Diari

Luca Mercadante, Presunzione

mercoledì, 26 luglio 2017

La pentola di spaghetti ancora da colare mi è caduta addosso pochi minuti dopo la notizia. Finalista al Calvino, ma anche: grave incidente domestico. Più tardi ho depennato mentalmente le due voci dalla lista: cose da fare nei miei secondi quarant’anni.

Portavo il pentolone al lavello e sono scivolato, schiena a terra, sotto gli occhi di Ellen e (da non crederci) c’è stato un istante intercorso fra l’inizio dello scivolare all’indietro e il contatto dell’acqua bollente con le mie braccia e il corpo, durante il quale mi è passata davanti agli occhi la scena di quando avevamo progettato la cucina con l’aiuto di un’addetta dell’Ikea che ci aveva anche stampato un’anteprima.

Non è che sono troppo lontani? aveva detto Ellen.

Teneva l’indice e il medio a compasso sulla stampa. Con un dito toccava il punto dove avevo fatto inserire i fuochi, con l’altro il lavello.

Giusta obiezione, a conti fatti. Però lo aveva detto in quella strana maniera che usano loro scandinavi, come se la priorità “non creare conflitti” fosse radicata nella loro costruzione della frase: soggetto, abbassare il conflitto, predicato e complemento oggetto.

Mica? Non credi? Pensi sia giusto? Stavo ragionando…

Siamo una coppia conflitti-free grazie a lei, ma mi sono rimediato una scottatura che va dalle avanbraccia alle spalle e parte del petto. Di positivo c’era solo che nostro figlio era al campeggio coi boyscout e anche che mancava l’acqua dal giorno prima, quindi avevamo riempito la vasca. Per entrarci con il busto e le braccia, mi ci sono tuffato alla Fantozzi, con un movimento tipo salto in alto.

Ho smesso di urlare mentre gli spaghetti si adagiavano sul fondo della vasca.

Non pensi, mi ha detto Ellen, che dovremmo andare al Pronto Soccorso?

Ellen. Sono sicuro che quando mi lascerà, portandosi via nostro figlio, mi dirà una cosa tipo: Pensi sia giusto che io ti ami per sempre? Oppure: Mica avevi pensato che avremmo vissuto per sempre insieme?

Intanto rieccola con la sua strana convinzione che gli ospedali siano la soluzione. Io invece lo so che sono solo l’inizio del problema.

Però tutto ha cominciato a farmi davvero male. Un dolore dello stesso tipo di quello ai denti, che vorresti strapparteli.

Solo che è alla pelle, e vorresti strappartela.

All’accettazione mi hanno fatto saltare la fila e dato antidolorifici e antibiotici e mi hanno detto che non era un’ustione davvero grave grave, era solo grave. Poi mi hanno dato anche un calmante, perché non la smettevo di sbraitare.

I miei occhi hanno avvertito subito il sonno in arrivo. Ellen mi ha accarezzato i capelli per qualche minuto. Le ho chiesto di leggermi i nomi degli altri finalisti e anche le poche informazioni che si potevano reperire sul sito. Mi ha detto che c’erano altri due dell’area napoletana.

Mi sono spazientito. Che noia, ho detto, siamo ovunque, diciamo tutti le stesse cose, tutti che vogliamo fare il romanzo con la camorra, ma che non sia il solito romanzo sulla camorra.

Ellen ha smesso di accarezzarmi e si è sistemata sulla sedia che sarebbe stata il suo giaciglio per la notte.

Non devi preoccuparti, mi ha detto, in Italia per gli scrittori napoletani funziona alla stessa maniera di come funziona negli Stati Uniti per gli scrittori ebrei: c’è sempre spazio per uno nuovo, l’importante è che non sia davvero diverso da tutti gli altri. Siete il tabellone dei gelati della narrativa estiva.

Come è umana lei. Somiglia tutta a mia madre.

Spero sia capitato anche a loro qualcosa di brutto, ho detto.

Lei ha sorriso.

Agli altri finalisti napoletani?

No, no. Ho detto mentre mi addormentavo per davvero. A tutti. Spero sia capitato qualcosa anche a tutti gli altri finalisti. Magari non grave grave, ma grave.