Antologia finalisti XXVI

LE PIENE DI GRAZIA di CARMEN TOTARO

giovedì, 25 Aprile 2013

Maria Novella nel bosco

Convinta di non scaldarsi inizia il riscaldamento. Il caldo arriva in una forma tenue, come un’ovatta. Poi come un piumaggio arruffato, da pulcino. E un’onda tiepida si sprigiona da una specie di cratere interno al petto e rimescola il suo sangue, la fa pizzicare: dita, faccia, orecchie. L’onda passa attraverso il naso. La patina di muffa si asciuga e un odore dolciastro, di vegetazione marcescente investe l’olfatto. Pare un tripudio di vita, ma non lo è, è decomposizione. È qualcosa che infradicia i tronchi e le cortecce, che ammorba e appesantisce il fogliame. Un manto dal sembiante di muschio che non si stacca da dove ha attecchito e non fa mostra dell’esercito di larve e formiche al lavoro sotto le scorze. Nella sostanza: un sudario.
Maria Novella inizia a correre su un pezzo di sentiero che s’inoltra nel bosco. Quando le aggrada abbandona il sentiero e corre in mezzo ai cerri. Fende lo spazio tra loro, sterza di colpo. Fa girotondi intorno ai fusti più grossi col braccio teso. Finge di finire addosso ai cerri, frena. A un tratto le gira la testa e allora sono i fusti a mettersi in fila e a venirle addosso.
Maria Novella vede un muro di legno alto e grigio. Non rallenta. Si precipita sul muro come presa dalla smania giovanile dello schianto. Il muro ha solchi visibili e profondi che mano a mano si dilatano. Dai solchi, dai legni cavi, soffia un vento glaciale che respinge quel che osa andargli incontro. Ma niente da fare.
La parete di cerro è un’illusione atmosferica, uno scherzo della luce fioca, una superficie cangiante che basta toccare per scioglierla di colpo, per ridurla di dimensioni. Al momento decisivo, a un soffio dall’impatto, gli alberi rompono le righe, riprendono l’abituale distanza tra loro e sgombrano la via agli animali e agli umani di passaggio.