Diari

Serena Patrignanelli, La fine dell’estate

mercoledì, 26 luglio 2017

Una cosa strana è il ciclo delle stagioni.
Cioè non il fatto che si ripetano, ma il fatto che si presentino con gli stessi sintomi disposti nello stesso ordine: noi ci sentiamo uguali e invece siamo diversi. Il tempo non cambia ogni cosa, ma sicuramente cambia noi.
Da diversi anni, per esempio, quando torna l’estate ricomincio a scrivere, cioè ricominciavo a scrivere, questo romanzo molto lungo. Tra un’estate e l’altra passava tanto tempo, come succede, e quindi ogni volta riprendevo il romanzo e lo trovavo invecchiato − o tutto il contrario, ma è la stessa cosa, lo trovavo troppo giovane e ingenuo. Così in un certo senso ricominciavo da capo. Per questo, anche, ci ho messo tanto.
La ripetizione della Stagione, negli anni, mi ha fatto sviluppare associazioni automatiche. Durante gli ultimi giorni di lavoro prima della pausa estiva, mentre faccio ordine tra le cartelle del pc dell’ufficio, penso alle cartelle del mio pc personale, che contengono i capitoli del romanzo. Percorro i titoli, pensando a quale rileggerò per primo. Oppure quando sono a casa, fa molto caldo, e chiudo le tapparelle di ogni stanza, dentro il buio torrido smosso dal ventilatore ho in mano una penna e scrivo scalette, sequenze di parole così sintetiche che dopo un paio d’ore sono solo mucchi di lettere che non rimandano a niente. O vado al mare, e non c’è ancora nessuno. Sulla spiaggia gli operai montano gli stabilimenti – letteralmente li montano, costruiscono i gabbiotti di legno, assemblano gli ombrelloni e li piantano sulla sabbia o tra i sassi. Li guardo dalla terrazza e cerco di accordare il ritmo del mio lavoro sulla tastiera al loro. Penso che stiamo tutti mettendo in ordine qualcosa, io e gli operai, vogliamo che sia tutto pronto prima che gli altri vedano quello che abbiamo combinato. Anche la plastica bollente del volante, quando salgo in macchina: ha a che fare con l’estate. Il bollettino del CIS in autostrada. I pomodori pachino, il melone e l’insalata hanno a che fare. I pantaloncini corti, la coca-cola nella bottiglia di vetro, gli scogli alla fine del lungo mare. Tutto ha a che fare con la scrittura, col fatto che devo finire il romanzo.
Invece non saprei dire che stagione fosse, quando ho ricevuto la telefonata del Calvino. Stavo in una saletta di montaggio dove è sempre la stessa ora – penombra bluastra dei monitor accesi – e la stessa temperatura – quella dell’aria condizionata. Mi ricordo infatti la sensazione di viaggio nel tempo che ho provato ascoltando la voce gentile al telefono, una specie di squarcio verticale nel flusso orizzontale delle giornate di lavoro. La voce diceva che il mio romanzo è davvero finito – cioè diceva altre cose, ma io capivo questo – che quello che stava solo nella mia testa e nel ciclo delle stagioni, adesso esisteva.
È un po’ difficile dire il modo in cui questo mi ha fatto sentire. La felicità è piena e ha una superficie perfetta, è sferica, liscia, non ha angoli o pieghe a cui aggrapparsi per misurarne la forma.
Però adesso che è tornata l’estate, mi pare che si possa raccontare così. Tutte le mie associazioni hanno perso di senso, i pomodori sono solo pomodori, gli operai lavorano per conto loro, il caldo è appiccicoso e non significa niente. Ero certa che mi sarei sentita disorientata, vuota, o proprio persa. Ma quella voce gentile ha detto che avevo fatto quello che dovevo, che andava bene così: non c’è traccia di confusione, in questa estate, ogni vecchio ritorno può avere un significato nuovo, e non vedo l’ora di scoprire quale sarà.

Vanni Lai, Le Tigri del Goceano

mercoledì, 26 luglio 2017

Quando arrivarono le notti di maggio, lui era pronto. Per scacciare la tensione passava i pomeriggi a camminare nelle campagne di Bajolu, ma fino ad allora non c’era stato nessun contatto. L’avrebbero chiamato? Attese un giorno, poi un altro ancora. La telefonata arrivò al crepuscolo. Guardò il display e constatò che non si trattava di un numero conosciuto. Forse era il dentista, al quale doveva ottanta euro dal mese di gennaio, e glieli deve ancora oggi che scrive questo diario. Si decise a rispondere dopo qualche squillo, e quando la voce iniziò a parlare lui prese appunti sul quadernone di carta bianca, opera di un’impresa di servizio stradale. Scrisse la data e l’ora, ma non il nome dell’uomo. La voce gli raccomandò di mantenere il più stretto riserbo, cosa che lui fece con una certa difficoltà, non essendo avvezzo ai segreti. Al termine della chiamata seguì qualche clic su YouTube, ed ecco You spin me round dei Dead or Alive, interpretata in mutande nel buio della cameretta, con tanto di mosse alla Pete Burns, ma senza vestito da geisha o benda sull’occhio. No, non era abituato a custodire segreti.
Oh, mì che sono in finale al Premio Calvino.
Gavino?
Nono, Calvino, cun sa C.
Seguirono giornate passate a pensare che ad aprile aveva perso sei chili, e se il velluto a coste fosse la scelta migliore per presentarsi all’evento del 30 maggio. Arrivò l’annuncio ufficiale: il suo nome era venuto fuori dal nulla della campagna sarda, quello stesso luogo che forse avrebbe fatto la sua fortuna. Notifiche su Facebook sestuplicate (prima non se lo cagava nessuno), like, post in bacheca, messaggi privati. Si prese una giornata al di fuori dal mondo per rispondere a tutti, almeno in maniera cortese.
Oh complimenti mì, dicevano i messaggi, ebbè quando ce lo fai leggere?
Buongiorno, mi scusi, sono un libraio, non riesco a trovare il suo romanzo su nessun catalogo.
Asco’, ti volevo dire… mettimene da parte una copia.
Mì che mi stanno chiedendo dove si può trovare il libro. Su Amazon a c’è?
Ma siamo sicuri che Le Tigri del Goceano non c’entri qualcosa con la pantera di Bultei?
(vedi http://bit.ly/2rYxYM0 )
Ora c’era un lavoro da fare, un’opera di intelligence per scoprire chi fossero i suoi avversari. Entrò sul sito del PIC, appuntò i loro nomi e i titoli dei romanzi sul quadernone del servizio di segnaletica stradale. Li studiò a fondo con accurate ricerche su Google e su Facebook. Si rese conto che erano questi otto figli di Calvino armati fino ai denti.
Sembrano finti per quanto sono belli. Immagina, Vanni Lai da una parte, solo. E dall’altra il Mucchio Selvaggio. Non sarà un’impresa facile.
Il suo nome era Nessuno.
Restò nell’oscurità a ordire trame malefiche e leggere i commenti dei “leoni da tastiera” (tigri, pantere, leoni, evviva i grandi felini!) che polemizzavano sui nove nella pagina del PIC. Postò un commento sulla Compagnia dell’Anello, nella speranza di essere notato per una certa verve. Il giorno successivo si decise a venir fuori al sole della notorietà.
Adesso se il romanzo non esce te lo puoi pubblicare tu, gli dissero.
Hsinu, pensava.
(leggasi A casinu l’espressione volta a scacciare il malocchio, almeno in questo caso).
Davvero complimenti per il Campiello.
Eja, rispondeva ancora, grazie.
(avete presente l’emoticon dell’omino che sbatte la testa al muro?)
E adesso quando ce lo fai leggere? − e ancora − Asco’ e quindi dove lo possiamo trovare?
(seguirono risposte in loop. Stavolta niente felini, erano ululati).

Roberto Todisco, Jimmy Lamericano

mercoledì, 26 luglio 2017

Sarà stato il caldo che a Torino, quando fa caldo, fa caldo davvero, e se poi ti succede che devi indossare la giacca e tutto il resto, allora il caldo può pure annebbiarti i pensieri. Oppure sarà stata l’ansia che, da quando ho ricevuto la telefonata di Marchetti, mi si è attorcigliata intorno allo stomaco, una specie di bolo, sì, quelle palle di pelo e saliva che si formano ai gatti e che loro vomitano con nonchalance sul tappeto. Loro. Io invece mi tenevo questo peso dentro che non andava né sopra né sotto. Insomma forse per il caldo, per il bolo idiopatico, o per il fatto di essermi alzato alle cinque del mattino ed essermi fatto Napoli-Torino tutto d’un fiato, fatto sta che la sento. La voce di Jimmy, Jimmy Lamericano intendo.

Desiati sta parlando del libro di Serena Patrignanelli. Racconta di uno strano macchinario che è descritto nel romanzo e che lui proprio non è riuscito a capire come funziona. Serena annuisce, ostenta calma, ma si vede dal sorriso paralizzato e dai respiri cortissimi che anche lei sta messa male. Dal punto di vista dell’emozione intendo. Però lei almeno non ha questa voce nella testa. Spero.

Scappiamo, mi fa la voce di Jimmy. Che cosa? Scappiamo, dico sul serio, nello stato in cui sei adesso se vai a parlare davanti a tutti, facciamo una figura di merda memorabile. Istintivamente mi giro in cerca dell’uscita. La sala è così piena di gente che molti stanno in piedi proprio davanti alla porta. Poi rinsavisco, Ma che diavolo mi metto a pensare. Stare qui oggi è la realizzazione di un sogno: passi anni a scrivere di notte, sui treni o alle fermate degli autobus, arrovellandoti da solo su ogni parola, calibrando il gesto di quel personaggio e l’intonazione delle sue parole. Tutto fine a sé stesso, perché non riesci a trovare la maniera di trasformare le tue storie in qualcosa che arrivi alla gente, farne qualcosa di pubblico, che poi è l’essenza della scrittura. Come fare il musicista in un mondo di sordi. Poi un giorno (una sera nel mio caso) ti arriva la telefonata di Mario Marchetti, che con quel suo tono formale ma allegro, ti dice che sei fra i finalisti del Premio Italo Calvino. All’improvviso si alza il volume. Qualcuno che è disposto ad ascoltare la musica e farla sentire agli altri.

No Jimmy, non scappiamo. Fai come vuoi, ci farai passare per fessi. E smettila di parlare al plurale, non c’è nessun noi, tu sei solo il frutto della mia immaginazione, il personaggio di un libro. Veramente sono il protagonista del libro che ti ha portato fin qui, un po’ di riconoscenza me la devi, non credi? Taci.

Finalmente da un balcone aperto alle spalle del tavolo della giuria si mette ad entrare un po’ d’aria. Marchetti sta per annunciare l’ultima menzione speciale. Siamo rimasti solo io ed Emanuela Canepa. Ecco, Marchetti prende il microfono, ci siamo, Adesso è arrivato il momento di chiamare Jimmy… cioè Roberto Todisco, scusate.

La voce nella mia testa se la ride, sorniona.

Luca Mercadante, Presunzione

mercoledì, 26 luglio 2017

La pentola di spaghetti ancora da colare mi è caduta addosso pochi minuti dopo la notizia. Finalista al Calvino, ma anche: grave incidente domestico. Più tardi ho depennato mentalmente le due voci dalla lista: cose da fare nei miei secondi quarant’anni.

Portavo il pentolone al lavello e sono scivolato, schiena a terra, sotto gli occhi di Ellen e (da non crederci) c’è stato un istante intercorso fra l’inizio dello scivolare all’indietro e il contatto dell’acqua bollente con le mie braccia e il corpo, durante il quale mi è passata davanti agli occhi la scena di quando avevamo progettato la cucina con l’aiuto di un’addetta dell’Ikea che ci aveva anche stampato un’anteprima.

Non è che sono troppo lontani? aveva detto Ellen.

Teneva l’indice e il medio a compasso sulla stampa. Con un dito toccava il punto dove avevo fatto inserire i fuochi, con l’altro il lavello.

Giusta obiezione, a conti fatti. Però lo aveva detto in quella strana maniera che usano loro scandinavi, come se la priorità “non creare conflitti” fosse radicata nella loro costruzione della frase: soggetto, abbassare il conflitto, predicato e complemento oggetto.

Mica? Non credi? Pensi sia giusto? Stavo ragionando…

Siamo una coppia conflitti-free grazie a lei, ma mi sono rimediato una scottatura che va dalle avanbraccia alle spalle e parte del petto. Di positivo c’era solo che nostro figlio era al campeggio coi boyscout e anche che mancava l’acqua dal giorno prima, quindi avevamo riempito la vasca. Per entrarci con il busto e le braccia, mi ci sono tuffato alla Fantozzi, con un movimento tipo salto in alto.

Ho smesso di urlare mentre gli spaghetti si adagiavano sul fondo della vasca.

Non pensi, mi ha detto Ellen, che dovremmo andare al Pronto Soccorso?

Ellen. Sono sicuro che quando mi lascerà, portandosi via nostro figlio, mi dirà una cosa tipo: Pensi sia giusto che io ti ami per sempre? Oppure: Mica avevi pensato che avremmo vissuto per sempre insieme?

Intanto rieccola con la sua strana convinzione che gli ospedali siano la soluzione. Io invece lo so che sono solo l’inizio del problema.

Però tutto ha cominciato a farmi davvero male. Un dolore dello stesso tipo di quello ai denti, che vorresti strapparteli.

Solo che è alla pelle, e vorresti strappartela.

All’accettazione mi hanno fatto saltare la fila e dato antidolorifici e antibiotici e mi hanno detto che non era un’ustione davvero grave grave, era solo grave. Poi mi hanno dato anche un calmante, perché non la smettevo di sbraitare.

I miei occhi hanno avvertito subito il sonno in arrivo. Ellen mi ha accarezzato i capelli per qualche minuto. Le ho chiesto di leggermi i nomi degli altri finalisti e anche le poche informazioni che si potevano reperire sul sito. Mi ha detto che c’erano altri due dell’area napoletana.

Mi sono spazientito. Che noia, ho detto, siamo ovunque, diciamo tutti le stesse cose, tutti che vogliamo fare il romanzo con la camorra, ma che non sia il solito romanzo sulla camorra.

Ellen ha smesso di accarezzarmi e si è sistemata sulla sedia che sarebbe stata il suo giaciglio per la notte.

Non devi preoccuparti, mi ha detto, in Italia per gli scrittori napoletani funziona alla stessa maniera di come funziona negli Stati Uniti per gli scrittori ebrei: c’è sempre spazio per uno nuovo, l’importante è che non sia davvero diverso da tutti gli altri. Siete il tabellone dei gelati della narrativa estiva.

Come è umana lei. Somiglia tutta a mia madre.

Spero sia capitato anche a loro qualcosa di brutto, ho detto.

Lei ha sorriso.

Agli altri finalisti napoletani?

No, no. Ho detto mentre mi addormentavo per davvero. A tutti. Spero sia capitato qualcosa anche a tutti gli altri finalisti. Magari non grave grave, ma grave.

Davide Martirani, Il Regno

mercoledì, 26 luglio 2017

C’è un appunto, in un mio vecchio diario, che recita: “in fondo chi sa che tutte le mie aspirazioni letterarie, il desiderio di scrivere sopra ogni altra cosa, non siano che una peculiare forma di bovarismo, la fantasticheria velleitaria di chi sogna una vita migliore della propria e se la modella con l’immaginazione sulla base di ciò che ha letto nei libri”.

Non c’è data, ma dev’essere del 1999. Avevo sedici anni.

Il dubbio è rimasto, e per molto tempo ha regnato incontrastato come un vero e proprio demone. Fino ai ventotto anni ho negato a me stesso la possibilità di scrivere (se non per gioco, saltuariamente, senza impegno). Dopo l’università avevo lavorato in minuscole case editrici: vedevo l’afflusso incredibile di manoscritti e provavo vergogna per i tanti autori goffi e impreparati ma dotati di un altissimo concetto di sé. Almeno questo posso farlo, pensavo, evitare di essere come loro. E non scrivere mi sembrava l’unico tributo degno dell’amore che avevo per la letteratura.

Così è andata avanti: cambiavo lavoro cercandone uno che mi desse soddisfazione, sperando di trovare altrove la gratificazione che mi era sempre mancata. Crescevano gli impegni, migliorava la situazione economica, ma tutto mi rimaneva estraneo, come se stessi lì a recitare un ruolo. Per quanto mi sforzassi, non provavo mai l’agognata sensazione di aver finalmente un posto definito nel mondo. Vedevo gli altri costruirsi una carriera con voglia e determinazione, e non capivo perché solo a me la cosa restasse indifferente. Allora ho realizzato che mi restava solo una via da tentare.

Ogni giorno, rosicchiando – come tutti – il tempo all’ufficio e al sonno, mi sedevo alla scrivania e scrivevo per almeno un’ora. E ogni giorno il demone era lì, appollaiato sulla mia spalla, a ripetermi quanto patetico, ridicolo e inutile fosse quel mio tentativo. Prima ancora di pensare allo stile, ai personaggi o all’intreccio, la mia preoccupazione era quella di metterlo a tacere. E l’atto di scrivere somigliava a quella scena di Indiana Jones in cui Harrison Ford deve camminare su un ponte invisibile sopra un precipizio. Un atto di fede da ripetere quotidianamente. A volte andava meglio, e ciò che scrivevo mi sembrava degno di interesse, ma spesso ero preso dal disgusto al punto di non poter proseguire.

In queste condizioni (ma aiutato dal sostegno di alcuni amici) ho scritto una ventina di racconti, per poi tentare con un romanzo. Solo allora mi sono arrischiato a uscire davvero allo scoperto, mandandolo in giro. Ma i risultati – come spesso accade – oscillavano tra la freddezza e la completa indifferenza. Nessuno degli editori e delle agenzie che avevo contattato – nessuno dei pochi che hanno risposto – lo considerava pubblicabile. E il demone si fregava le mani sghignazzando.

Per questo quando ricevo la chiamata – il numero sconosciuto, la richiesta di confermare la mia identità, la voce che annuncia serafica il suo testo è tra i finalisti del Premio Calvino – prima della gioia, della gratitudine, delle reazioni scomposte, quello che arriva è il sollievo. Un enorme macigno che di colpo mi viene tolto dalle spalle, lasciando i polmoni liberi di respirare come mai hanno fatto in vita loro. E la consapevolezza che, quando il demone tornerà a soffiare, non sarò più completamente solo ad affrontarlo.

Igor Esposito, Alla cassa

mercoledì, 26 luglio 2017

DELIRIO D’UNO SCRITTORE INESISTENTE

Biografie di eccellenti pittori, poeti, scrittori ne ho lette a bizzeffe, a iosa, a caterve, a carriole, in poche parole ne ho lette una marea e vi dico che alcune sono proprio affascinanti; ma la mia non è da meno. Anzi, a dire il vero, la mia, in quanto a fascino, alcune le supera di gran lunga. Io, per esempio, ho partecipato a 2571 premi letterari. Ora trovatemi voi uno scrittore che può vantare un primato così singolare. State indagando? non perdete tempo! perché io sono l’unico scrittore al mondo che ha partecipato a 2571 premi letterari. Ricordo, come se fosse ieri, la mia prima partecipazione ad un premio letterario: avevo sette anni e tre giorni ed inviai al prestigioso premio di poesia della città di Canicattì un sonetto e due ballate rigorosamente in endecasillabi sciolti. Detto tra noi il regolamento richiedeva due componimenti, ma io come tutti i grandi poeti sono un essere generoso e allora invece di inviare due componimenti ne inviai tre. Speranzoso che la giuria sapesse riconoscere non solo il mio talento poetico ma anche la mia generosità. Risultato: nessuna risposta, neppure una misera segnalazione. Avari, aridi, questo pensai. Ma io non mi sono mai perso d’animo. E così fino ai quindici anni ho continuato a comporre mirabili sonetti e ballate da capogiro. Poi, appena ho compiuto sedici anni e tre giorni sono passato alla prosa, perché sulla via di Damasco mi sono illuminato ed ho capito che la poesia la leggono solo i poeti, mentre la prosa la leggono anche i dromedari e i pipistrelli. E così ho scritto 571 romanzi e siccome so bene che ormai la letteratura è consumo tra questi 571 romanzi si trovano capolavori per ogni consumatore, perché io sono uno scrittore poliedrico; e così ho scritto romanzi per professoresse racchie, per critici pederasti, per teatranti ruffiani, per pugili froci, per pedagoghi impotenti e segretarie ninfomani e potrei andare avanti all’infinito, ma mi fermo, perché io non sono uno scrittore prolisso. Io sono uno scrittore poliedrico e pure polifonico! Ora vi confesserò pure che per anni ho cercato un falegname geniale e alla fine l’ho trovato e così mi sono fatto costruire una scrivania con un cassetto che può contenere 571 romanzi. Ora ditemi voi se al mondo esiste uno scrittore che nel cassetto conserva 571 romanzi inediti. State indagando? non perdete tempo! perché io sono l’unico scrittore al mondo che nel cassetto non conserva il solito, unico, triste e malinconico romanzo, ma ben 571 capolavori!

E così un anno fa ho messo la mano nel cassetto e, a caso, ho tirato fuori un manoscritto. Alla cassa, questo è il titolo del romanzo che di colpo è saltato fuori. Non ho perso tempo. L’ho imbustato e l’ho spedito al Premio Calvino. Ora, gli editori lo dovrebbero pubblicare subito, perché Alla cassa è un romanzo per scommettitori mistici e voi potete solo lontanamente immaginare quanti scommettitori mistici vivono in Italia. Senza esagerare, invece, io posso affermare con certezza che in Italia vivono circa 5 milioni di scommettitori mistici e così, una volta pubblicato, il romanzo venderebbe un botto di copie e il fortunato editore andrebbe al settimo cielo. Sono passati sette mesi da quando ho spedito il romanzo e di colpo mi squilla il telefono. Io dico pronto. Sono Mario Marchetti, il presidente del Premio Calvino. Io dico salve. Lui dice il suo romanzo è in finale. Io dico bene, però poi aggiungo: lei lo sa che ho partecipato a 2571 premi letterari. Il presidente non parla più, resta basito. Allora io vado avanti e gli dico: lo sa cosa ho ottenuto? l’indifferenza cinica dei vivi e il silenzio degli obitori. Il presidente lentamente si riprende e inizia a farmi una sfilza di domande. Io rispondo, però, mentre rispondo, penso pure che Marchetti è mosso da un’insana curiosità, perché non è cosa giusta fare una sfilza di domande a chi non si conosce. Ma di colpo mi illumino, come sempre sulla via di Damasco, e capisco al volo. Marchetti prima del crollo del muro di Berlino doveva essere una spia comunista, perché si sa che le spie comuniste sono sempre state esperte di letteratura; e così lo perdono, perché essendo stato una spia comunista gli è rimasto il vizio di fare troppe domande anche in situazioni inopportune. Ed ecco che rispondo ad ogni sua domanda senza omettere nulla, anzi, per soddisfare il suo vizio di vecchia spia comunista, mi soffermo anche sui particolari più ininfluenti. Alla fine del lunghissimo interrogatorio il presidente mi dice ci vediamo a Torino, il 30 maggio al Circolo dei lettori per la premiazione. Io dico va bene sarà un piacere, a presto. E così la mattina del 30 maggio prendo il treno e sono contento. Salgo sulla prima carrozza, non mi seggo, e a voce alta dico sono un finalista del premio Calvino! Mi aspetterei una stretta di mano, un applauso, un complimento e invece niente. Passo nella seconda carrozza e ripeto l’affermazione a voce sempre più alta, fino all’ultima carrozza del treno. Sono un finalista del premio Calvino! Ma l’unica cosa che ottengo è silenzio e qualche passeggero che sospira timidamente questo è pazzo. Il treno giunge a destinazione. Scendo. E finalmente sono al Circolo dei lettori. Il presidente mi stringe la mano e mi accoglie con un bel sorriso ma, dall’alto della mia sensibilità, nei suoi occhi scorgo una velata malinconia. È la struggente malinconia dell’ex spia comunista che non ha mai visto i carri armati sovietici occupare le sponde del Po e la regale città di Torino. Appena mi lascia la mano, Marchetti mi dice lei secondo me ha un chiodo fisso nella mente. E quale sarebbe questo chiodo fisso nella mente? Lei vuole divenire un grande scrittore. Io mi faccio tutto serio e gli dico Dottor Marchetti lei forse non sa che nel mio cassetto ci sono 571 romanzi frutto del mio talento poetico e prosastico e dunque sono già un grande scrittore. Marchetti sorride, ma è un sorriso di circostanza, perché io so già cosa sta pensando: questo è pazzo. E no caro presidente, c’è un equivoco, mi dispiace. E così gli dico lei lo sa al giorno d’oggi l’unica cosa che può fare un saggio? No, sinceramente non mi sono mai posto questo quesito. Faccio passare qualche secondo, poi lentamente rispondo, scandendo molto bene le sillabe. L’unica cosa che può fare un saggio al giorno d’oggi è impazzire. Marchetti mi mette una mano sulla spalla e dai suoi occhi scompare la struggente malinconia dell’ex spia comunista; e il suo sguardo, mentre mi contempla, si fa tutto tenerezza, perché io sono certo che anche le ex spie comuniste, nonostante quel porco di Stalin, sanno abbandonarsi alla tenerezza. E così, con garbo, mi dice si accomodi stiamo per iniziare la cerimonia di premiazione. Mentre mi avvio nella sala gremita i nostri sguardi si incrociano ancora una volta ed io, con certezza matematica, riesco a leggere l’ultimo pensiero del Dottor Marchetti prima che la cerimonia di premiazione del Premio Calvino abbia inizio. Questo prima o poi lo ricoverano…

Andrea Esposito, Città assediata

mercoledì, 26 luglio 2017

Dopo la premiazione. Dopo che la sera siamo andati a bere. Dopo aver discusso per scherzo su quale fosse la piazza più grande d’Europa. Dopo che il cameriere ci ha detto: Questa, di quelle senza monumenti al centro. Dopo aver bevuto e ancora bevuto. Dopo il ritorno per le vie ortogonali di Torino. Dopo il rumore infernale del condizionatore acceso. Dopo il risveglio ovattato. Dopo le voci roche e la luce elettrica a colazione. Dopo l’ascensore della Mole. Dopo esserci chiesti di che palazzo fosse quella sagoma in cima alla collina. Dopo aver visto un clown chaplin ubriaco che mandava via una bancarella perché quello spazio era suo. Dopo che il clown ha alzato la musica accanto al nostro tavolino. Dopo averlo trovato terribile e aver capito che avevo visto troppo e dovevo andare, avevo visto le quinte e non era rimasto mistero o bellezza. Dopo le chiacchiere calme con un amico. Dopo aver passeggiato per perdere tempo tra le vie ortogonali di Torino intorno alla stazione. Dopo aver perso ancora tempo alla stazione e aver scoperto di non avere niente da leggere perché il libro scelto non era quello giusto. Dopo essere saliti sul treno e aver aspettato la partenza come se ci aspettasse o ci inseguisse qualcuno. Dopo essere partiti. Dopo tutto questo a un certo punto il treno si è fermato. Il treno si è fermato poco prima di una stazione. Eravamo davanti a un niente di radura con dei palazzi abbandonati in fondo. Ce n’era uno fatto a X che sovrastava altri binari stretti e solitari. In fondo non c’era ancora la città ma poche case sparse. E alberi, e in fondo le montagne. E nessuno può scendere e dobbiamo solo aspettare. E sappiamo tutti che stiamo già quasi per ripartire. C’è chi si alza e cammina lungo il corridoio e chi viene a vedere fuori dal finestrino. Io resto seduto e guardo fuori sull’orlo del sonno, come se fossimo ancora in movimento. Mi aspetto di veder qualcuno scendere e camminare fuori. E so che non può succedere ma non smetto di guardare come se aspettassi qualcosa. Sappiamo tutti che ripartiremo, che stiamo quasi per ripartire. Per un attimo qualcuno può voler restare e insieme ripartire. Qualcuno può voler guardare fuori e insieme dormire. Qualcuno può voler cominciare e insieme finire.

 

Emanuela Canepa, L’animale femmina

mercoledì, 26 luglio 2017

Il cinque maggio del 2017- era un venerdì – ho scoperto per caso leggendo un articolo che Alice Munro e Margaret Atwood sono molto amiche. Non era un fine settimana qualsiasi. Le selezioni del Calvino erano quasi concluse e di lì a poco sarebbero partite le telefonate. Se ero entrata in finale il presidente avrebbe chiamato per avvisare. Se invece nel giro di qualche giorno non mi avesse chiamato nessuno, sapevo di dovermi togliere ogni illusione dalla testa. Per cui quando ho letto di Alice Munro e Margaret Atwood mi è sembrato un segno. Ho la tendenza ad attribuire un senso e una direzione di marcia ai fatti che mi capitano, e nessuna simpatia per il caso fortuito. Magari esiste, ma mi annoia.

Alice Munro e Margaret Atwood sono tra le scrittrici che amo di più. L’idea che fra loro ci sia anche un legame sentimentale, una sorellanza, e quindi un travaso di suggestioni tra due universi così dissimili, tra i silenzi sospesi di Munro e la ferocia distopica di Atwood, mi ha emozionata. Allora sono andata in rete a cercare delle immagini che le ritraessero insieme. Ne ho trovata una bellissima presa a un party di Natale, sullo sfondo si vede l’albero con i festoni. Credo sia stata scattata nel 2013, durante i festeggiamenti per il Nobel di Munro.

L’ho guardata per dieci minuti e poi ho pensato: mai viste due autrici che portino l’impronta della loro scrittura incisa nel corpo in modo più esplicito. Alice, che tra le due è la più alta, ha l’autorevolezza amorevole di una matriarca, la sua forza è il letto di un fiume che trascina tutto, lasciando che la vita fluisca come parte di un processo quieto e inarrestabile senza inizio né fine. Margaret è più piccola, ha una testa di riccioli grigi, una fronte immensa, e due occhi accesi come un puntatore laser. È intelligenza incandescente, lungimiranza, chiarezza di visione. Margaret guarda al prossimo secolo e vede già quello che accadrà, o quello che potrebbe accadere, specie se non stiamo attenti.

Allora ho deciso di stampare la foto, e poi di attaccarla sul muro con il preciso intento di elevare Alice e Margaret al ruolo di divinità domestiche, sussurrando una preghiera laica senza pretese. Una cosa del tipo vedete un po’ quello che potete fare.

Ha funzionato, perché la telefonata è arrivata due giorni dopo, il lunedì, verso le quattro del pomeriggio. Di tutto quello che è venuto poi – Torino, il Circolo dei Lettori, la Premiazione, la gioia condivisa con gli altri finalisti – e che è stato strabiliante, ho ricordi piuttosto confusi. So che mi ha fatto provare la gioia enorme di condividere lo stesso distretto di senso di Alice e Margaret, sia pure da uno spazio distante e periferico come quello che posso permettermi di occupare.

Quando sono rientrata a casa la prima cosa che ho fatto è stata tornare di fronte alla foto per ringraziare. Loro erano sempre lì, con il bicchiere di champagne in mano, a festeggiare il Nobel e il Natale. Non c’è correlazione tra quell’immagine e tutto quello che è successo, lo so. Una parte di me ne è consapevole. Ma non è la parte che preferisco. Quella che preferisco si è scelta con attenzione i penati da invocare. Non solo due scrittrici ardenti, ma due scrittrici saldate tra loro in un abbraccio che dichiara che l’amore moltiplica il talento. Dice tanto sul modo in cui si proiettano in quello che scrivono, e tanto di quello che voglio tentare di essere anch’io.

Resteranno sul muro, perché ne avrò bisogno.