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Fabio Greco

mercoledì, 4 aprile 2018

Intervista di Ella May – Gennaio 2016

Illustrazione di Davide Lorenzon

 

Fabio Greco, classe 1977, è un biologo italiano che vive e lavora in Inghilterra; abita vicino alla foce del Tamigi, zona di cui parla con stupore divertito perché ospita improbabili foche e viene chiamata “mare” dagli inglesi.

Nato a Saronno ma cresciuto sotto il sole del Salento, Fabio riesce a intrecciare nella sua scrittura la poesia del Sud con l’incisività del Nord.

Ha scritto diversi racconti per la collana Le meraviglie di Milano, nata da un progetto di Luca Doninelli e del Centro Culturale di Milano (cMc), poi sviluppato in collaborazione con Guerini e Associati; tra questi spicca Milano è una cozza, che ha dato il titolo a uno dei volumi dell’antologia e che è stato interpretato dall’attore Fabio Rosafio nei “barbonaggi teatrali” di Ippolito Chiarello.

Il suo romanzo Genti a cartapesta, finalista della 27° edizione del Premio Italo Calvino, si è guadagnato appassionati apprezzamenti sia dalla Giuria che dai Lettori del concorso e ha riscosso un importante plauso da Gabriele Pedullà all’interno del laboratorio di RicercaBo.

N.d.R.: Genti a cartapesta è uscito con il titolo Il nome dell’isola per Autori Riuniti nel 2016.

 

1) Il tuo è un romanzo davvero molto particolare, perché intreccia senza soluzione di continuità i sapori del mito, della tradizione e del quotidiano. Le storie che racconti prendono spunto dalla realtà o sono frutto della tua fantasia?

Sono tutte storie inventate, ricordate, immaginate, metaforiche. I luoghi esistono, esiste l’isola delle Pazze, esiste il Salento, esiste Otranto, Ugento esiste: eppure nel libro non sono quelli delle guide turistiche, le distanze sono mutuate in funzione della narrazione, i nomi sono gli stessi, ma si tratta in realtà di luoghi immaginari. Non si provi per esempio a individuare una tale piazza, o una tale casa diroccata, o un tale bivio, o l’Ospedaletto, perché nella realtà non esistono, o esistono come sommatoria di tutti i bivi e le strade e le case diroccate e gli ospedaletti che io possa aver visto in quei luoghi o altrove. Questo vale anche per le storie raccontate nel libro, alcune vivono nella realtà come sottofondo culturale, come orizzonte comune, vivono come “cunti” per e nella tradizione, altre invece sono inventate, altre ancora prendono spunto da fatti reali, senza però alcun intento documentaristico, storico o di ricerca. Dove non potevo arrivare con la conoscenza, ci sono arrivato spudoratamente con l’immaginazione.

 

2) Le prime cose che saltano all’occhio leggendo Genti a cartapesta sono il trasporto e la poesia con cui descrivi i paesaggi della Puglia. Cosa rappresenta per te questa terra?

La prima risposta, la più autentica è: la Puglia è casa, in tutte le sue accezioni, nel senso di famiglia, di nido, ma anche nel senso di luogo elettivo e di formazione. Facendo un rapido calcolo, il periodo di tempo in cui ho vissuto in Puglia è minore rispetto al periodo in cui ho vissuto altrove, in Italia e all’estero. In Puglia però ho vissuto gli anni centrali, quelli che modellano l’identità personale e il proprio approccio al mondo. Questo fa la differenza. Da quasi cinque anni vivo in Inghilterra e più che “emigrante” mi definisco “esiliato”, per l’impossibilità del ritorno, per il miraggio del ritorno. Questo probabilmente incide sul mio modo di scrivere, sul mio modo di vivere, sulla mia idea (o idealizzazione, romantica forse) della Puglia. Che poi: prima di essere pugliese, sono soprattutto salentino e anzi, prima di essere salentino, sono leccese (il Salento include anche alcune zone del tarantino e del brindisino) e anzi, ancor prima di essere leccese, sono ugentino, e così è per quelli di queste terre, un campanilismo, un orgoglio della propria terra, viscerale, ingenuo, infantile. Ho un amico di Maglie, Marcello, per il quale le donne del Salento sono le più belle, il mare di Otranto è il più azzurro, la pizzica viene prima della taranta e così via: questo è bello, ha un forte carattere identitario, di appartenenza. Fermandosi però a questa dimensione idilliaca e stereotipata del Salento si rischierebbe di non vedere le storture e le contraddizioni di questa terra, che esistono e sono dolorose. In “Genti a cartapesta”, per esempio, un ruolo importante lo hanno gli ulivi, i marcantoni centenari o i Titani, come li definisce Roberto Gennaio; come non sentire una fitta dolorosa, una lacerazione nel vedere le foto di questi giorni dell’eradicazione di questi Monumenti della natura, a causa dell’infausto Piano Silletti (Silletti, commissario straordinario per l’emergenza, dimessosi da qualche giorno) nell’affaire Xilella? Si legga, in proposito, il libro-inchiesta di Marilù Mastrogiovanni, “Xilella Report”, dove viene evidenziato un miscuglio di inadeguatezza, dolo, opportunismo, superficialità, malaffare che stanno minando, prima ancora dell’ambiente o delle terre, i simboli e l’identità di una popolazione. Si tratta solo di un esempio, ce ne sono altri che riportano la Puglia a una realtà più drammatica (e forse più reale) di quella immaginata. Ecco quindi che a volte, a volte, la lontananza può essere un auspicio, può essere un desiderio, per poter vedere con più distacco la situazione, per poter utilizzare, al più, il potente filtro della memoria nel ricordo di una terra meravigliosa.

 

3) Le vicende narrate in Genti a cartapesta sembrano ruotare intorno alla fantomatica origine del nome di un isolotto, chiamato da sempre “Isola delle Pazze”. Perché hai scelto di usare proprio questo dettaglio come fil rouge del romanzo?

In realtà la storia del libro non è nata per ruotare intorno al nome dell’Isola delle Pazze. È un racconto con molti strappi, retromarce, aggiustamenti, infinite revisioni che nascevano dalla volontà di portare a galla qualcosa che è stato chiaro solo alla fine della prima stesura, cioè il valore forte della tradizione orale e della musica che sopravvivono nel Tacco. Non è un caso che uno dei libri più venduti nel Salento sia “La terra del rimorso” di Ernesto de Martino (un antropologo!). E l’Isola delle Pazze ha quel nome lì per ragioni che non sono documentate e nessuno può dire esattamente la genesi di quel nome. Ho pensato di aggiungere alle varie storie raccontate, le mie personalissime, a modo mio.

 

4) Anche i tuoi personaggi sono molto particolari: quanto somigliano alle persone che frequentavi quando vivevi lì?

Per i personaggi vale quanto detto prima: non si riferiscono in alcun modo a persone conosciute, non esistono i Vecchiarazza come non esiste la vecchi’Amanda o la Mariabbondanza. Epperò, da qualche parte, esistono anche dal vero, li si può trovare qui e lì, in alcuni borghi sperduti della provincia, in alcune masserie e parrocchie e, quelli sì, sembrano prendere ispirazione, per vivere, dai personaggi del mio testo.

 

5) Genti a cartapesta: perfino il titolo sa d’invenzione e di metafora. Ti va di spiegarlo?

Penso che la risposta migliore possa arrivare leggendo il breve stralcio riportato di seguito.

 

Gli pareva d’essere un tutt’uno con quelle genti di prima e con le genti di ora, genti di lassotta che tenevano intra agli occhi lo stesso orizzonte, tenevano intra al naso gli stessi profumi e intra alle orecchie lo stesso mare; genti d’altrove che si portavano appresso la tremula dei secoli di tutte le genti inquiete che cercavano requie lassotta; genti raminghe, che vagavano senza meta intra a luoghi e tempi; genti a cartapesta che le storie gli s’appiccicavano addosso foglio a foglio a macerare, frammenti e parole che divenivano intra un colpo solo, passato e storia e veste e carne e cuore, s’appoltigliavano intra a un miscatiglio, e immantinente originavano nuove storie e nuove vite che s’artigliavano dritte dritte intra alle carni, a sensazione; genti che arrivavano e partivano per nostalgia della nostalgia, in cerca dell’assenza, della mancanza, per farsi apparire più bello quel loro sud del Sud, gent’indifese affogate intr’a quella vita loro che gli arrivava addosso come una mareggiata.

 

6) Il passaggio che hai appena riportato dimostra perfettamente la caratteristica più evidente del tuo testo: il linguaggio. Perché hai utilizzato questa sorta di semi-dialetto al posto dell’italiano?

Nello scrivere il testo, mi sono reso conto quasi subito che i fatti che avevo intenzione di narrare avevano una loro forza metaforica e metafisica, che però non emergeva appieno utilizzando la pulizia dell’italiano. La contaminazione dialettale invece mi permetteva di raggiungere con una grande forza espressionista i punti “alti” della narrazione, quelli più lirici e poetici, e allo stesso tempo, di scendere in maniera più decisa verso i punti “bassi”, quelli più gretti e mitologici. La mia non è stata un’operazione di stampo verista, un tentativo cioè di restituire la parlata e il dialetto del Salento, per rendere più reali i fatti narrati. Tutt’altro. Mi sono preso la libertà di utilizzare, in una sorta di mutuo equilibrio con l’italiano, le parole che mi permettevano di restituire un certo colore al racconto, parole che per assonanza ed etimologia potrebbero assomigliare, o essere esattamente, quelle del dialetto salentino, ma che magari venivano permutate e utilizzate in una maniera diversa; ho poi utilizzato anche parole di altri dialetti meridionali; parole di dialetti del nord Italia (Mi che te vardo mò,/ Mariabundansia,/ d’intra alle nìure balote de l’oci…); parole inventate (boterosa, champagnoso, leggiuto…); in tutto questo ho tentato di mantenere una coerenza linguistica e narrativa per tutto il libro. Ad un certo punto mi sono reso conto che il linguaggio che stavo utilizzando non era più solo il mezzo necessario per raccontare: era diventato, esso stesso, il fine del mio scrivere, la mia realtà narrativa e che il racconto emergeva in maniera più aderente alle mie intenzioni soprattutto grazie a un certo andamento della frase, a un certo ritmo, a un suono, a una particolare scelta di vocaboli e alla loro posizione all’interno della frase. Tutto questo deve essere ben calibrato, non è un arido esercizio di stile. Il fine ultimo della Letteratura è, e deve sempre essere, quello dell’emozione.

 

7) Al termine di questo lungo percorso hai deciso di spedire il manoscritto al Premio Italo Calvino. Perché?

Ho inviato il manoscritto al Calvino come reazione al silenzio delle case editrici. Conoscevo già il Premio ma non vi avevo mai partecipato. Ho inviato il manoscritto nell’ultima settimana utile prima della scadenza, fine settembre mi pare. I manoscritti ricevuti nell’annata 2013/2014 sono stati circa ottocento (ottocento!). Nove (9!) i finalisti. Ci vuole una certa dose di ottimismo, di ambizione e d’incoscienza nello sperare di essere lì, alla fine.

 

8) Come hai vissuto i mesi di suspense prima della finale? E cosa ti è rimasto di questa importante esperienza?

Io al Calvino non ci stavo proprio pensando più, giacché da pochi mesi avevo scoperto che sarei diventato padre e questo aveva già stravolto le priorità in maniera totale. Poi è arrivata la telefonata da parte di Mario Marchetti, un gentiluomo, oggi Presidente del Premio, che mi ha ufficializzato l’accesso alla finale: a emozione si è aggiunta emozione.

Non ho pensato realmente di poter vincere, ma ho sperato che il libro ricevesse una menzione per la dose di rischio che comportava l’utilizzo di quel linguaggio. Le cose sono andate diversamente, ma va bene così. Nutro grande affetto per i finalisti di quell’anno, per la condivisione di questa esperienza che ha segnato ciascuno di noi. Il Premio Italo Calvino del 2014 è stato vinto meritatamente da Pier Franco Brandimarte con L’Amalassunta, un libro bellissimo poi pubblicato da Giunti.

Con Pier Franco, con Gianni Agostinelli (Perché non sono un sasso, Del Vecchio Editore), con Francesco Paolo Maria Di Salvia (La circostanza, Marsilio) e con Simone Giorgi (L’ultima famiglia felice, Einaudi Stile Libero, in uscita il 26 gennaio [2016]) sono costantemente in contatto: nonostante la lontananza imposta dalle nostre scelte di vita, si è creato un forte legame di amicizia.

 

9) Cos’è successo dopo il Calvino? Perché Genti a cartapesta non ha ancora trovato un editore?

La credibilità di questo concorso nell’ambiente letterario italiano è data soprattutto dal sistema di lettura e di selezione che i Lettori del Premio (persone appassionate e competenti) mettono in atto per diversi mesi all’anno, prima di decretare i finalisti. Essere un finalista del Premio Italo Calvino, proprio in virtù di questa credibilità, diventa una sorta di bollino verde sulla bontà della scrittura e sulla qualità del tuo scritto. La pubblicazione dei finalisti tuttavia non è automatica, perché il mercato editoriale deve soddisfare altre esigenze che non sono strettamente legate alla qualità.

Genti a cartapesta è stato inviato a numerose case editrici. La maggior parte non ha avuto la decenza di rispondere, un malcostume che puzza di arroganza e mancanza di rispetto. Quel silenzio lì è più logorante, sfacciato, antipatico e maleducato di una risposta negativa precompilata inviata tramite email. Ringrazio pertanto quelle case editrici (cinque) che mi hanno inviato una risposta, anche se negativa. Al netto dei complimenti, che rendono la risposta un po’ meno amara, le motivazioni più frequenti per la mancata pubblicazione sono state: una difficile collocazione del testo nel mercato editoriale, un linguaggio bellissimo ma non accessibile (a detta loro) a tutti, un libro poco commerciale (il libro non garantirebbe un ritorno economico), una trama scarna.

Io, dalla mia, penso solo di aver scritto un testo che meriterebbe di diventare libro, che meriterebbe di stare in libreria, di essere letto e giudicato dai lettori.

Un paio di mesi fa, grazie a Davide Orecchio, due stralci di Genti a cartapesta sono stati ospitati su Nazione Indiana e hanno ottenuto dei buoni riscontri. Questo mi fa ben sperare. Al momento sembra ci sia l’interessamento da parte di alcune case editrici e di alcuni agenti letterari. Non mi sbilancio. Valuterò la soluzione migliore per il libro qualora dovessero arrivare proposte concrete.

 

10) Nell’attesa di ulteriori sviluppi hai scritto altro? Hai già un nuovo romanzo nel cassetto?

Di solito questa domanda arriva subito dopo la pubblicazione del primo libro. Quindi potrei svicolare e non rispondere. Rispondo, però. Non ho un altro romanzo nel cassetto, ho alcuni pezzi, progetti, movimenti che aspettano di venire amalgamati in un disegno unitario e che non necessariamente porteranno a un romanzo (li definirei “voci per teatro”). Ci sarà poi una sorpresa per quanto riguarda il racconto Milano è una cozza: comparirà in un libro di tecniche narrative, assieme ad altri testi firmati da noti nomi del panorama letterario italiano (per esempio Paolo Zardi, Dario Voltolini, Gianluca Morozzi, Raffaele Riba solo per citarne alcuni). L’antologia, intitolata Questo libro si può anche leggere, verrà pubblicata da una nuova casa editrice di Torino, la Autori Riuniti, nata da un progetto interessante e innovativo che riporta lo scrittore al centro della filiera editoriale.

Inoltre c’è un abbozzo di progetto per un libro di divulgazione scientifica che mi permetterebbe di affiancare l’esperienza della scrittura alla mia professione di biologo.