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PRESENTAZIONE DEI FINALISTI DELLA XXIX EDIZIONE

mercoledì, 29 Giugno 2016

Il comitato di lettura (costituito quest’anno da 42 membri), fra seicentosessanta concorrenti (poco meno di due terzi gli uomini, poco più di un terzo le donne; sicuramente sottorappresentato il Sud, comprese le Isole, con solo il 20 % dei concorrenti – ma bisogna dire che è un dato costante per noi), ne ha selezionati nove. Il compito non è stato facile perché i testi interessanti erano davvero molti. Si è puntato a una scelta che fosse insieme rigorosa e rappresentativa di tendenze, temi e stili diversi.

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CLAUDIA CAUTILLO e IL FUOCO NUDO

mercoledì, 29 Giugno 2016

CLAUDIA CAUTILLO

CLAUDIA CAUTILLO

CLAUDIA CAUTILLO (1967), laureata in Storia e Critica del Cinema, sceneggiatrice e copy-writer, pubblica su riviste online. Finalista con un racconto al Premio Giallolatino (2013), con un libro di poesie al Mio Esordio (2014) e con il suo primo romanzo a Io Scrittore (2014), ha vinto lo Scriba Festival (2013) nella sezione letteratura per ragazzi. Vive a Roma.

Finalista al Premio Calvino XXIX con Il fuoco nudo.

COSA NE HA DETTO IL COMITATO DI LETTURA:

Dal Dizionario delle scienze naturali dato alle stampe da Batelli a Firenze nel 1841: “Dicesi scaldare una materia a fuoco nudo per esprimere che questa materia si espone immediatamente all’azione del fuoco senza intermezzo alcuno”. È una perfetta definizione di quanto avviene in questo romanzo, dove le passioni – estreme – vengono bruciate senza remore e senza residui. La sinossi dell’autrice sintetizza con chiarezza l’argomento: un sacerdote e una bambina di sette anni vivono una relazione pedofila nella Roma borghese degli anni ’90. In seguito a denunce anonime, lo scandalo viene messo a tacere e don Marco Buozzi, che non sa più nulla di Violante, farà carriera nella Chiesa. I due si rincontrano nel 2014 a Roma e rivivono il passato in declinazione sado-masochistica. Ma alla decisione di lui di lasciare per lei la Chiesa, Violante vede la fine di ogni complicità e si vendica.

La pedofilia nei confronti delle bambine ha una lunga storia, specie ottocentesca. Basti ricordare il reverendo Lewis Carroll che ha saputo genialmente trasmutarla. Certo, allora si era in epoca vittoriana e difficilmente si passava all’atto, come avviene invece qui.

Argomento scabroso, trattato dall’autrice secondo un abile ed efficace montaggio: da una parte abbiamo spezzoni del diario del sacerdote, stilato tra il 1990 e il 1993, grazie ai quali riviviamo puntualmente la passione che travolge il sacerdote nella sua spirale di fronte a una magnetica e misteriosa lolita, silenziosamente consenziente. Si arriva allo scandalo che la Chiesa – materna − soffocherà; dall’altra abbiamo la narrazione effettuata da Violante ormai adulta nel presente del 2014 che ci permette di penetrare nel suo mondo, nella sua personalità, nelle sue nuove relazioni (ma il ricordo di Max, il sacerdote, fa da costante e nostalgico rumore di fondo). Le due voci sono ben calibrate e individuate: man mano che il sacerdote si abbandona all’attrazione fatale per Viola (così lui nomina Violante) il suo linguaggio si fa sempre più intenso tramandosi di sottesi richiami biblici e non solo, giungendo fino a comporre dei brevi testi poetici (ma non ingombranti, come a p. 35, dove si invoca Baubo, l’arcaica divinità greca che ha il potere di parlare col ventre); diversamente, la lingua di Violante adulta è precisa, ironica ai limiti del cinismo, e pervasa anch’essa di riferimenti colti sotto traccia: Violante è diventata una sorta di filosofa sadiana, una consapevole dark lady. Nella grana della sua voce si sentono echi dei libertini francesi settecenteschi o anche dell’impudenza casanoviana.

Il romanzo si chiude, coerentemente, con un gesto di morte: Max non ha capito il gioco di Violante e Violante se ne libera. Domani, per lei, è un altro giorno.

Qualche sparso manierismo non intacca la generale impeccabilità dello stile e della scrittura. Insomma un testo maturo – sicuramente molto letterario − di grande suggestione e, va detto, anche originale, che sa vincere lo spaesamento e la renitenza iniziali del lettore.

UN BRANO PER APPREZZARLA:

“Don Marco”

Ambizioso, attento, sereno, ho passato la mia adolescenza e gli anni della giovinezza chino sui libri di studio, in quei lunghi pomeriggi azzurri seduto ad una scrivania, o nel silenzio ovattato delle chiese, immerso nella parola di Dio, sicuro di diventare un giorno sacerdote. Curiosamente il sesso non mi tentava…

Ma i nostri stessi educatori insistevano affinché noi avessimo una precisa cognizione di quello a cui ci apprestavamo a dare un bel calcio, perché non prendessimo i voti senza sapere a cosa stavamo rinunciando…

E’ stato con alcuni … compagni che ho vissuto le mie prime esperienze sessuali, trascinato quasi controvoglia, dopo lunghi dubbi, un po’ per curiosità, un po’ per timore di rinunciarvi senza sapere.

Ma com’era diversa quella ragazza della prima volta dalle mie fantasie di adolescente, quando la sognavo nel buio interno delle palpebre chiuse, bellissima e irraggiungibile, e la vedevo apparire e scomparire tra filamenti rossastri e dorati… Una ragazza il cui nome fosse un profumo diffuso, una colomba nascosta tra le fenditure delle rocce…

In seguito, una volta ordinato sacerdote, non ho mai più avuto tentazioni. C’era sì, di quando in quando, la voce morbida di una donna che mi incantava nel buio del confessionale, o la caviglia sottile di un bel piede bianco fasciato in una scarpetta di velluto nero, ma niente di più. Mi stupivo col Signore di quanta fantasia avesse, a creare tutte quelle donne, tutte così diverse tra loro e alcune tanto belle! Ma sorridevo, distoglievo lo sguardo e la sera, a giornata finita, assaporavo tra me e me la Grazia soave e rinfrescante di una perfetta serenità.

Che tutto questo un giorno sarebbe cambiato, gettandomi in un baratro senza ritorno, allora non potevo saperlo, anzi non lo sospettavo neppure. Ma quella bambina bella come la luna, fulgida come il sole, terribile come esercito schierato a battaglia, io l’avrei trovata e perduta, e poi ritrovata ancora, secoli e secoli dopo, nella vertigine di un sogno che non avrebbe avuto fine.

 

COSA NE HA DETTO FILIPPO TUENA:

filippo-tuena

Filippo Tuena

“Fuoco nudo” della romana Claudia Cautillo, finalista dell’edizione 2016 del Premio Calvino, parte con premesse nient’affatto accattivanti. È la storia di una passione pedofila tra un prete, don Marco, e una bambina di sette anni, Viola o Violante; passione che si sviluppa tra gli ambienti di una parrocchia di un quartiere borghese di Roma. Strutturato a due voci – quella del prete e quella della bambina – occupa l’arco di vent’anni e alterna brani del diario del religioso alla scrittura in presa diretta – da adulta – di Violante fino a quando i due, che si ritrovano, lei donna con alle spalle un matrimonio fallito e molte storie d’amore insoddisfacenti e lui, sacerdote sempre in crisi di vocazione, non precipitano nell’inevitabile finale drammatico. E tuttavia, sin dal folgorante inizio delle farneticazioni di don Marco, esemplate su brani del catechismo e del Vecchio Testamento, la storia, apparentemente semplice, cattura l’attenzione del lettore in forza dello stile estremamente maturo e modulato, sempre attinente alle situazioni e conforme al tono assai diverso e caratterizzato delle due voci narranti. È una prova matura, calibrata e sostenuta da una solida cultura letteraria. Alle già accennate reminiscenze bibliche si alternano citazioni della letteratura del XX secolo; dagli scrittori francesi del peccato e della colpa (penso a Julien Green, François Mauriac) a certo dannunzianesimo decadente e a una sobria scrittura memore di Alain Robbe-Grillet. Se don Marco è in costante bilico tra la passione e la colpa, apparendo dei due il più fragile e dubbioso, il carattere di Viola è tratteggiato con determinazione, ancorché minato da un’anaffettività lancinante, forse neppure condizionata dall’esperienza infantile, ma piuttosto da un’innata propensione all’autodistruzione. L’alternanza delle due voci è ben gestita e così la doppia ambientazione temporale; le voci di contorno caratterizzate a dovere senza distogliere l’attenzione del lettore dai due protagonisti principali. I giochi erotici dei due complici soltanto accennati e mai resi espliciti confermano la capacità dell’autrice a lavorare in levare piuttosto che in battere contribuendo a fare di questo romanzo un’opera prima di notevole spessore.

 

ELISABETTA PIERINI e L’INTERRUTTORE DEI SOGNI

mercoledì, 29 Giugno 2016

ELISABETTA PIERINI

ELISABETTA PIERINI

ELISABETTA PIERINI, nata a Pesaro (1964), vive a Fermignano. Laureata in Chimica e Tecnologie Farmaceutiche, lavora all’Università di Urbino come assistente tecnico. Finalista al Calvino 27 col romanzo Notte, ha pubblicato un racconto sul Corriere della Sera. Ha partecipato a RicercaBo nel 2014 e al dibattito Donne di Penna, Terni 2016.

Finalista al Premio Calvino XXIX e vincitrice con L’interruttore dei sogni (ex aequo con Cesare  Sinatti).

 

COSA NE HA DETTO IL COMITATO DI LETTURA:

L’interruttore dei sogni (titolo di cui vedremo poi il significato) ci tuffa in una delle tante periferie residenziali moderne fatte di villette quasi identiche tra loro dove famiglie mononucleari vivono una vita priva di disagi materiali, ma asfittica e sotterraneamente perturbata. È l’ideale di vita suburbano con le sue strade pulite e le sue linde casette che gli Usa hanno esportato in gran parte dell’Occidente. Ognuno conosce la vita degli altri e ne è curioso, e le amicizie e le relazioni sono condizionate e conformate dalla prossimità. La narrativa e il cinema americani ne hanno fatto un vero e proprio topos, talvolta con tocchi preter-reali come in Ira Levin o anche − e in tal caso con un marcato senso dell’horror − in Stephen King oppure ancora nel cinema di Tim Burton. Tocchi di cui l’autrice fa un uso sottile, appena accennato, e psicologicamente motivabile. La sua protagonista è una bimba di una decina di anni, un personaggio perfettamente delineato sin dallo splendido incipit: “Le bambole erano tutte in fila sullo scaffale della cameretta di Eva. Avevano capelli lunghi, occhi chiari, e sorridevano di nascosto quando Eva le guardava. Gli occhi di vetro mandavano lampi azzurrini che galleggiavano nell’aria come una risata… La signora, la bambola più vecchia, la scrutava con gli occhi severi, occhi che mandavano lampi taglienti. Era esigente con Eva, non sorrideva mai… Eva aveva quasi dieci anni, e ancora giocava con quelle bambole”. La sua famiglia è borghesemente disfunzionale (un colto padre assente, una ex fascinosa madre preda di una sua follia quotidiana). I suoi rapporti più veri e forti, e sono rapporti di parola, sono con le bambole (con “la signora”, in particolare, che le fa da super-ego), con l’immaginario fratello Loris, con un signore, anch’esso immaginario, dotato di una misteriosa valigia, con una gallina nera. Questo mondo si apre, appunto, grazie all’interruttore dei sogni. Aggiungiamo che Eva è un nome antifrastico: Eva è goffa e bruttina − ma è un seducente personaggio. Eva, va detto, ha anche un’amica reale, Laura, che la mantiene in contatto col mondo. Eva è nomade e la vediamo in continuazione percorrere le strade di quel mondo ristretto, avventurarsi nei piccoli giardini ordinati, o anche al di là del perimetro urbanizzato in un pratone dove in un camper vive un outsider (“il professore”), perfetto contraltare degli abitanti delle villette, un vistoso, seppur mite, elemento di disordine, che naturalmente finirà espunto per un crudele gioco di ragazzini. Attorno a Eva ruotano numerosi personaggi, perlopiù coppie, come i Bentivogli (i genitori di Eva), i Felici (i genitori di Laura), i Grossi (amici dei Felici), ma anche il single Nicola Piccoli, Ester (la consunta e materna amante di Aldo Bentivogli), e altri ancora. Gran parte della narrazione è loro dedicata: e l’abilità dell’autrice sta nel farne delle singolarità ben distinte e nitide, pur nel comune quadro suburbano. I vari nuclei familiari, già strutturalmente inconsistenti, finiranno con lo sfaldarsi. Le loro vicende, spesso grigie e anodine, ma non per questo meno produttrici di sofferenza, vengono saldamente tenute in mano dalla narratrice fino al loro umanamente triste, desolato scioglimento. Insomma, un quadro di ordinaria infelicità. Non comune è poi la capacità dell’autrice di rappresentare il mondo infantile e adolescenziale, con i suoi complessi rapporti che spesso sfuggono all’occhio adulto. La conclusione, con il sogno finale di Eva, è di nuovo molto bello: Eva con un playback rimette ogni cosa nel giusto ordine, ma “in una frazione di secondo tutto si disfece”.

La lingua è incisiva, moderna, non senza belle accensioni e correlazioni inedite: “Alma [la madre di Eva] era… stata una persona piena di fascino. Ora quello stesso fascino si accendeva a tratti come una lampadina difettosa”; “Camminava [Eva] buttando un piede in qua e uno in là. Non aveva nessuna percezione del proprio corpo nello spazio. Un grosso uovo senza occhi, senza gambe, senza orecchie: un grosso uovo di carne umana”. Il frequente uso dei cognomi, che potrebbe essere fastidioso, qui risponde a una precisa e realistica logica narrativa: è l’adeguata spia di rapporti sociali ingessati che aspirano alla correttezza. In generale: la parola giusta al posto giusto.

 

UN BRANO PER APPREZZARLA:

“Excipit”

Era notte fonda. Dalle tende scostate Eva vide il pallido cerchio della luna come un viso cancellato e senza espressione: un viso che le era familiare. Il corvo era vicino al suo letto, proprio sul comodino, e dormiva tenendo la testa sotto l’ala nera come sotto le lenzuola. Eva si mise a sedere sul letto e accarezzò il corvo che girò la testa e volò via. Un raggio di luce bianca entrava dalla finestra aperta, sfiorava i capelli della bambina che erano neri e lucidi come le ali del corvo. Eva stese il braccio, che si allungò a dismisura fino a toccare il cerchio diafano: splendeva grande fuori dalla finestra come un’enorme pupilla. In quel momento, tutto là fuori si illuminò: la via e le case, l’una dopo l’altra si accesero e cominciarono a girare su invisibili binari. Le sembrò di sentire una specie di cantilena fatta dal frinire dei grilli, dal miagolio dei gatti e dal canto di alcuni uccelli notturni. La via era piccola e ogni appartamento era come una casa di bambola. Ogni casa si poteva scoperchiare e aprire. A Eva sembrava una giostra meravigliosa, una giostra di case di bambola…

Ogni casa, a guardarla scoperchiata, era piena di polvere di luna, polvere di follia, una polvere grigia che faceva venire cattivi pensieri. Aprì ogni tetto, ripulì ogni cosa, cambiò di posto a ogni bambola. Prese il camper e lo portò indietro nel campo e liberò le galline dalle corde. Le galline si misero a razzolare nel campo.

Eva allargò le braccia e le sembrò di essere coperta di piume d’uccello. Le luci dei lampioni illuminavano la via come grandi zucche gialle: sbocciavano e si spegnevano e sbocciavano di nuovo…

La finestra era aperta e là fuori la sera spalancava la sua grande bocca nera per inghiottirla in un morso. Eva non aveva paura. Osservò le punte degli alberi tremare, contorcersi ma poteva alzarsi più in alto di loro senza difficoltà…

Eva si fece trasportare in alto dalle correnti fino alla pupilla bianca di luna. Si avvicinò all’occhio, lo pizzicò con il suo becco d’uccello e lo spense.

La via scomparve, una casa alla volta, una persona alla volta. In una frazione di secondo tutto si disfece.

 

COSA NE HA DETTO ANGELO GUGLIELMI:

Angelo Guglielmi

Angelo Guglielmi

Se pure fosse una favola – e come le favole ricca di dolcezza ma tinta di corrosiva asprezza – è il più deciso attacco alla realtà da me conosciuto (in letteratura) negli ultimi tempi. E per realtà non intendo solo le casette a schiera (di origine americana) e la tristezza di chi vi abita, ma insieme l’alienazione sociale, l’abolizione del tempo, il romanzo minimalista, il compiacimento della sociologia e anche la fiaba. Tutto questo viene fatto a pezzi e crolla in una catastrofe definitiva senza proroghe o remissione.

La costruzione del dettato narrativo mostra sapienza e equilibrio e dove più spesso la favola ha per implicito (o alluso) il riferimento realistico, qui le dimensioni (il favoloso e il realistico) sono presenti in alternanza creando un equilibrio che non le mette in contrasto ma ne rafforza le specificità.

Le parole sono scelte con ricchezza di vocaboli e senza mostrare ricercatezze fastidiose.

 

COSA NE HA DETTO PAOLA CAPRIOLO:

Paola Capriolo

Paola Capriolo

Nel variegato e interessante panorama delle opere finaliste selezionate dal comitato di lettura in questa edizione del Premio Calvino, ve ne sono due molto diverse per stile e intenzioni e tuttavia accomunate dal fatto di muoversi in una zona di confine nella quale si mescolano “realtà” e favola, narrazione naturalistica e invenzione fantastica. Si tratta de L’interruttore dei sogni di Elisabetta Pierini e di Branchia della giovanissima Martina Renata Prosperi, premiati dalla giuria rispettivamente con una vittoria ex aequo e con una menzione speciale.

LInterruttore dei sogni racconta la vita quotidiana in un moderno e anonimo sobborgo residenziale, con i suoi drammi esistenziali e psicologici che covano sotto la patina della normalità: casalinghe frustrate, coppie in crisi, adolescenti spietatamente immersi nella logica del branco … insomma, una materia che sembrerebbe addirittura predestinata alla forma del romanzo naturalistico; ma Elisabetta Pierini sfugge a questa ovvia soluzione grazie allo sguardo straniante di un personaggio, la piccola Eva, bambina “difficile”, intelligentissima e disadattata, dotata appunto di una sorta di “interruttore” mentale in grado di trasportarla (e il lettore con lei) in una dimensione fantastica, che è contemporaneamente evasione dal mondo e sua trasposizione nel linguaggio nitido ed esemplare della fiaba: una dimensione in cui le bambole parlano, le figure immaginarie convivono con quelle reali su un piano di assoluta parità e la profonda solitudine di Eva, trascurata da un padre assente e da una madre malata di nervi, incapace di integrarsi nell’ambiente dei coetanei, si trasforma in un fitto dialogo con ombre ora amiche, ora minacciose, la cui presenza sembra costituire l’unico antidoto a quel senso di vuoto che grava su di lei come su tutti gli abitanti del quartiere.

Osservata dal punto di vista di questo “altrove”, che entra continuamente in conflitto con la vita reale ma al tempo stesso la illumina di una luce inattesa, la quotidianità svela per così dire la propria ossatura, la nudità dei suoi significati o, più spesso, della sua insensatezza, in una riduzione all’essenziale che coinvolge anche lo stile, scabro e rigoroso, senza concessioni al superfluo; sino alla bellissima scena finale, una sorta di rêverie notturna, fiabesca e insieme disperata in cui Eva, dopo aver visto il proprio mondo di sogni crollare sotto i colpi della realtà, di nuovo riesce a librarsi in volo sulle ali dell’immaginazione e osserva dall’alto le monotone schiere di villette del suo quartiere come una serie di case di bambola, ne scoperchia i tetti, prova a risolvere i drammi e le contraddizioni che albergano cambiando di posto ai vari personaggi, per poi concludere il gioco spegnendo letteralmente la luce (quella della luna) e lasciando sprofondare quel triste microcosmo nel buio di una nullità irrimediabile: “La via scomparve, una casa alla volta, una persona alla volta. In una frazione di secondo tutto si disfece”.

È l’ultimo, rassegnato scatto dell’interruttore dei sogni, sul quale il romanzo si chiude smentendo, se ce ne fosse bisogno, il pregiudizio che vede nella fiaba un genere “consolatorio”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

EUGENIO RASPI e INOX

mercoledì, 29 Giugno 2016

EUGENIO RASPI

EUGENIO RASPI

EUGENIO RASPI vive a Narni, dove è nato nel 1967. Per ventidue anni ha lavorato come tecnico specializzato nella più grande fabbrica di Terni, la Acciai Speciali. Dal 2014, al termine del rapporto di lavoro e in attesa di nuova occupazione, scrive storie.

Finalista al Premio Calvino XXIX con Inox.

 

COSA NE HA DETTO IL COMITATO DI LETTURA:

“Arrivano in fabbrica già scazzati, varcano i cancelli rapidi o lenti a seconda se devono o non devono dare il cambio stabilito delle responsabilità e dall’inquadramento. La portineria dell’Acciai Speciali è un’acquasantiera dove tutti intingono le mani per abitudine, portano il cartellino di plastica sotto le testine della timbratrice, una processione in fila indiana, in religioso silenzio.” L’incipit di questo inusuale romanzo ci immette in medias res e, soprattutto, ci fa cogliere immediatamente l’atmosfera che si respira in fabbrica, non una fabbrica qualunque ma la cattedrale industriale di Terni, che è stata fino a tempi recenti uno dei maggiori produttori mondiali di acciai e che ha visto una complessa vicenda proprietaria, per finire nelle mani della multinazionale tedesca ThyssenKrupp (nel romanzo, con uno scarto rispetto alla realtà, la si fa acquisire, plausibilmente, da un gruppo russo). Naturalmente tutto ciò è stato accompagnato da una decimazione della forza lavoro. Terni in realtà non viene mai citata in Inox, ma sono citati con precisione i suoi luoghi, le sue strade, l’incombere dell’acciaieria che costituisce il fulcro tematico e narrativo del romanzo e, insieme, il suo fulcro psicologico ed esistenziale. Tutto questo, tra l’altro, dà vita a una strana, crudele, ironia: la contrapposizione tra la grandiosità materica dei complessi industriali e la fragilità del loro futuro produttivo come quello di coloro che vi lavorano.

Ciò che rende interessante e davvero originale il romanzo (anche rispetto ad Acciaio di Silvia Avallone, il cui focus è l’amicizia tra le due adolescenti Francesca e Anna) è la narrazione della vita in fabbrica (dentro la fabbrica, ma non solo, come diremo), in una fabbrica come l’acciaieria, tra altiforni, fuoco e rischio costante della vita al minimo errore, una fabbrica che è al centro di molte vite, presenza pervasiva che suscita amore e odio. Riuscito l’intreccio tra la vita delle due coppie di fratelli (anche se inizialmente può apparire un po’ schematico e programmatico il dualismo, nella coppia principale, tra Claudio, l’amministratore delegato, e Sergio, semplice operaio, per quanto con un “ruolo di capobranco”, p. 3), con le loro diverse posizioni, con i loro rapporti con la fabbrica, una fabbrica di oggi, in cui le lotte operaie mirano solo al mantenimento del posto di lavoro, in cui c’è molta diffidenza nei confronti della rappresentanza sindacale. Interessante è poi lo sviluppo delle vicende personali dei singoli personaggi, le cui scelte si intrecciano strettamente alla vita in fabbrica. La narrazione è centrata sui due mesi estivi con un epilogo alla vigilia di Natale. Dapprima un incidente in fabbrica, per fortuna senza gravi conseguenze fisiche per i lavoratori, porterà all’ingiusto spostamento di reparto di uno di loro (Giulio, fratello dell’opportunista Matteo − l’altra coppia di fratelli coprotagonista del romanzo) e al licenziamento da parte della cooperativa addetta alla pulizia di un indiano, Kumar, tra l’indifferenza di tutti. Poi le voci della vendita dello stabilimento ad un magnate russo si concretizzeranno, e si arriverà a una ristrutturazione e al taglio dell’organico.

Il pregio del testo consiste nel presentarci una realtà assai poco raccontata dalla narrativa italiana e nella capacità di cogliere il modo in cui operai, persone tra loro diverse, vivono all’interno di questa realtà, le loro storie all’esterno, la famiglia, i sogni di evasione, la centralità che questa fabbrica ha assunto per l’intera comunità. Molto riuscito è anche nell’ultima parte del romanzo il confrontarsi dei personaggi con la morte, sia quella del padre di Sergio e Claudio (nel corso di una manifestazione in difesa dell’occupazione), sia quella di Kumar, una delle tante − ma non per questo meno individuo − vittime predestinate del nostro sistema sociale.

La lingua, scabra e ricca di tecnicismi che arricchiscono la percezione dell’ambiente, non sempre risulta sintatticamente ed espressivamente fluida. Di certo, è congrua alla materia trattata. La narrazione segue un trend realistico, senza particolari guizzi o impennate stilistiche, a parte l’irrompere dell’io dell’autore nei brani in corsivo che aprono le varie sezioni temporali della vicenda, brani che sembrano denunciare una sorta di autobiografismo: “Lì dentro ormai non c’è più posto per me. È la classica storia d’amore che finisce in odio. E di odio io ne ho davvero tanto senza sapere contro chi rivolgerlo”, come si dice nella pagina di apertura.

 

UN BRANO PER APPREZZARLO:

“Incipit”

Arrivano in fabbrica già scazzati, varcano i cancelli rapidi o lenti a seconda se devono o non devono dare il cambio stabilito dalle responsabilità e dall’inquadramento. La portineria dell’Acciai Speciali è un’acquasantiera dove tutti intingono le mani per abitudine, portano il cartellino di plastica sotto le testine della timbratrice, una processione in fila indiana, in religioso silenzio. Trascinano i piedi fino allo spogliatoio per infilarli negli scarponi antinfortunistici, indossano la tuta e raggiungono i reparti come topi d’appartamento dopo il colpo. Prendono strade diverse e si dileguano dietro un angolo con la speranza di farla franca. Scamperanno anche stavolta alla noia che ti usura, all’obbligo che crea repulsione non appena raggiungi l’officina, la sala controllo, l’impianto di abbattimento fumi o di filtraggio di acque reflue in cui dovranno passare le prossime otto ore.

Sergio Asciutti è uno dei tanti dipendenti dell’Acciai Speciali, è caposquadra al Forno 3 e deve presentarsi in anticipo, un turno sfalsato di mezzora che ti costringe a entrare e uscire da solo…Le cifre in rosso dell’orologio segnano le cinque e zero sei. Albeggia eppure è già tardi. Mentre sua moglie Rita gli versava il caffè, le fette biscottate con la marmellata di ciliegie nel piatto, lui dal bagno borbottava sulla levataccia. Lei fra uno sbadiglio e l’altro cercava di tenere la ciocca castana dietro l’orecchio.

«Ecco la tua solita tiritera ogni volta che fai il primo turno. Come se non ci fossi abituato. Sarò stupida, ma non capisco perché devi entrare mezz’ora prima degli altri se lavorate insieme».

Dopo tanti anni lei non ha ancora presente come funziona lo stabilimento.

«Arrivo prima perché nei trenta minuti iniziali mi rendo conto di cosa ci aspetta e mi organizzo, così quando arrivano gli altri so già cosa gli devo comandare. Non è tanto complicato». Spiegato così è semplice, in realtà non è facile domarli. La sua qualifica di intermedio – non è un impiegato e nemmeno un operaio semplice – gli impone il ruolo di capobranco. «Mi sono rotto i coglioni di vederli arrivare uno dietro l’altro come zombi. Ma che gliela devo far venire io la voglia di lavorare?»

 

GIUSEPPE IMBROGNO e IL PERTURBANTE

mercoledì, 29 Giugno 2016

GIUSEPPE IMBROGNO

GIUSEPPE IMBROGNO

GIUSEPPE IMBROGNO, 40 anni, laurea in filosofia. Oggi si divide tra la passione per la scrittura e il lavoro di progettista sociale, il tennis giocato e guardato, i classici russi, Carrère, Stephen King e le serie TV di David Simon. Vive e lavora a Milano.

Finalista al Premio Calvino XXIX con Il perturbante

 

COSA NE HA DETTO IL COMITATO DI LETTURA:

Un romanzo inusuale, suggestivo e moderno, non senza un lieve tocco di misteriosità, il perturbante del titolo, appunto. Il tema è quello della sempre più perfetta tracciabilità delle nostre esistenze. Non c’è più bisogno della Stasi per spiare la vita degli altri. Non ce ne rendiamo conto, ci illudiamo che così non sia, e ciò non fa che accrescere il disprezzo di Lorenzo − l’algido data analyst, protagonista e narratore della vicenda – per l’uomo comune. Per non dire poi dell’induzione programmata dei nostri comportamenti, in particolare d’acquisto: come si sa, la teologia della merce e del consumo ha trionfato senza più ostacoli né remore…

Lorenzo ama osservare gli altri e fare ipotesi plausibili su di essi sulla base dei dati di cui dispone: a ciò è portato dalla professione e dall’indole: “Il mio esercizio è semplice. Il mio esercizio non ha bisogno di strumenti sofisticati o posti particolari… Può essere ovunque o anche da nessuna parte.” A un certo punto Sergio, un elegante manager cosmopolita, diventa la sua ossessione, un modello, anche, da imitare. Lorenzo vuole sapere tutto di lui, si specchia in lui. Con le sue stesse parole: “Questa storia si riduce alla fine a quella di un uomo, e di un altro uomo. Tu e io, Sergio, tu e io” (p. 99). E’ un’attrazione fatale, una fascinazione dai sottesi tratti omoerotici (e narcisistici): peraltro Lorenzo ha le sue (modeste e strumentali) storie di donne, come Sergio è felicemente sposato e felicemente traditore. La singolarità del romanzo sta nel percorso, ovvero negli step, che Lorenzo compie per ricostruire il profilo di Sergio, con i suoi gusti, i suoi hobby, i suoi viaggi, la sua vita sentimentale: per Lorenzo introdursi sotto copertura nei social è un gioco da ragazzi e così raccoglie le prime tracce di Sergio. Dopodiché attraverso la manomissione di badge, tessere, carte di credito, conti correnti, e frequentando la stessa palestra, gli stessi ristoranti, la stessa rete di supermercati, riesce a farsi un quadro completo del personaggio che insegue. L’autore è efficacissimo nel mettere in campo i mezzi che oggi permettono a quella che potremmo chiamare pirateria informatica, più o meno legale, di conoscere tutto di ogni individuo, in fatto di gusti, comportamenti, propensioni (ovvio, soprattutto alla spesa). Lorenzo si compiace della propria abilità di detective digitale fino a sentirsi un dio onnipotente che può intervenire sulla vita degli altri, modificandola, un dio-zelig, però, che vuole identificarsi col proprio oggetto del desiderio: brama persino di fare l’amore come Sergio e nel sonno invoca la sua donna col nome della moglie di Sergio. Alla fine il cerchio si chiude in modo sorprendente: in una città dell’est, Lorenzo finalmente incontrerà Sergio (immaginando il proprio trionfo), ma solo per scoprire che Sergio era stato in qualche modo il burattinaio della sua delirante e insieme lucida ricerca. E così Lorenzo finirà in una clinica svizzera dove già si trova un suo amico caduto in un’analoga trappola: entrambi hanno voluto superare il limite, per motivi diversi, intervenendo – in solitaria autonomia − nell’esistenza dei loro oggetti di osservazione. Sono diventati inaffidabili per i loro capi o, meglio, per il sistema dell’informazione. Sono venuti meno alla deontologia aziendale, alla deontologia del profitto.

Romanzo, come si è già accennato, che rifiuta di attardarsi sul passato, scritto in una lingua rapida, nervosa, precisa, con numerosi intarsi di neologismi tecnici e di marketing. E’ uno sguardo, quello che pervade il testo, da nouveau roman, tutto puntato sugli oggetti, sulle cose, che espunge qualsiasi fronzolo espressivo. L’autore ha saputo affrontare il non facile argomento attraverso una narrazione coinvolgente innanzitutto sul piano intellettuale, ma che finisce con l’esserlo anche sul piano emotivo. La realtà su cui egli ci affaccia perturba e dà le vertigini.

 

UN BRANO PER APPREZZARLO:

“Incipit”

Il mio esercizio è semplice. Il mio esercizio non ha bisogno di strumenti sofisticati o posti particolari. Mi è sufficiente un luogo pubblico. Frequentato, non troppo affollato… Può essere ovunque e può essere anche da nessuna parte.

Oggi mi trovo all’ingresso di un centro commerciale, periferia sud di Milano. Perfettamente consapevole dei danni che il fumo provoca al sistema cardiovascolare e respiratorio, del comprovato aumento del rischio di tumori e di altre patologie letali, aspiro l’ultimo tiro della mia sigaretta, fin quasi al filtro. Poi ho un’esitazione, il grosso cestino di metallo è lontano un paio di metri. Non lo raggiungo. Getto il mozzicone a terra, lo schiaccio con la suola della scarpa. Non disponendo di statistiche precise in merito ritengo plausibile che il 33% delle mie sigarette concluda la sua breve esistenza in un cestino o in altro apposito contenitore. Le altre finiscono a terra, qualche volta in una pozzanghera…

Entro nel centro commerciale.

Mancano pochi giorni a Natale e non ho nessun impellente motivo per essere qui. Devo fare pochi acquisti, soltanto i regali socialmente necessari, confido che il tutto si possa risolvere nelle prossime due sere trascorse a casa davanti al pc. Spero di non incontrare nessun conoscente, sarebbe difficile spiegare le ragioni della mia presenza, anche chi ricorda a malapena il mio nome sa che detesto il Natale. Nel caso, potrei addurre una motivazione professionale… Nel nostro lavoro raramente ci capita di osservare donne e uomini durante i loro comportamenti di acquisto. Quelli che se ne occupano sono spioni, bassa manovalanza dice Normann, noi trattiamo informazioni di diverso genere, in tutt’altro contesto. Il pensiero che qualcuno, qui, ora, possa riconoscermi, salutarmi, mi rende un po’ nervoso e tuttavia decido di non venir meno ai miei propositi, guadagno la mia posizione preferita, raggiungo il piano superiore, una balconata di vetro, plexiglass e cemento, dalla quale si può osservare tutto. Sotto di me donne, uomini, vecchi, bambini e le loro modalità di consumo e di svago. Mi affaccio dalla balconata.

 

COSA NE HA DETTO NIVA LORENZINI:

NIVA LORENZINI

NIVA LORENZINI

Segnalato con menzione speciale dalla Giuria del Premio Calvino 2016, Il perturbante di Giuseppe Imbrogno affronta il tema della spersonalizzazione e clonazione di vite in un mondo, il nostro, sempre più dominato dal potere occulto della tecnologia, che consente di rendere tracciabili le esistenze attraverso l’accumulo e la registrazione computerizzata di dati e informazioni (“Alle informazioni – secondo un leitmotif del romanzo che potrebbe bene figurare come sottotitolo – non si può scappare, scampare”). Inquietante è da subito anche il titolo, che potrebbe di per sé valere come avvertenza al lettore, quasi una messa in guardia circa il contenuto delle pagine che si troverà a leggere.

Sia o no l’Unheimlich freudiano ad averlo suggerito, il “perturbante” si dà infatti, sulla soglia del racconto, come aggettivo sostantivato che indica smarrimento, perdita di contatto, senza che l’autore offra un qualche appiglio per agevolarne la decifrazione (si tratta di personaggio, evento, elemento del racconto? E chi perturba? Chi viene perturbato?). L’ambiguità invade con precisa intenzione l’intero testo fino dal suo avvio, che si articola su un elenco di microracconti, azioni, gesti, incontri ridotti a ritagli, quasi appunti di un vivere consegnato alla nuda registrazione di dati. Ne è complice la scrittura algida, anestetizzata, strutturalmente in linea con la professione del protagonista, un data analyst di nome Lorenzo che decide di applicare le proprie esperienze di tecnologia digitale a spiare le vite degli altri, alienate dal potere occulto che agisce in nome del dominio della merce e del consumo. Ne consegue una precisissima fenomenologia della spersonalizzazione, che riguarda le stesse descrizioni dei luoghi di una città metropolitana, anonima e frenetica, tra cui ci si muove senza contatto e senza dialogo, come subito si riscontra ad apertura di libro:

È giovedì sera, sono in Corso Buenos Aires, non ho niente da fare, niente da comprare. Cammino lentamente, guardo le vetrine, guardo le persone, camminano sul marciapiede, attraversano la strada, entrano ed escono dai bar, dagli store d’abbigliamento. C’è molta gente sul marciapiede, bisogna stare attenti per non urtare qualcuno, esserne urtati, e i negozi sono quasi tutti vuoti.

Il nuovo flâneur, che pare uscito da un quadro di Hopper con quel suo realismo allucinato e malato, non può abbandonarsi agli incontri casuali che affascinavano Baudelaire a passeggio per Parigi: cerca informazioni, registra dati, finalizza tutto a un progressivo riciclo, che lo porterà a identificarsi lungo il racconto con un elegante manager, Sergio, clonandone ossessivamente abitudini e scelte, fino a mangiare come lui, comperare come lui, fare palestra come lui, amare come lui. Va seguita pagina per pagina, riga per riga, la precisissima descrizione di questo percorso di autocastrazione e sovrapposizione, che espunge ogni particolare superfluo dal ritmo di una scrittura in levare, rapida, nervosa, attenta a registrare fino nei dettagli il flusso di eventi minimi che scorrono lungo un esistere eterodiretto. Un realismo di tipo nuovo si va così realizzando sulla pagina: nuovo anche rispetto ai modi del nouveau roman cui pure si potrebbe imparentare per la focalizzazione di oggetti, cose, esatte nella efficace resa descrittiva. Ma al nouveau roman interessava la resa fenomenologica del dato: qui è l’informazione, appunto, a sostituirlo, che depotenzia qualsiasi oggettività in vista di una colonizzazione non solo del sentire ma dello stesso esistere di cose e persone funzionali alle leggi del mercato (“noi produciamo informazioni” – “leggiamo informazioni” – è refrain ricorrente tra le pagine). In evidenza, a quel punto, può restare solo la superficie degli eventi, una superficie senza profondità, senza recuperi memoriali, dove diviene superfluo l’interrogarsi sul senso di ciò che accade e sulla stessa distinzione tra realtà e finzione. Si legge a p. 43 del romanzo:

Sprecare il tempo o addirittura sprecare la propria esistenza sono frasi e concetti che vengono utilizzati unicamente da chi non ha capito come funziona il mondo, quelli che pensano che ci sia in noi qualcosa come un potenziale da realizzare. La realtà dura e deresponsabilizzante è che ci sono solo informazioni da produrre e raccogliere, infinite in un tempo finito, per cui, di fatto, nulla e nessuno si può mai realizzare.

Ma se si arriva nei pressi di quella domanda sul senso dell’esistere, può capitare all’incubo freddo che pervade la trama di trovarsi a un passo dallo svelamento. Certo la realtà su cui il romanzo ci affaccia “perturba e dà le vertigini”, come concludeva la scheda approntata dal Comitato di Lettura per la presentazione del romanzo, richiamandosi a quel titolo che, di pagina in pagina, resta appuntato come un’insegna sul peregrinare anonimo di personaggi in transito tra supermercati, ristoranti, palestre, sale di cinematografo, i non-luoghi dello spazio urbano che si percorre in perfetto isolamento. Ma poi lo sviluppo diegetico, attentamente controllato e pilotato, trascina con sé l’attesa di uno svelamento cui si accennava, che sfocia alla fine in un colpo di scena, punto di arrivo per molti aspetti inatteso della quête che non espunge richiami alla grande tradizione del romanzo modernista europeo, tra cliniche svizzere e sanatori che esorcizzano, da Thomas Mann in poi, le problematiche del progresso, attualizzando insieme l’alienazione dell’Homo faber di Max Frisch verso esiti da terzo millennio. E in una clinica svizzera, per l’appunto, finisce Lorenzo, punito, con la complicità e la responsabilità del suo stesso alter-ego, quel Sergio in cui si era pienamente identificato per aver travalicato le regole del suo incarico, interferendo nella vita del suo oggetto di osservazione. Non ammette deroghe la deontologia del mercato: questa, da ultimo, la morale della favola.