Diari

Federico Muzzu

martedì, 14 luglio 2015

Come quasi tutti i sabati, ero in mezzo ai diamanti. Non per acquistarli, ma per accogliere i clienti in procinto di farlo. Do loro una spintarella con un bel sorriso, ritocco l’atmosfera mimetizzandomi in giacca e cravatta. Questa è la prassi per uno dei miei due lavori. Per l’altro invece devo stare immobile, nudo come il giorno in cui sono nato. Alla luce di questi opposti, indosso le vie di mezzo per scrivere, o così mi piace credere.
Nella prima parte di quel pomeriggio in negozio non sono stato incoraggiante, ero troppo chiuso nella mia attesa: mancava una settimana all’annuncio dei finalisti del Premio Calvino. È stato allora, proprio mentre facevo un ultimo tentativo di gestire l’aspettativa, che ho notato il messaggio in segreteria. Una voce pacata mi invitava a contattare il Premio. Ho intuito quale fosse il perché, ma per buona misura mi sono inventato una dozzina di falsi motivi. Ci ho messo almeno cinque minuti per decidermi, con le mani tremanti. Inutile dire che dopo quella telefonata ho sfoggiato un sorriso sognante e occhi lucidi a chiunque abbia varcato la soglia, anche se l’adrenalina chiedeva a me di oltrepassarla, di strapparmi la cravatta e correre, correre…
Il countdown per la Cerimonia di Premiazione ha avuto un gusto che non scorderò mai. I miei cari, capeggiati dalla mia migliore amica, mi hanno offerto un porto sicuro nel quale attendere.
Devo però ammettere che durante il viaggio per Torino la situazione mi stava sfuggendo di mano. Sapevo di essere meteoropatico, ma quella volta ho davvero esagerato. Da Bologna in avanti nessun cenno di luce, solo una coltre di acqua cinerea, e io mi sono adattato ad essa, pensando a tutto quello che non andava bene o che sarebbe potuto finire in tragedia. Alterato da un filtro, ho anche visto minuto per minuto tutti gli step che mi avrebbero condotto in città, alla Premiazione e ai momenti successivi, come fosse una memoria dal futuro. C’era però tra quelle eventualità qualcosa che mi sfuggiva, un sospetto che ho custodito gelosamente. Il grigiore è morto d’un tratto, quando il treno ha oltrepassato Milano il cielo si è spalancato. Una grande distesa azzurra. La mia retta via.
Il sospetto che avevo, l’elemento imprevedibile della mie congetture, ha preso vita nel primo pomeriggio: era la componente umana. Da un lato c’è stato il continuo contatto telematico con le persone che amo, un live blogging forsennato e felice, dall’altro un carosello di persone nuove, un incontro esponenziale permeato dalla letteratura, centro di gravità condiviso. Ha aperto le danze Christian Mannu porgendomi la copia dell’Unione Sarda che mi aveva promesso, con il vessillo del nostro orgoglio all’interno, e le ha chiuse Yasmin Incretolli regalandomi una rosa che, sebbene recisa, è rimasta viva per giorni e giorni. Tra questi due doni, un mondo intero. La condivisione con lettori, autori e compagni finalisti è stata dapprima cauta, ordinata, per poi esplodere scanzonata dopo il brindisi, vibrare in ogni parola, entrarmi fin sotto la pelle.
Una passeggiata notturna a suggellare tutto, i calici in alto un’ultima volta, un sapore che attendevo da molto tempo: quello dell’abbraccio tra la conclusione e un nuovo inizio.