Tra le 1251 proposte giunte al concorso 40 sono state le prescelte. Più delle 30 previste, in primo luogo perché i partecipanti hanno superato di oltre un terzo quelli dello scorso anno, ma soprattutto perché tanti erano gli incipit interessanti e tanti gli aspetti toccati. Abbiamo cercato di disegnare un ventaglio variegato per temi, età, maschile/femminile, sempre naturalmente sul cardine della qualità della scrittura, mettendo a punto una sorta di mappa di ciò che oggi genera inquietudine: invece della seicentesca carte du tendre, una carta dell’inquietudine dei nostri tempi, dove le intermittenze del cuore hanno peraltro, a quanto affiora dal nostro campione, poco spazio.
Ma occorre una premessa. Il campo suggerito quest’anno dal titolo del call, “Racconti di inquietudine”, era ampio e insidiosamente contiguo a quello dell’inquietante. Si tratta, tuttavia, di due insiemi concettuali, emozionali ed esperienziali diversi, pur se i confini tra di essi non si possono tagliare con l’accetta e pur se è innegabile che l’inquietante possa generare inquietudine… E così molti concorrenti hanno preso le mosse da una soglia perigliosa, facendo prevalere l’elemento weird o anche buttandosi decisamente nel fascinoso mondo dello strano, del fantastico, del futuribile (a cui avevamo già dedicato i due call di “Oltre il velo del reale”). Tipico argomento a cavallo dei due campi si è rivelato quello dell’intelligenza artificiale generatrice di servizi alla persona e di testi. Per quanto riguarda i primi siamo solo agli inizi, ma si può già intravedere quali ne possano essere le conseguenze sulla capacità di iniziativa e il sentimento del sé dei singoli; per quanto riguarda, invece, la creazione di testi, già adesso ci si pone inevitabilmente la domanda gravida di spaesanti implicazioni sull’insostituibilità della mente umana. Tutto ciò genera precarietà psicologica, inquietudine circa i nostri destini di soggetti autonomi e creativi. E su queste tracce si sono mossi in parecchi. L’orizzonte del fine vita e della perdita di indipendenza che con l’avanzare del tempo può farsi devastante per il sé non poteva mancare in un’epoca di invecchiamento di massa: ne emerge un rapporto ambivalente rispetto alle terapie (mi salvano o mi condannano?). Tra i riflessi dell’attualità, l’insicurezza emotiva del migrante alle frontiere o la nostalgia per i luoghi lasciati; o, ancora, il tema profondamente sentito della natura offesa che induce nelle menti un senso di fine, non solo dell’individuo, ma totale; o l’assediante globalizzazione che sospinge all’utopia impossibile del recupero di tradizioni perdute (magari immaginate: si pensi alle pratiche di invenzione della tradizione). Un rapporto solare con l’ambiente circostante e con la natura non appare certamente all’ordine del giorno: ovunque si intravedono crepe e faglie. E in questo solco si muovono gli svariati embrioni narrativi che si pongono dal punto di vista degli esseri animali o che su di loro si focalizzano, e così pure gli spunti di caccia (più d’uno!). Topos, quest’ultimo, che si presta poi in particolare a indagare il maschile nelle sue varie declinazioni, dalla più grezza e proterva a quella esitante e incerta della fase adolescenziale di formazione. Anche il femminile – nel suo costituirsi biologico, nel suo interrogarsi e nelle sue crisi legate al corpo, o all’adultità e alla solitudine che spesso l’accompagna – trova amplissimo spazio nel materiale esaminato. Ma al cuore della nostra mappa sta indubbiamente la famiglia mononucleare o monoparentale di oggi con le relazioni complesse che la caratterizzano, insieme alle case e agli appartamenti in cui si vive – luoghi avvertiti come soffocanti: incontriamo coppie che convivono senza amarsi, nel vuoto, genitori e figli che non si comprendono e si respingono pur senza volerlo, ma anche padri alla ricerca di una paternità innovativa. È come se questi rapporti ne assorbissero ogni altro, come se l’intero mondo affettivo, o disaffettivo, fosse concentrato nel nucleo duro di una costellazione umana peraltro disastrata. Parrebbe una contraddizione: magnetismo di tale costrutto da una parte e sua disfunzione dall’altra.
Ricapitolando la mappa dell’inquietudine che si è venuta disegnando (lo ribadiamo, sulla scorta del nostro campione): famiglia (o quel che resta di essa) e casa come scene primarie di questo stato d’animo, in stretto intreccio con un senso sofferto e precario del maschile e del femminile e tutt’attorno un mondo che sembra sfuggire alla presa e assumere tratti indefinibili ed elusivi. C’è da notare che non parrebbe tanto trattarsi di inquietudine, quanto di disagio. L’inquietudine come ricerca, interiore o proiettata sull’esterno, stenta a comparire: l’orizzonte si profila chiuso. Certo, qualche guizzo avventuroso qua e là fa capolino, ma come di soppiatto: e ben venga. Come ben venga qualche irruzione streghesca per infrangere la rete della quotidianità; ma le streghe, com’è noto, concernono le donne. E gli uomini a cosa/chi possono fare appello?
Attendiamo con grande curiosità di leggere i racconti completi per verificare e arricchire la nostra ipotetica mappa. Le sorprese certamente non mancheranno: ci farà piacere esserne spiazzati.
Mario Marchetti



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