Giurie

MEMORIE DEL PREMIO CALVARIO di Pierpaolo Vettori

mercoledì, 14 Dicembre 2011

Le porte della follia si spalancano e riversano urla incomprensibili nella cornetta del mio telefono.

– HO GIA’ DETTO A TUTTI CHE HAI VINTO IL PREMIO CAVOUR PER CUI VEDI DI FARMI FARE UNA BELLA FIGURA!

– Mamma! A parte il fatto che sono le cinque del mattino, io NON ho vinto il Premio Cavour, sono FINALISTA al Premio Calvino. E poi, ti avevo chiesto di non dirlo a nessuno.

– Massì, Cavour, Calvino, è la stessa roba. Piuttosto hai pensato a cosa metterti?

– La premiazione è tra due mesi!!!

– Ecco, hai quindi tutto il tempo per non fare la figura del mezzo scemo.

Riattacco.

Mia moglie si gira verso di me con una faccia che esprime una saggezza millenaria.

– Non è che adesso andiamo avanti due mesi ad attacchi di panico con ‘sta storia del Calvino?

– Figurati, – rispondo sorridendo mentre già avverto i primi sintomi della febbre gialla.

Poche cose sono all’altezza del Premio Calvino nella mia scala di valori: vincere i mondiali segnando un goal in rovesciata, un camion carico di birre che sbanda e finisce sul mio giardino, i Beatles e poco altro. Dovrei quindi essere al settimo cielo.

FI – NA – LIS – TA!

Bello, senti come riempie la bocca. Non potrei desiderare nulla di più.

Se solo fossi una persona normale.

Ma io soffro di una serie molteplice e inestricabile di sintomi psicosomatici che vanno dalla colite alle visioni mistiche passando per l’alluce valgo e il piede caprino.

Arriverò mai al 16 aprile?

Certo che ci arrivo. Innanzitutto, dopo tre giorni mi sono abituato a essere un finalista e comincio a pensare in grande. Voglio vincere. Alterno titanismo e vittimismo. Penso di farmi fare un busto di bronzo ad altezza naturale mentre stringo la statuetta del premio ( lo confondo un po’ con gli Oscar) oppure mi vedo premiato a Scherzi a Parte. Mia moglie medita il divorzio o il trattamento sanitario obbligatorio.

Meno male che arriva il giorno della premiazione.

Mi dicono di arrivare un po’ prima così ci possiamo conoscere e fare due chiacchiere. Per sicurezza mi aggiro intorno al Circolo dei Lettori già da fine marzo. Arrivato il gran giorno però ho una botta di insicurezza e mi chiedo se arrivare puntuale non faccia troppo provinciale. Così decido astutamente di arrivare in ritardo sull’anticipo che mi ero prefisso. Il concetto è un po’ complicato, lo so, ma nessuno vi aveva detto che entrare nella mia mente sarebbe stato semplice.

In pratica arrivo venti minuti prima.

Non c’è ancora nessuno e io decido di fissare intensamente le persone sperando che i loro tratti somatici mi rivelino una qualche appartenenza al Calvino. Il più calvinista di tutti mi sembra un ragazzo col pizzetto che però è il barista del Circolo. Poco male, conoscere baristi è sempre utile. Alla fine incontro un tipo simpatico che sorseggia un bicchiere d’acqua. E’ Bortoluzzi, quello della “Contorsionista ride”. Scherziamo un po’ sul fatto che siamo tutti del nordest ( io sono un meticcio ) e si aggrega a noi anche Mariapia Veladiano. Mentre si ride e si scherza ci danno una cartellina blu che noi apriamo a cuor leggero mentre si ciàcola.

Ma come? C’è già scritto come va a finire. Vince Veladiano, secondo Savarese, terzo Bortoluzzi per un’incollatura e io neanche medaglia di cartone! In più non posso neanche odiarli perché adesso li conosco e mi sono simpatici!

Mi avvio mestamente a sedere con Bortoluzzi che mi da delle paterne pacche sulla spalla. C’è già passato. Ha un pelo sullo stomaco lungo così.

Comincia la cerimonia e, dopo un’ora, la giuria non ha ancora nominato il mio romanzo.

( nota per me stesso: arrivato a casa bruciare in un rogo purificatore i romanzi dei giurati).

Alla fine, una bellissima donna bionda probabilmente in odore di santità, prende il microfono e parla benissimo del mio libro. Quella tipa è un genio. Mi chiedo perché non le abbiano ancora assegnato un Nobel. Comunque, mi rassereno.

( nota per me stesso: recuperare le ceneri dei romanzi dati alle fiamme e provare a rincollarli).

Quando la cerimonia finisce ho più o meno venti minuti di autonomia fisica e mentale. Mia moglie mi raggiunge con aria sconvolta. Non trova più mia madre!

L’immagine di Gianrico Carofiglio legato e imbavagliato alle prese con un’anziana signora armata di taglierino mi invade il campo visivo. Immagino mia madre mostrargli l’orecchio mozzato della Parrella e sibilare: “Non hai fatto vincere mio figlio. Adesso tocca a te. Gli altri due me li lavoro in seguito”.

Fortunatamente la recuperiamo mentre si abbuffa di pizzette e spumante nella saletta adiacente. La leghiamo alla bell’e meglio e la portiamo fuori avvolta in un tappeto per non dare nell’occhio.

Saliamo in auto e ci accasciamo sui sedili meditando sulla caducità delle cose di questo mondo.

– Altro che Premio Calvino, – dice mia moglie liberando l’ostaggio, – questo è il Premio Calvario!

Io annuisco, metto in moto e penso: “Non finisce qui. L’anno prossimo si ripartecipa e si vince sicuro”.

Basta il pensiero per mettere in moto tutta la complessa sintomatologia del Morbo di Bombergerstein, tuttora ignoto alla scienza medica ma in me già attivo da tempo.

Mia madre si toglie il bavaglio, si ricompone e dice: ”Bello ‘sto premio Cavour, peccato che lui non c’era”.