveva un disperato bisogno. Aveva portato una femmina fra noi. Non poteva passarla liscia così facilmente…

 

LA NOTTE DEI BAMBINI COMETA di PIERPAOLO VETTORI

venerdì, 24 Febbraio 2012

Incipit

In principio Dio creò il Big Bang che è tipo una bomba atomica che può distruggere anche Tokyo. Poi però vide che non andava bene per via delle radiazioni e allora creò vari dinosauri e i pianeti. Creò anche la terra con degli animali scarsi che non avevano l’evoluzione e il collo non gli si allungava. Non potendo raggiungere le foglie degli alberi morivano tutti e Dio doveva crearne sempre di nuovi.

Alla fine decise di rifare tutto da capo. Mandò un diluvio universale che annegò tutti i dinosauri a parte i mammuth che si congelarono in Siberia. Poi creò Adamo ed Eva per fare gli uomini. All’inizio erano solo homo sapiens. Meno male che Noè aveva salvato tutti gli animali, così si poté creare il Mondo. Durante il diluvio, questo Noè aveva costruito una barca che lui chiamava Arca, senza la b, e ci aveva fatto salire due animali per tipo. Non tutti riuscirono a infilarsi nella barca di Noè e così si estinsero come la tigre dai denti a sciabola.

Poi la storia andò avanti ma l’uomo, che non voleva obbedire ai comandi di Dio, si ribellava di continuo. Dio allora creò l’inferno e le malattie come quella che ha ucciso Miki.

La storia comprende i primitivi, gli antichi romani, i medievali e altri tipo i cowboys e gli indiani. Alla fine, tutti questi uomini dei secoli dei secoli fecero il signor Bruno e la signora Laura Vivaldi che sono il papà e la mamma del bambino di cui vi devo parlare.

Il bambino si chiama Zeno Vivaldi e il suo papà fa il fabbro. La mamma invece lavora dove fanno le televisioni Magnadyne. Dico queste cose perché siate sicuri che le cose che vi racconterò sono successe davvero. Le dico anche perché la gente crede che i bambini non sappiano niente, invece Zeno sapeva tante cose e me le ha insegnate tutte.

Io sono il suo migliore amico.

 Io, purtroppo, non esisto.

 

LE SORELLE SOFFICI di PIERPAOLO VETTORI

venerdì, 24 Febbraio 2012

Mercoledì 24 marzo

Con le sue mani bianche e affusolate, la mamma ha cominciato a servire i pasticcini ad Anton reggendoli sulla punta di una minuscola forchetta.
– Vostro padre è molto malato. Mi occuperò io di lui da ora in poi, – ci ha detto Anton senza guardarci in faccia ma continuando a sorridere alla mamma. – Farò tutto il possibile ma dovete cominciare ad abituarvi al peggio. Capite?
Io e Cecilia siamo rimaste immobili. Le ho preso la mano da sotto il tavolo ed era fredda come quella di una morta.
– Papà potrebbe morire, – ha insistito la mamma tormentando una collanina di perle azzurre.
Noi siamo state zitte.
– Non vi importa? Non vi dispiace neanche un po’?
La mamma ci guardava coi suoi occhi belli e tristi.
– No, – abbiamo risposto all’unisono. Non vogliamo mostrarci deboli di fronte alla mamma. Non ci fidiamo di lei.
Gli occhi le si sono riempiti di lacrime grosse come mirtilli.
– Ho cercato di educarvi ma non ci sono riuscita, – ci ha detto pulendosi gli occhi lucidi con un tovagliolo bianco.
Anton ha allungato una mano verso di lei come per chiuderle le labbra.
– Non potevi, Olga. Loro sono…come dire?
– Avete preso da vostro padre, – ha concluso la mamma come se vomitasse una mela. – Dalla sua famiglia. La maledetta famiglia. I Soffici.
Io e Cecilia ci siamo guardate. Pensiamo di non aver preso da nessuno. Non abbiamo bisogno degli altri.
Anton ha sgranocchiato i pasticcini e ha continuato a lanciarci degli sguardi cattivi coi suoi occhietti rossi.
– I Soffici, – ha scandito come se pronunciasse una bestemmia. Poi ha alzato gli occhi al cielo e dalla pelliccia grigia ha estratto un libretto. Lo ha poggiato sulle ginocchia e ha cominciato a sussurrare qualcosa di incomprensibile.
Forse è un prete.
La mamma gli è andata vicino e gli ha accarezzato la testa. Noi abbiamo chiesto il permesso di tornare in camera nostra e ce lo hanno concesso. Abbiamo dato un bacio sulla guancia al nostro nuovo cugino e siamo andate via.

Speriamo che Anton muoia.
E’ malvagio e ha un odore cattivo.
Più tardi abbiamo acceso la televisione e abbiamo sentito le urla di papà che veniva portato in soffitta. Ci dispiace per lui ma non possiamo aiutarlo.
Abbiamo guardato un programma comico.

 

ULTIMO NELL’ALFABETO (racconti) di DAMIANO ZERNERI

venerdì, 24 Febbraio 2012

Cirmolo

…Quando zeta e suo padre entrarono, ebbero a trovarsi di fronte ad un laboratorio
ordinato. Il banco da lavoro, le sgorbie, i succhielli, gli scalpelli, i pialletti, le punte
(qualsiasi punta), i martelli eccetera, tutti accuratamente alloggiati.
E poi la sega a nastro, la levigatrice, il trapano a colonna. In quello stanzone si
lavorava il legno. Sopra uno scrittoio filze simmetriche di fogli, gran parte dei quali
riportanti accurati esplosi di ghiere e leveraggi, infilzati con le puntine al muro proprio
sopra, presso un pannello di sughero.
Sul piano da lavoro un mucchietto di estrusioni, ma raccolte a cumulo come di chi ha
passato la mano aperta a conca e ha spinto/radunato tutto in un punto preciso.
Un uomo anziano, oltre la sessantina, col camice da lavoro impeccabile e gli occhiali
appesi al collo con un cordino, stava seduto presso un fornello vegliando intento a una
pentola nella quale cuoceva qualcosa di biancastro.
Il papà salutò il maestro Piatti. Questi si alzò, infilò gli occhiali e disse buongiorno.
Mentre lo diceva, con la coda dell’occhio impercettibilmente seguiva la cottura sul
fuoco.
Sto facendo andare la colla. Deve andare lenta lenta eh’ disse.
‘Eccoci. Qua in questa stanza si fanno i modelli’ disse a sua volta il papà facendo la
presentazione.
Zeta tacque.
‘Lo sai cos’è un modello?’ gli chiese il maestro Piatti prima di qualsiasi altra cosa.
Agli occhi di zeta quell’uomo era buffo; come tutte le persone anziane gli appariva di
forma tonda, tranne la voce, che in quel momento era dura, oltre che laconica. Ma il
maestro Piatti non aveva nulla di tondo, nella realtà.
Se zeta non fosse stato in quel momento un ragazzino spaesato – e quindi
momentaneamente ammainata la consueta facoltà di osservazione – si sarebbe subito
reso conto che si trovava nel luogo deputato di quell’anziano dall’apparenza così
linda/precisa, nel suo regno fatto di legno.
Lì tutto funzionava al regime di rotazione di un motore passo passo. Comunque zeta
disse che no, non lo sapeva cos’erano i modelli.
‘Ossignur, non lo sa!’ replicò con stupore il maestro Piatti battendo le mani ad una
platea immaginaria.
Ma il papà fu pronto. ‘Certo, adesso non lo sa, ma impara in fretta. E’ qui apposta, non
è vero?’.
E ancora con questa mano sulla spalla, anzi, ora con la mano sul collo. Ma che
voleva? Ma che era tutta questa benevolenza? si chiedeva zeta.
‘Ad ogni buon conto’ disse il maestro Piatti rientrando, non senza fatica, dallo stupore
precedente ‘qua lavoriamo per la meccanica: facciamo modelli in legno di parti appunto
meccaniche, di pressofusioni, di componenti di motori. Li facciamo col legno. La vedi
quella pentola? Ci sto facendo scaldare la colla che serve per incollare certe parti.
Altre invece le ricaviamo dal pieno. Qua la colla la faccio io; solo io…’.
Il papà intervenne. Disse che aveva da fare e che ormai la cosa era intesa, che non
voleva togliere altro tempo al maestro Piatti al suo lavoro, che con zeta ci si vedeva
quella sera a casa. Andò via.
‘Alura sümiòt, quanti anni hai?’ chiese il maestro Piatti una volta rimasti soli.
‘Quindici’ rispose zeta.
La risposta pare soddisfare i criteri d’ingresso e la messa a fuoco del soggetto.
‘A quindici anni ero già a bottega da tre’ disse il maestro Piatti guardando un punto
fuori dalla finestra. Dentro entrava un bel sole di stagione che cavava bene i toni caldi
del legno del pavimento, dei banchi e delle lavorazioni.
‘El mè papà mi aveva messo a imparare il mestiere del magnano’ continuò ‘Poi,
quando avevo i tuoi anni, con uno del mio paese siamo venuti in città. Andavamo a
riparare i tetti cui ciòd e cunt’el màrtel. Da mattina a sera; stavamo fuori anche quando
pioveva. Hai capito… anche quando pioveva, bei stüpid, no?’.
Zeta ritenne opportuno non rispondere nulla. Del resto, che cos’avrebbe dovuto dire?
Era attratto piuttosto dagli attrezzi; avrebbe voluto che il maestro Piatti subito glieli
descrivesse. Avrebbe voluto chiedere.
Il sentore della colla, che sembrava di broda di verdura, ma dolciastra, con un fondo
gommoso/limaccioso d’erba, ristagnava per la stanza. Il maestro Piatti aprì la finestra e
andò a vigilare la cottura. In quel mentre si spalancò la porta ed entrò un uomo.
Aveva i capelli cortissimi, gli occhi gialli, il naso rotto. Alto e dinoccolato nella tuta da
lavoro, era ricoperto di polline e minuscole infiorescenze gialle.
Venne subito apostrofato. ‘Se te fà, sacrament?! Guarda com’è conciato’.
L’uomo parlò, rivelando denti guasti e voce da dentro il secchio. ‘Ho dormito un pù sota
a l’àlber’. Il maestro Piatti finse di trasecolare. Si mise a cantare beffardo. ‘E’
primaveraaaa’.
Poi si fece serio. ‘Va giò a lavass, va’.
L’uomo uscì e prese di corsa per i gradini. Il maestro scosse la testa e spense il
fornello a spirito da sotto la pentola della colla.
‘Chi è quel signore?’ chiese timidamente zeta.
‘Signore, ah! Se ch’el lì l’è un sìgnur mi sunt’el papa de Roma’ rispose il maestro Piatti.
Ci fu silenzio. La pentola della colla venne poggiata accuratamente su una piastra
rialzata di ferro. ‘Quello lì è il Lallo: lavora qui come me e te, ma l’è pegg de mi e ti trà
insema’ riprese, ma già un poco ridendo, come preda di un’indulgenza che si prendeva
via la disapprovazione per codesta disdicevole condotta. ‘Ma adesso vieni un po’ qua a
aiutarmi con questa colla’…

 

LE SORELLE SOFFICI di PIERPAOLO VETTORI

martedì, 24 Gennaio 2012

LE SORELLE SOFFICI di Pierpaolo Vettori, Elliot Edizioni

finalista XXIV edizione – 2011

Veronica Soffici è una ragazza molto speciale, parla con gli scrittori defunti che popolano la biblioteca di casa, mangia mele con i chiodi di garofano e sente di essere la sola a difendere la sorella Cecilia dai pericoli terreni e ultraterreni. La sua è una famiglia di industriali la cui fortuna è stata costruita sulla ricetta segreta di una marmellata diventata famosa in tutto il mondo. Ma i tempi cambiano e l’ombra del fallimento sembra incombente, mentre i primi scandali di Tangentopoli cominciano ad apparire nelle cronache. Un aiuto potrebbe arrivare da un ambiguo faccendiere, l’unico in grado di (altro…)