Diari

Eugenio Raspi, Inox

venerdì, 16 settembre 2016

Sono ripartito da Torino mercoledì mattina. Sveglia, colazione e via di corsa, niente turismo del giorno dopo. Il Museo Egizio l’avevo visitato lunedì, i viali tra la stazione e piazza Castello li conoscevo passo passo dopo averli percorsi fino a stancarmi, attendendo l’evento dell’indomani.
Ho lasciato questa città strana – a metà strada fra l’eleganza distaccata di Parigi e l’indolente anarchia di Barcellona – con l’animo di chi, pur essendo di passaggio, riparte con un bagaglio più consistente. La mia valigia era appesantita da una cartellina bianca, arricchita dal logo con la piuma d’oca su sfondo dorato. I fogli contenuti all’interno li avevo letti la notte precedente, prima di addormentarmi.
A differenza dell’andata, ho deciso di passare lungo la costa, evitando l’autostrada per Bologna e gli Appennini. Genova, Livorno, poi l’Aurelia. Ho raggiunto la costa tirrenica che mi è familiare: Orbetello, l’Argentario, Montalto di Castro, i luoghi delle mie domeniche al mare. Per poco, si è riproposto un clima da gita. La radio accesa, inconsueta per me che la tengo muta. Mi è sempre piaciuto che il viaggio in auto sia flusso di idee, ricordi, prospettive, e il silenzio aiuta. Più casa si avvicinava e più i pensieri si facevano concreti. Come avrei spiegato, a chi non sapeva nulla e neanche sospettava, che ero di ritorno dalla finale del Calvino felice e scontento, soddisfatto e deluso? Niente vittoria, nessuna menzione. Speciale era stata la scelta che mi aveva decretato come uno dei nove.
Messo davanti alla giuria, ho testimoniato in due minuti l’esperienza di vent’anni in fabbrica, cercando di non apparire fuori luogo nel salotto buono di una capitale di regno, in mezzo a stucchi, intarsi e tessuti damascati bordò. Erano presenti, e mi ascoltavano, molti dei componenti del Comitato di Lettura, persone attente e preparate – Leonard, il primo che aveva letto il mio manoscritto, l’ho conosciuto e gli ho stretto la mano. Erano lì, cercavano di dare un volto alle mani che avevano riempito di sbuffi neri il bianco di una pagina. Anziché per nome, ti chiamavano col titolo del tuo romanzo. Per una sera sono stato Inox, un personaggio di una storia che, al di là del piazzamento, ha un lieto fine, a differenza di quella che ho scritto, che parla di chi produce acciaio e anziché lottare si arrende.
Ci sto pensando ora, mentre scrivo questo diario: sulla strada del ritorno ho sfiorato quattro acciaierie che erano la colonna portante dell’industria italiana. Torino è sparita, e nella voragine ha trascinato con sé giovani vite. Genova è ferma. Piombino e Terni in attesa di conoscere un destino diverso dalla chiusura o dal ridimensionamento. Durante il rientro, ho unito, inconsapevole, quattro città in cui si lavorava – si lavora – la materia che esce allo scoperto dalle viscere della terra e si compone in lega, fino a brillare alla luce per merito di acqua, fuoco e aria; quattro elementi che dall’inizio dei tempi l’uomo manipola e tenta di domare, a volte ci riesce a volte no.
Nulla accade per caso. Ora lo so. Dopo la finale del Calvino posso dare un diverso significato agli eventi di questi ultimi due anni. Difficili, per me. Complicati da spiegare. E non ne parlerò con nessuno. Li tengo ancora un altro po’ per me solo, così come il riconoscimento che completa un percorso intrapreso con volontà estrema.
Dopo seicentotrentadue chilometri, ho parcheggiato l’auto nel vialetto e scaricato i bagagli, appagato da quei due giorni lontano dalla quotidianità, sono rientrato soddisfatto in casa. Un viaggio inconsueto, partendo da Torino. Per arrivare.