Diari

UN PESCE NELL’ACQUA di Simona Rondolini

lunedì, 23 settembre 2013

Quando entro nella Sala grande del Circolo dei Lettori, sono un pesce nell’acqua. Solo che l’acqua non è più la stessa: la brocca è stata riempita di champagne e sto nuotando fra le bollicine.

Mi siedo guardinga in una delle prime file, solo per accorciare il tragitto che dovrò percorrere, sotto gli occhi di tutti, quando verrò chiamata a parlare. Dopo poco mi sento toccare leggermente la spalla. Mi volto e una signora gentile, materna, mi dice: “Non so cosa lei abbia scritto, ma mi piace molto la sua giacca”. Tiro un gran sospiro di sollievo, perché quando uno ha paura qualunque rassicurazione va bene, perfino quelle piccole e incongrue.

E’ strano ma, quando finalmente comincia, la premiazione è ancora più irreale di quando me la immaginavo. Quasi mi dimentico che prima o poi chiameranno anche me, come è toccato agli altri finalisti. Invece sono già accanto al leggìo e non ho nemmeno inciampato nel tappeto. Adesso un uomo sta leggendo nel microfono le mie parole. La sua voce profonda dà loro un corpo che non mi pareva avessero, finora. Forse i genitori provano qualcosa di simile quando i figli cresciuti hanno le chiavi di casa e a loro tocca stare svegli la notte, ad aspettare che tornino e a sperare che non si mettano nei guai.

Ho ricominciato a scrivere da così poco tempo che mi pare di avere appena imparato a camminare, invece sono già ai blocchi di partenza di questa gara olimpionica e sono sicura che tutti gli altri abbiano almeno un record del mondo da vantare. Provo lo stesso a dire qualcosa di sensato. Non so se ci sono riuscita, comunque mi sembra più facile del previsto (questo probabilmente dimostra che non ci sono riuscita). Più difficile è capire la giusta distanza dal microfono. Non ricordo un’altra occasione in cui ne ho avuto uno davanti alla bocca. Invece una c’è stata: alla cresima mi fecero leggere mezza paginetta dal pulpito accanto all’altare. Ma allora avevo davanti la Bibbia e, quindi, una certa dose di autorevolezza in più. A pensarci, autorevolezza non è male come parola, visto che qui ci chiamano già gli Autori. Scrittori, perfino. Come pesano le parole, qualche volta.

Alla fine di tutto, il gruppo dei Lettori si presenta per gli applausi e le foto. Nel vederli mi sento piena di gratitudine e, di nascosto, mi commuovo. Sono di lacrima facile, io, però la voglia di alzarmi e abbracciarli uno per uno ce l’ho davvero. Perché, per la prima volta da quando scrivo, non ci sono più soltanto solitudine e fatica davanti allo schermo: da qualche parte adesso ci sono anche loro e per il momento sorridono.

Fuori piove appena. Torino ha lo sguardo corrucciato di una signora del gran mondo che voglia fare la preziosa. La Mole pare ritagliata da un album e poi incollata a un cielo color malva troppo piccolo per contenerla. Finalmente crollo sul letto. Giù in strada, la birra ingrossa le voci e gli entusiasmi in questa notte prefestiva. Come sempre, accendo il lettore mp3 per addomesticare l’insonnia. Mentre scorro le playlist con la punta del dito, ripenso a tutto quello che è stato detto di me durante la premiazione, a tutte le congratulazioni che ho ricevuto. Per mezzo secondo mi sento quasi importante. Per fortuna comincia il preludio di Tristan und Isolde, così penso che, per costruire il mio ponte traballante, ho dovuto trovare più di centomila parole; a Wagner è bastato un accordo, e il suo ponte regge ancora. Ma io ho solo le parole, perciò da domani ricomincerò a cercarle. Facciamo da dopodomani. Domani mi tengo stretta l’emozione di questa giornata che non scorderò.

Poi la stanchezza spegne musica e pensieri.