call racconti 2026

Call per racconti – Ottava edizione: i vincitori

sabato, 23 Maggio 2026

Sabato 16 maggio al Salone del Libro di Torino si è svolta la premiazione del call per la narrativa breve indetto per il 2026 dal Premio Calvino. Sono stati presentati i dodici racconti finalisti e si sono annunciati i due vincitori: uno selezionato dalla giuria tecnica (composta da Monica Acito, Isabella Ferretti, Francesca Mancini, Andrea Pagliardi, Franco Pezzini), uno scelto dal pubblico, che ha potuto votare sul sito dell’“Indice dei Libri del Mese”. L’incontro è stato preceduto da colloqui di orientamento con gli autori finalisti tenuti dai membri del Direttivo, colloqui bisogna dire reciprocamente produttivi e interessanti. Siamo stati colpiti dalla consapevolezza letteraria e narrativa di autori e autrici e anche dall’attenzione da loro posta alle nostre indicazioni, peraltro liberamente recepite e interpretate. Sarebbe certo una pratica da rafforzare. Vedremo eventuali modi e tempi.

La Giuria ha premiato il racconto Geometria dell’abbandono di Gianluca Ingaramo. Questa la motivazione:

La Giuria del Call per la narrativa breve “Racconti di inquietudine”, organizzato dal Premio Calvino insieme alla rivista “L’Indice dei Libri del Mese” e al Book Pride, preso atto della qualità complessiva dei racconti pervenuti, decide di assegnare il premio a Geometria dell’abbandono di Gianluca Ingaramo.

Ciò che rende notevole il racconto è la capacità di trasformare l’abbandono in vera e propria legge fisico-narrativa, quasi relativistica: come la massa curva lo spazio-tempo, così la presenza affettiva – e il suo progressivo venir meno – modella distanze, misure e corridoi di senso, dilatando lo spazio domestico fino a renderlo sconfinato. L’invenzione, insieme limpida e squisitamente inquietante, è retta da una scrittura precisa, capace di lavorare per immagini senza cadere nell’eccesso, e da una pregevole coerenza strutturale. La casa diventa il luogo dell’amore disincarnato, il campo della rarefazione del legame, e la prosa riesce a tenere insieme rigore e vertigine, logica e dolore. Colpisce l’equilibrio del testo e la tenuta dell’affabulazione, che si nutre del non detto e ne fa materia incandescente, sostenuta da ritmo, simboli e tensione. Emerge una riflessione intensa e vivida sull’allontanamento come processo costante, e il testo di Ingaramo ci dice qualcosa di netto e inafferrabile: ci dice che l’abbandono non accade una volta sola, ma continua all’infinito.


Il premio del pubblico è andato invece a I malipensieri di Susanna Dell’Aquila. Il racconto si regge su un’essenziale intuizione di fondo: che l’invisibile abbia bisogno di farsi materia per essere creduto e che quella materia debba restare domestica e palpabile. In una cucina scura del Sud eterno, la vecchia Filomena versa gocce d’olio in un piatto colmo d’acqua per diagnosticare il malocchio che la perseguita: una sorta di quadro di genere narrato con una scrittura densa e materica di sonorità meridionale – la pelle della vecchia come “pellicola del latte bollito”, gli occhi come “scaglie di selce nera” – che presenta il soprannaturale con una straordinaria concretezza tattile. Nella scena perfettamente dettagliata anche una nonna e una nipotina che ricorderà turbata quel mondo di pratiche arcaiche.

Ringraziamo ancora una volta gli autori per aver partecipato, e ricordiamo che sul numero di giugno dell’“Indice dei Libri del Mese” comparirà uno speciale dedicato all’inquietudine, che includerà anche i due racconti vincitori.


Di seguito il commento del presidente Mario Marchetti.

La proposta del call “Racconti di inquietudine” è stata accolta con notevole interesse, si direbbe con entusiasmo, dai concorrenti. Del nostro ventaglio di suggerimenti – inquietudine spirituale e fisica, tecnologica e intellettuale, fantastica e immaginaria,  futuribile ed ecologica; inquietudine come spinta alla ricerca, come voglia di avventura, come desiderio di cambiamento, come insofferenza per lo stato di cose presente, come disorientamento di fronte all’irrompere del nuovo – si sono colti o sentiti come coinvolgenti essenzialmente l’insofferenza e il disorientamento nei confronti della realtà circostante e della prossimità – gli altri, i famigliari, l’organizzazione della quotidianità e del lavoro, le istituzioni – vissute come generatrici di inquietudine se non spesso come soffocanti, ma anche nei confronti della propria stessa realtà individuale – malattie, invecchiamento. Le ombre prevalgono di gran lunga sulle luci, assumendo talora tratti inquietanti, tangenti a un horror soffice. L’inquietudine come ricerca, come voglia di avventura o di cambiamento ha raccolto ben pochi adepti. Un Julien Sorel, l’intramontabile eroe stendhaliano, che inerpicato su un albero legge Il memoriale di Sant’Elena facendo sogni di gloria è ormai impensabile e, d’altronde, il mondo si è fatto piccolo: e non possiamo neppure pensare a un Edmund Halley che giovanissimo parte per i mari del Sud per cartografare le stelle dell’emisfero australe (si veda il recentissimo e bel romanzo Il viaggiatore breve, non a caso proiettato nel passato). L’umore del tempo, a quanto pare – ma ne eravamo consapevoli – è un altro, e non a caso; e chi ha scritto ce l’ha ricordato. Si tratta, come sempre, di un rapporto biunivoco: noi offriamo uno stimolo a scrivere e gli scriventi ci rammentano come stanno le cose o, piuttosto, come queste appaiono loro.

Ma veniamo ai racconti finalisti. Un nucleo tematico che ha visto numerosi affiliati, tanto più se si prende in considerazione l’intero corpus dei 40 semifinalisti, è indubbiamente quello della casa – o, meglio, dell’appartamento – e della famiglia. La parola appartamento, in effetti, evoca più immediatamente, con la sua sfumatura di separatezza e isolamento, l’attuale configurazione molecolare della cellula sociale di base. In Piccoli aggiustamenti strutturali di Davide Bosello si esprime simbolicamente, con scrittura fredda e impeccabile, il senso di soffocamento che tale istituzione può indurre, mettendone in scena una sorta di crudele soluzione finale. In un’atmosfera surreale, un padre amante dell’ordine, e che non desidera essere inquietato, riduce la moglie a un cubo strisciante sensorialmente sigillato e mura il figlio in una stanza da bagno con destinazione d’uso evidentemente variata. Chiusa la produttiva giornata di lavoro potrà finalmente assidersi a tavola soddisfatto. A sua volta in Geometria dell’abbandono di Gianluca Ingaramo la fisica di un matrimonio instabile si materializza nelle variazioni che vive l’appartamento. Lo spazio si allarga e si restringe, si verificano crolli, il letto matrimoniale diventa un arcipelago alla deriva. L’architettura si mostra maligna e si nutre del non detto. Quando tutto pare acquietarsi, nuovi segnali compaiono, le parole prendono a giungere con un sia pur minimo ritardo. Non c’è via d’uscita. Perfetta l’oggettivazione delle ossessioni e dei sentimenti all’interno della coppia. Altri racconti spostano il fuoco sul bambino preadolescente e sul sistema valoriale a cui viene avviato. In un paio di testi questa vena si mescola con quella della sofferenza animale: diventare adulti significa, tra l’altro, sapere infliggere dolore al vivente. Nei Cacciatori di Alessandro Padovani, in un contesto ridotto abilmente ai suoi elementi essenziali – una casa isolata, una madre e un figlio ragazzino, ma manca un padre –, una sera buia bussano alla porta due uomini di palese esperienza testimoniata dalla barba di uno e dalla cicatrice dell’altro. I fucili che indossano magnetizzano il ragazzino che finirà con l’essere messo alla prova della caccia, ovvero dell’adultità e della virilità. Ma non sarà facile. In Lenze di Juri Secli il bambino che fu il protagonista viene da questo evocato mentre, ormai esistenzialmente alla deriva, si trova seduto su una panchina, si presume di fronte al mare, e vede un bambino che inciampa e cade nella sabbia. La madeleine che mette in moto la memoria è l’epiteto “minchione” che gli affiora subito alla bocca con lo stesso sprezzo del padre verso di lui quando, da piccolo, non si era dimostrato capace di abbattere un polpo. Adesso, trent’anni dopo, è solo, con lo sguardo sperso, sotto la minaccia di un perturbante occhio di piccione. Un altro racconto di formazione o, per la precisione, di desistenza è Tu di Alessandra Peluzzi, in cui a parlare è una voce misteriosa (da dove proviene?) che si rivolge al ragazzino protagonista, cifotico e bullizzato. La voce lo conforta (il suo zaino-trolley è se mai un segno di originalità, e non di derisione) e lo accompagna nella notte in un prato di periferia a seppellire il suo criceto e, forse, a lasciarsi definitivamente andare. Struggente senza sentimentalismo. Ancora un bambino – questa volta fuori scena – in La corsa di Matilde Romeo, chiave di volta di una triangolazione con una madre carcerata di ambiente criminoso e un magistrato che deve decidere sulla decadenza della responsabilità genitoriale. Il ricatto – nomi in cambio del bambino – non funziona. La donna non accetta: conosce sé stessa e il suo passato di perenne fuga e paura, e non lo vuole per il figlio; meglio cederlo a una nuova famiglia. Duro e impietoso, profondamente umano. E arriviamo a un altro motivo ispiratore, legato all’epoca dell’invecchiamento di massa in cui stiamo vivendo: da una parte le patologie invalidanti, dall’altra l’inquieto timore di essere scalzati dalle nuove generazioni. La donazione di Costantino, ingegnoso pezzo di bravura di Matteo Fachechi, ci immette nel secondo orizzonte citato. Potremmo definirlo un campus tale, in cui vediamo schierati, gli uni contro gli altri, relativamente giovani dottorandi e accademici sulla soglia della pensione. I cosiddetti giovani ordiscono un piano arzigogolato per mettere fuori gioco i vecchi e sostituirli. E ci riescono: l’antico congegno vitale di entrambi i vegliardi smetterà di funzionare. Puro umorismo nero al servizio di maneggi tipici dei giorni nostri, ma non solo. Con Prima della seconda lettera di Roberta Siciliano entriamo nel terreno drammatico della perdita di autonomia. Qui la voce narrante è quella interiore, lucida, di una donna anziana, un’ex insegnante “pignola”, gravemente segnata da una sclerosi multipla. Riesce a fatica a indicare con l’indice della mano destra delle lettere su un alfabeto plastificato. Ma per i sani – la figlia, il medico – il tempo dell’attesa è intollerabile e lo riempiono, scegliendo loro come completare le parole e l’anziana non può che accondiscendere: rinuncia, dunque, e sconforto. Immancabile, com’è naturale, il segnacolo del momento, l’IA, vista da diverse angolature, con i suoi effetti percepiti, di massima, come psicologicamente e socialmente disturbanti. LLM Bovary di Davide Martirani sviluppa un’intrigante narrazione/ragionamento che erode con acribia i confini tra scrittore come soggetto umano e scrittore come soggetto artificiale. Detto questo, resta per entrambi il problema di farsi leggere nell’ammasso dei manoscritti circolanti e di ricevere un riscontro non ingabbiato nella serialità. Chi scrive finisce così col rispecchiarsi in un’illusa e velleitaria Bovary, non importa se elettronica o di carne. Il passo verso la condizione/sensazione di nullità è breve. In Otto noci di Elena Di Maio, Edo, improvvisamente privo – per un guasto – dei servizi di Jarvis, il suo assistente virtuale, non ricorda se a colazione preferisce il porridge di avena o il bacon. Non riesce neppure a risolvere una semplice sfida logica affiorata dal passato: il suo pensiero si ingarbuglia. Jarvis, tornato attivo, troverà, fulmineo, la soluzione. A Edo non resterà che accettare lo scacco della sua intelligenza e affidarsi alle cure premurose dell’assistente che gli servirà un porridge (era questa, dunque, l’opzione giusta!). Una ben riuscita narrativizzazione del tema. In Reperti umani di Angelo Dilengite irrompe l’algoritmo che eterodirige l’attività dei rider. Il protagonista, esodato dalla sua attività di programmatore informatico, vittima di tagli ottimizzanti, si ritrova a svolgere il classico lavoro odierno dei disperati e diventa tutt’uno con la sua bici e con il pedalare, sullo sfondo di quartieri e caseggiati anonimi. Si gratifica con vendette immaginarie. Un incidente lo ridurrà poi a un reperto – degno di essere collezionato a futura memoria – dell’epoca della grande sostituzione dei lavoratori cognitivi. Un’idea inventiva e ironica, un racconto ricco e movimentato con qualche pennellata trash. Ed eccoci infine all’ultimo tassello del nostro mosaico, I malipensieri di Susanna Dell’Aquila, che ci immerge in un eterno Sud di devozione e superstizione, di malocchio e riti per diagnosticarlo versando gocce d’olio in un piatto bianco colmo d’acqua. In una cucina scura ci sono una nonna, una vecchia e infida comare e una bambina che ricorderà quel mondo di rudimentale magia e lo narrerà ancora turbata. E il lettore, pur consapevole, non può non provare un brivido straniante di fronte alle pratiche arcane evocate. Una storia densa e avvincente.

E per noi, al termine della lettura, come avevamo già osservato lo scorso anno, resta una lezione sulla complessità dell’immaginario e la molteplicità delle prospettive. E anche sulla molteplicità delle interpretazioni. L’inquietudine non è, palesemente, una formula matematica, e non segue una prevedibile sequenza logica: affonda le sue radici nel vissuto di ciascuno.    

Mario Marchetti