Giurie

NUOVA EDIZIONE

lunedì, 23 Luglio 2012

 

IL BANDO DELLA XXVI EDIZIONE 2012-2013

Per partecipare al Premio Calvino è necessario inviare il materiale sia in forma cartacea che per e-mail.

 

Nella colonna di sinistra si trovano (fare clic per aprire):

 

– il testo del bando
– le istruzioni per iscriversi
– il modulo di iscrizione

 

IMPORTANTE!
Nelle Istruzioni viene spiegato, passo per passo, come preparare il materiale.
Nella sezione FAQ ci sono le risposte alle domande più comuni.
Invitiamo a leggere con attenzione tutti i punti delle Istruzioni e a visitare la sezione FAQ prima di rivolgersi alla Segreteria.
 
 

I PRIMI RISULTATI DELLA XXV EDIZIONE

L’Associazione per il Premio Italo Calvino è lieta di comunicare i primi risultati raggiunti con l’edizione 2012, a soli due mesi dalla premiazione.

 

Ben cinque su otto tra i finalisti della XXV edizione verranno pubblicati a partire da Gennaio 2013 da case editrici di rilievo nazionale, impegnate nella ricerca di nuovi talenti della scrittura e di strade originali per la narrativa italiana.

 

Evelina e le fate di Simona Baldelli uscirà presso Giunti

 

A viso coperto di Riccardo Gazzaniga (opera vincitrice) uscirà presso Einaudi StileLibero

 

La casa di Edo di Paolo Marino (opera segnalata dalla Giuria) uscirà presso Mondadori

 

Gennaio Come di Michela Monferrini uscirà presso Mondadori

 

Lo stile del giorno di Fabrizio Pasanisi (opera segnalata dalla Giuria) uscirà presso Nutrimenti

 

EVELINA E LE FATE di SIMONA BALDELLI

venerdì, 15 Giugno 2012

LE FATE E LA BOTOLA NELLA STALLA

 

Girato l’angolo le sembrò di vedere l’orlo della gonna della Nera che spariva in un cespuglio.
Quando arrivò là dietro la Nera non c’era ma oltre la siepe sbucò la faccia della Scepa che la guardava ridendo. Forse le fate volevano giocare a tingolo con lei. Allora si nascose a sua volta dietro il muro del gabinetto che stava vicino al pollaio ed aspettò che la venissero a trovare. Infatti poco dopo vide la Nera che le passò davanti in un batter d’occhio. Adesso era la volta sua di andarla a cercare. Provò a vedere se per caso stava dietro il tronco del noce. Ma non vide nessuno. Allora si spostò piano piano verso il retro della stalla. Ed eccole là, ferme, sospese a mezz’aria, che l’aspettavano.
– Tingolo per la Nera e la Scepa! – gridò Evelina toccando il muro.
Le due fate entrarono insieme nella stalla così velocemente che pareva che i mattoni le avessero risucchiate. Quello però non era mica giusto. Ormai Evelina le aveva trovate e loro si approfittavano del fatto che potevano passare attraverso i muri per nascondersi di nuovo.
Decise di andarle a prendere dentro la stalla.


All’improvviso la Nera saltò fuori dalla biada di una delle mangiatoie. Evelina fece uno stolzo perché non se l’aspettava proprio…e fece un salto indietro anche lei… ma quello che non calcolò fu la medaglietta che aveva nella tasca davanti.
Questa infatti uscì fuori e rotolò per terra. Ma non fu tutto.
Evelina sentì il suono del metallo che toccava terra molto sotto di lei.
Soffiò e spazzò la paglia con le mani per capire dove fosse andata ad infilarsi la Madonna.
Fece scorrere l’indice fra le assi di legno per vedere se trovava un buco o una fessura…

C’era una porta per terra.
 

 

SMALLTOWN BOY di MARCO CAMPOGIANI

venerdì, 15 Giugno 2012

L’AUTORIVELAZIONE DI DAVIDE

 

È un pomeriggio, in cucina, l’ora calma e immobile in cui pare che niente può succedere, niente di grave, intendo.
Alla tv passa il video di una nuova canzone inglese. Lo guardo con attenzione. Ed ecco cosa vedo.

 

Rotaie, incrocio di rotaie, scambio, scarto. Un’altra direzione.
Un ragazzo, un po’ più grande di me, i capelli cortissimi, chiari. Sei tu, Jimmy. Sul treno.
Volto spaventato. Oltre i finestrini del vagone la periferia di qualche posto del mondo. Inghilterra.
Occhi, e negli occhi il ricordo del tuffatore nudo, dal trampolino, in piscina.
Soldi, fai il biglietto alla stazione, e sali sul treno.
Ripensi. A una colazione inglese: tè, corn flakes, il guscio dell’uovo che non ce la fai a rompere, lo sguardo di tuo padre su di te.“Mio figlio, l’incapace” sembra dire.
Foto in bianco e nero, il matrimonio dei tuoi, tu piccolissimo, poi bambino, a fianco del volto sempre sorridente di tua madre, che ora è vecchia.
Le rotaie, come le corsie della piscina…
E lì, in piscina, ti fermi a guardare il tuffatore, due amici ti raggiungono, sorridono con te. Il corpo del tuffatore, il suo petto ampio e nudo. I tuoi occhi su di lui.
Sale sul trampolino, per un attimo si gira, guarda verso di te, sorride, certo, e tu rispondi al suo cenno d’intesa.
Ecco il momento: i vostri sguardi che si incrociano, il suo sorriso.
Ora capisci.
 

 

A VISO COPERTO di RICCARDO GAZZANIGA

venerdì, 15 Giugno 2012

IL RISVEGLIO DI LUPO

 

Lupo si alzò alle otto e dieci, rincoglionito dal cattivo sonno e dalla tensione della giornata precedente. Di solito dopo gli scontri si sentiva bene e riposava come un bambino. I tafferugli gli davano un senso di pace, placavano la sua furia per qualche ora.
Invece stavolta si era rigirato nel letto come un serpente incazzato. C’era il pensiero di Lisca che lo agitava. Cazzo, doveva riprendersi e tornare a posto.
Però loro avevano sbagliato con lui. Lupo lo sapeva che Lisca non era adatto a quel genere di cose. Era un bravo cristo, si sbatteva per il gruppo e c’era sempre, ma non bastava, perché fare gli scontri non era una cosa per tutti. Come fra gli animali, no? I più forti resistevano, i deboli cadevano. Quel pasticcio doveva diventare una lezione per il futuro: ci voleva gente con le palle, per loro. Punto e basta.
Lupo era appena uscito dalla doccia. Accese lo stereo e mise a palla una canzone degli Erode per ricaricarsi. Il pezzo si chiamava ‘Frana la curva’. Lasciò andare la strofa, poi iniziò a cantare a squarciagola il ritornello mentre si vestiva.
Frana, la curva frana, sulla Polizia Italiana. Frana, la curva frana su quei figli di puttana!
Continuò a gridare, sfogando la rabbia. Ma il motore che la alimentava faceva presto a ricaricarsi e lui avrebbe voluto essere di nuovo lì, allo stadio, a fronteggiare gli sbirri. Se avesse sospettato
quanto era capitato a Lisca, avrebbe dato battaglia ancora più dura. Nella bolgia, nelle grida, con l’adrenalina che sparava dritto nel cervello, altro che la coca.
Se avesse potuto avrebbe scassato la testa a qualche celerino. Era stato un week end coi fiocchi: prima la ripassata al doriano in discoteca, poi il tafferuglio con la Polizia, il secondo in una settimana. Se solo non fosse andata male a Lisca, tutto sarebbe stato perfetto.
Su Internet già si parlava di loro con il nome che lui aveva scelto: Facce Coperte. Ne era enormemente fiero.
 

 

IL PEGGIO È PASSATO di SIMONE GIORGI

venerdì, 15 Giugno 2012

Diciassette anni Alessandra, tredici Patrizia. Io ne avevo quindici, e mi vidi come il vertice di un triangolo isoscele, la stessa distanza mi separava da entrambe.
Ma il triangolo si fece subito scaleno: assorbito dalla maggiore, mi accostai a lei, che delle due era la più bella. La più bella che abbia mai visto. La persona con cui sarei stato felice, che avrei amato per sempre, a cui avrei sacrificato tutto.
La mia Alessandra. La donna a cui ho distrutto la vita.
Mi sono bastati sette giorni. Sette giorni dell’agosto 1952. Io neppure volevo partecipare a quella stupida vacanza. Una settimana a fare passeggiate sul Pordoi: a me passeggiare non piace. A me piace dormire, l’orizzontalità dei letti.
Invidio i serpenti: che senso ha essere alti un metro e ottanta, per poi reggersi sui pochi centimetri quadrati dei piedi? Perché alzarsi, quando si può strisciare con comodo e, a ogni istante, chiudere gli occhi e dormire?
E poi era una vacanza di gruppo.
Col tempo ho imparato l’arte di condividere lo spazio e le chiacchiere con altra gente senza concedere alcuna intimità: a settantadue anni c’è in giro chi mi trova persino un po’ simpatico. Ma allora ero un adolescente chiuso in una solitudine feroce, fortezza che mi proteggeva da tutto e tutti. Che attrattiva poteva offrire una vacanza di gruppo?
Alessandra.
Alessandra che era lì, a due passi dal buffet dell’albergo, col suo tailleur nero con gonna lunga, scarpe basse, guanti da sera, capelli voluminosi ma corti.
Alessandra con la sua voce roca. Una voce già da donna indecisa se cedere al disincanto o alle lusinghe della malinconia. «Alceo. Che nome ridicolo.»
 

 

PICCOLE STORIE di EUGENIO GIUDICI

venerdì, 15 Giugno 2012

AMORE E POLLI: l’incontro di Cu de Goma e della nana

 

L’aveva vista dietro un carrozzone che preparava l’acqua bollente vicino a quel secchio, che sembrava enorme per lei piccola piccola, e ne era rimasto preso. Perché la Clelia era una nana, dell’altezza giusta per lui e con tutte le sue cose a posto: una delizia. Cantava e aggiustava il fuoco ed era stata una visione, il nascere di un sogno. Gli aveva sorriso, un bel sorriso, gli aveva dato coraggio e spirito così era andato là da lei e le aveva chiesto cosa faceva di bello.
Doveva spennare i polli, aveva risposto, non era difficile. Ma ci sarebbero volute mani belle grandi come le sue per fare prima.
Era la prima volta che qualcuno diceva che lui avesse qualcosa di grande e si era sentito sciogliere tutto, aveva trovato un po’ di coraggio e se gli avesse insegnato come si fa, le avrebbe dato volentieri una mano.

«Prendi il pollo per il collo, lo si tuffa giù nell’acqua e stai attento di non scottarti, poi quando lo tiri su, con l’altra mano si passa con decisione lungo le penne nel loro stesso senso e vengono via che è un piacere… così e così, poi lo rituffi in acqua, stai attento a non scottarti e avanti così finché il pollo non è tutto bello spennato».
Quel pollo ormai nudo gli era sembrato bellissimo; il risultato di un lavoro fatto divinamente, ma soprattutto c’era lo sguardo bello e soddisfatto della Clelia sullo sfondo …
Non si era reso conto di come fosse successo, aveva preso il pollo come aveva detto lei, non aveva nemmeno sentito l’acqua calda bruciargli la mano, solo le penne venir via come d’incanto, raspate giù da quel suo palmo grande e ruvido. Gli avevano dato una sensazione di piacere. Un velluto, una seta, mi disse, e il pollo era già nudo. In due colpi. La Clelia era sbalordita.
 

 

LA CASA DI EDO di PAOLO MARINO

venerdì, 15 Giugno 2012

QUASI UN INCIPIT

EDO SCOPRE CHE I SUOI GENITORI SONO MORTI

 

Non mi aspettavo di vederli e capivo che la loro presenza doveva essere carica di significati, sebbene non avessi il tempo di decifrarli. Mi avvicinai a zio Ettore per baciarlo sulla guancia, quando zia Lucia si mise prepotentemente in mezzo e strillando aggirò lo scoglio inerme del marito per corrermi incontro e abbracciarmi.
‘Povero il mio Edo cosa gli è successo al mio Edo piccolo mio piangi bambino mio cosa è mai capitato alla nostra famiglia una disgrazia una disgrazia come faremo come dobbiamo fare ora povero Edo senza la mamma e il papà che disgrazia piangi piccolo mio non avere paura.’
Mi stringeva tra le braccia schiacciandomi la faccia sul petto, soffocandomi con un profumo dolciastro mescolato all’odore acre del sudore. Finalmente qualcuno si degnava di spiegarmi come stavano le cose. Devo tuttavia confessare che, lì per lì, non mi fece alcun effetto. Non sentivo il bisogno di piangere, soltanto una sensazione di disagio che aumentava insieme ai picchi della voce e alla cascata di singhiozzi della zia. Il fastidio per quella presa umorale e il disgusto per lo scambio di effluvi mi proteggevano dagli effetti strazianti della litania.
Scorgevo soltanto una minuscola porzione dello spazio intorno a me: la valigia posata a terra e un nugolo di piedi. Scarpe di cuoio leggero, bordi di pantaloni chiari, sandali femminili, unghie smaltate di rosso, caviglie appesantite… Un mesto crocchio circondava la matrona venuta da lontano per piangere la scomparsa del fratello e della nuora e unirsi al lutto del nipote rimasto solo al mondo. Ce ne sarebbe stato abbastanza per farsi risucchiare da oscuri gorghi di disperazione e appendersi a una corda. Mi salvò la sensazione dell’inopportunità di quello sfogo: un’esibizione oscena, peggio che vederla alzarsi la gonna e abbassare le mutande.
 

GENNAIO COME di MICHELA MONFERRINI

venerdì, 15 Giugno 2012

IL REGALO CHE RESPIRA

 

Bambina corre verso il marciapiede. Già quasi le escono le lacrime e sente di non respirare più, sta in apnea sul fondo della piscina a contare mattonelle azzurre. Una, due. Fa’ che non mi sto sbagliando. Tre, quattro. Fa’ che non mi sto sbagliando. Cinque. Fa’ che. Non si è sbagliata. Sei, sette. Sa di non essersi sbagliata anche se ancora non lo vede, vede solo schiene chinate e si sente dare buffetti sulle guance e tutti le sorridono. Otto. Scansatevi, scansatevi tutti. Nove. È un regalo che respira. È un regalo che respira. Eccolo. Dieci. Dieci mattonelle. Dieci anni appena compiuti. Adesso si torna in superficie. Respira Bambina, respira.
Poi, lui è lì. Sporco, incrostato, scheletrico.

La ‘cosa’ è il cane più bello che Bambina abbia mai visto. Trema, ma non è il freddo. La coda è invisibile, passa all’indietro tra le gambe posteriori e finisce aderendo alla pancia; anche le orecchie sono tirate indietro, come da un vento fortissimo. Sul muso nero, tra gli occhi, finisce la punta bianca di una stella il cui resto non si vede.

Toccarlo è sapere che è vero, è registrarlo nelle dita, sapere cosa significa ‘per sempre’, e dividere la vita in prima e dopo. Toccarlo è guardare negli anni che verranno. Sapere che il suo nome non è uno di quelli a cui Bambina aveva sempre pensato, Poldo Pluto Pippo. Il suo nome è Charlie come in Charlie, anche i cani vanno in Paradiso: le mani, lo hanno deciso.
Adesso Bambina vorrebbe lasciare tutto lì, torta, regali, invitati, conto da pagare e persino nonni. Andiamo a casa, dice a sua madre. Andate a casa tutti, la festa è finita, vorrebbe dire agli altri. …Soffia sulle candeline come creando un piccolo uragano, rifiuta la sua porzione di torta, scarta i regali gridando ringraziamenti esagerati per non tradire l’assoluto disinteresse verso qualsiasi regalo che non respiri.