Diari

LORETA MINUTILLI – COSA INDOSSERÒ ALLA PREMIAZIONE?

lunedì, 23 luglio 2018

Ho sempre avuto uno strano rapporto con l’abbigliamento.

A quattro o cinque anni, prima di uscire di casa dovevo assicurarmi di essere vestita come una

principessa. Gli elementi fondamentali del mio outfit erano una gonna che svolazzasse in un cerchio se giravo su me stessa, una borsetta piena di strass e un’indefinita quantità di collane, braccialetti e ninnoli di plastica. Nonostante i comprensibili sforzi dei miei parenti per conciarmi in modo più sobrio, avrei rifiutato di muovere un passo nel mondo esterno senza sentirmi adeguatamente sontuosa. Ci sono poi stati gli anni della prima adolescenza, in cui mi convinsi, quasi da un giorno all’altro, che l’attenzione ai vestiti non si confacesse alla figura di intellettuale tormentata che aspiravo a diventare. Così smisi di occuparmi di quello che indossavo, un po’ per snobismo, un po’ perché in fondo temevo di rendermi ridicola, di non essere abbastanza carina per sfoggiare gli accessori che mi piacevano. Poi sono cresciuta, ho deciso che la possibilità di essere ridicola non mi dispiaceva poi troppo e ho ripreso a fermarmi davanti alle vetrine dei negozi di abbigliamento, a indossare gonne e fiocchetti e a ignorare ogni possibile sguardo critico.

 

Curiosamente, la parabola del mio rapporto con i vestiti coincide grosso modo con il percorso delle mie velleità letterarie.

Avevo circa sei anni quando ho deciso che da grande sarei diventata una scrittrice famosa. Essere una scrittrice non mi bastava, dovevo avere anche la gloria – a volte specificavo anche, famosa in tutto il mondo. Da bambina volevo scrivere le cose che leggevo: libri d’avventura, storie fantastiche. Passavo pomeriggi a deciderne gli intrecci e a delinearne i personaggi. Poi, più o meno quando ho smesso di agghindarmi come una madonnella prima di uscire di casa, ho attraversato uno strano periodo in cui scrivevo solo liste: di nomi, di oggetti, di piante. Costruivo interi alberi genealogici per famiglie sulle quali non avrei mai scritto una riga. Iniziavo splendidi romanzi fantasy di cui oggi mi restano due paragrafi in una lunga serie di file word da meno di 20 kbyte ciascuno. È stato anche il periodo in cui ho iniziato a scrivere racconti, attività decisamente meno spaventosa a cui dedicarsi, e ad inviarli a qualche concorso letterario. Non avevo la costanza né la determinazione necessarie a portare avanti un progetto più impegnativo. Solo quando mi sono iscritta all’università e il mio armadio si è riempito di gonne a balze e fascette per capelli ho deciso che, per la prima volta, non avrei permesso né alla sensazione di inadeguatezza né al desiderio di rincorrere altre idee di ostacolare la storia che avevo appena iniziato.

Così, per la prima volta, ho scritto un romanzo. Ho plasmato un personaggio dall’inizio alla fine e ho messo a tacere tutto il resto fino all’ultima riga.

È dunque comprensibile se quando ho saputo che quel mio romanzetto era arrivato in finale al Premio Calvino, superata la sensazione di incredulità e sorpresa e accettato l’inevitabile corso degli eventi, uno dei miei primi pensieri è stato: cosa indosserò alla premiazione?

 

Non mi sono sentita superficiale per questo: negli anni sono scesa a patti con la vanità, almeno riguardo al mio aspetto esteriore, e ho allegramente vagliato le possibilità che il mio guardaroba mi offriva per una serata importante. Alla fine ho scelto il vestito che avevo indossato anche alla laurea. Ho pensato subito che forse anche per questo, poco prima che iniziasse la cerimonia, ho cominciato a provare esattamente le stesse sensazioni dei momenti prima del mio discorso alla seduta: il timore irrazionale che ci fosse un errore, che fossi capitata per caso in quella situazione tanto più grande di me, che gli altri ne sapessero molto più di me mentre io ero irrimediabilmente impreparata e tutti stavano per scoprirlo. Questa paura poteva essere giustificata nel corso di un esame di laurea, ma perché avrei dovuto provarla in un contesto in cui, in fondo, avevo già vinto qualcosa?

La verità è che mi rendevo conto in quel momento più che mai di quanto scrivere mi rendesse incredibilmente più vanitosa che indossare vestiti e scarpe col tacco. Non ero troppo diversa dalla me stessa seienne che puntava a diventare famosa in tutto il mondo. Mi sono aggrappata all’orlo azzurro del vestito e la stoffa mi ha ricordato che alla seduta, alla fine, era andato tutto bene, che non c’era ragione di aver paura. Ho anche capito però che quell’ansia era più profonda, che sarebbero stati necessari più anni e più eventi per poter dire senza vergogna che sì, mi piace scrivere e mi piace che la gente legga quello che scrivo.

Ho lasciato andare la stoffa e ho fatto un respiro profondo: era il momento di iniziare ad accettare la vanità.