Diari

UNA GIORNATA PARTICOLARE di Eugenio Giudici

lunedì, 23 luglio 2012

Quando alla cerimonia di premiazione mi hanno chiamato per primo ho pensato che ero l’ultimo. Ricordo che in tempi lontani, presentando le proposte di campagna pubblicitaria, io stesso cominciavo dalla meno vincente. Mi viene da sperare che abbia ragione quello che disse gli ultimi saranno i primi, o viceversa. Purtroppo non ho il dono del credere, perciò la cosa per me non vale, in compenso ho la ricchezza del dubbio e ciò torna utile in situazioni come questa. Infatti mi permette di spostare a piacimento la mia posizione in classifica, cosa che conta solo come lenitivo per i dolori da presunzione. Che non fossi il vincitore lo sapevo già, altrimenti l’avrei già saputo, più o meno è una regola generale, ma il dannato dubbio gioca scherzi anche sulle certezze più ovvie e questo è il rovescio della medaglia.

Così sono qui pieno di emozione e speranza. Mi ha detto bene Torino in tutti questi anni, ha fatto parte della mia vita e ho ricordi belli nelle persone e nei fatti. La prima volta ci venni con la scuola per il Centenario dell’Unità d’Italia. La città era impavesata e rigurgitante dell’evento che a quei tempi nessuno metteva in discussione. Aveva la meraviglia del Fiume, dei fiumi, del colle, del piano e il sentore della capitale che a Milano mancano. Nei miei occhi è rimasta così, immutata per anni finché non sono stato costretto a fare il servizio militare e sono finito alla Caserma Cavalli dove ogni tanto veniva a trovarmi la mia ragazza e questo è il solo bel ricordo di quei giorni. Ma c’era sempre il Fiume, il colle era là e nei bar pasticceria le delicatezze parevano migliori di quelle di casa mia. Qui ho preso la patente, l’unica cosa utile del periodo speso per la leva. Questa città mi ha sempre dato qualcosa, perciò so che anche questa volta sarà così, quale che sia la mia posizione nel ranking del Premio Calvino.

Sebbene quella di scrivere sia per me una scelta profonda, sono totalmente estraneo al mondo delle lettere, dei letterati, dell’editoria, quindi trovarsi ora con l’onore di essere finalista ha il brivido dell’iniziazione. Superato il mio turno ascolto più libero la presentazione degli altri finalisti, scopro che sono tutti più bravi di me in qualcosa, chi è più fresco, chi più scattante nella prosa, chi più dotto, chi più delicato. Cavolo, se la meritano la nomination! Beh, se la compagnia è buona varrò qualcosa anch’io.

È dunque vero che arrivare in finale è già una vittoria, allora perché rode il fatto di non essere comnque primus inter pares? Ma per l’assegno, no?

Meraviglia dell’assegno, riconoscimento tangibile di qualcosa che ha un proprio valore, peccato che il suo effetto sia mitigato dalla gran domanda dei nostri giorni: quanto ci pagherò di tasse? O imposte che siano. Capirlo e calcolarlo, e ancor più sospettarlo, è un tormento, ma sì, lasciamo il problema a qualcun altro. Meglio sperare in un piazzamento d’onore. Macché. Anche la giuria predilige il romanzo e l’attualità e io non sono nella corrente. È un errore che ho pagato un’altra volta, alla discussione della tesi di laurea mi fecero i complimenti e chiesero di averne una copia, ma la lode no, quella la davano solo alle tesi di urbanistica e la mia era di scenografia. Non gliel’ho poi data la copia, che se la prendessero dall’archivio. Mi brucia, inutilmente, ancora adesso… ma poi è andata meglio, come qui al Calvino perché ho incontrato persone che ti fanno star bene. Alla fine della giornata ne ho conosciuti diversi di questi calvinesi, Gaia, Mario, Luca, Michele e tutti quelli che lascio fuori per non fare una filastrocca, tengono in piedi un luogo di ricerca e incontro e sviluppo che apre un mondo per altri versi chiuso, dove per principio quasi nessuno ti legge, perché sono troppi quelli che scrivono o perché si preferisce un nome noto purchessìa?

Qui no, c’è insieme la passione per le lettere e lo spirito dell’esploratore. Sarà che viene spontaneo voler bene a chi ti ascolta, ma questa gente del Calvino sa farsi amare molto. Prima non lo sapevo, vagavo nell’orgoglio della mia nomination e anche nel salone dove si teneva la cerimonia ero stordito tra stucchi e letterati, poi ho cominciato a conoscere i miei lettori e m’è parso di cogliere che avessero provato piacere nel leggere le mie piccole storie e mi va di pensare che sia vero. Così vengo via sconfitto ma più contento di quando sono arrivato e dopotutto nell’ipotetica sezione racconti sono comunque il primo classificato.