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Simone Giorgi

mercoledì, 4 aprile 2018

Intervista di Ella May – febbraio 2016 (libro uscito il 26 gennaio 2016)
Illustrazione di Davide Lorenzon

 

Simone Giorgi, romano DOC, si definisce troppo pigro perfino per avere un hobby.

Eppure ne ha fatte di cose, per essere poco più che trentenne.

Dopo la laurea al DAMS ha sperimentato con coraggio tutti i sintomi della “sindrome da occupazione inefficiente”, nota patologia sistemica tipicamente indotta dal precariato: operatore di call center, biografo su commissione, addetto carico/scarico merci, insegnante in una scuola di recupero. E così via, la lista è lunga.

Oggi è un apprezzato autore televisivo, in forza al programma TV Sconosciuti che da anni trova spazio nel palinsesto di Rai 3.

Ha partecipato al Premio Italo Calvino per ben due volte. La prima nel 2012, con il testo intitolato Il peggio è passato che gli è valso la finale. Poi nel 2014 ha meritato addirittura la menzione speciale della giuria. Lo scorso 26 gennaio [2016] ha pubblicato con Einaudi (collana Stile Libero) il suo splendido romanzo L’ultima famiglia felice, nel quale analizza con disincantata acutezza i meccanismi che caratterizzano il nucleo sociale più importante e controverso della nostra società.

 

1) Il tuo romanzo esplora una famiglia come tante, eppure unica nelle sue peculiarità. Prova per un attimo a fingere di dover scrivere una voce su Wikipedia: riesci a definire l’essenza della “famiglia”?

Purtroppo no. Più ci penso, meno trovo una formula in cui racchiudere quell’universo che è la famiglia. Tutti i miei tentativi di analisi annegano nel senso di smarrimento: quello familiare è un istituto millenario, eppure ancora non funziona a dovere. Da cosa dipendono la sua vitalità e la sua perenne precarietà? Non so rispondere. Del resto è proprio questo interrogativo, questo smarrimento che guida il protagonista del romanzo, Matteo Stella; per tutta la vita ha cercato di fare della sua famiglia un nido felice, un riparo non oppressivo. Ma scoprirà a sue spese che nessuno, neppure il migliore dei padri (e lui, con le sue imperfezioni, è forse il miglior padre che io riesca a immaginare) o la migliore delle madri (e Anna, senza essere infallibile, è senz’altro una buona madre) o il più amorevole dei figli (Stefano lo è stato, prima di cambiare del tutto; Eleonora lo è ancora, a modo suo) può davvero dire a se stesso di non aver sbagliato nulla, di non aver partecipato in nulla all’infelicità dei propri familiari.

 

2) Come mai hai deciso di analizzare proprio questa tra tutte le impalcature sociali di cui facciamo parte?

Perché la famiglia è la struttura-base della nostra società. Quello che succede in famiglia, succede nella società che la contiene. Penso, per esempio, alla crisi del modello autoritario. Oggi spesso i politici, che sono i campioni del racconto mainstream, tendono a porsi non più come autorità irraggiungibili e infallibili, ma fingono di mettersi al nostro livello, si mostrano vicini, aperti al dialogo, disponibili alla rettifica. Matteo fa la stessa cosa, mentre sua moglie Anna vorrebbe una gestione dei figli meno morbida, non proprio all’antica ma certamente più decisa. L’impostazione di Anna sembra quasi insostenibile, all’inizio lei sembra la cattiva della situazione. Salvo che poi, col procedere della narrazione, anche Matteo si rende conto che nessun genitore può esimersi dall’essere un’autorità, la prima incarnazione del potere contro cui scontrarsi. Anna gli fa capire che a volte è proprio questo che cercano i figli: qualcuno così amorevole da assumersi il rischio di rendersi odioso. Certo, e qui sta il problema, nessuno può dirti quanto in là puoi spingerti, e nessuna teoria pedagogica ti mette al riparo dal fallimento: ogni essere umano è diverso, ognuno reagisce a modo suo all’imposizione delle regole, o alla loro assenza. Matteo Stella si attiene da sempre allo stesso credo pedagogico. La sua prima figlia, Eleonora, lo adora per questo. Stefano, il suo secondo figlio, lo odia per lo stesso motivo.

 

3) La tua riflessione sulle problematiche della famiglia è stata innescata da esperienze che hai vissuto in prima persona?

No, in questa storia non ci sono corrispondenze strettamente biografiche. Certo – come sempre accade quando si scrive – nel testo ci sono andati a finire i riflessi delle emozioni, dei pensieri e delle sensazioni che più hanno risuonato in me. Ci sono finiti dentro stralci di ricordi, dettagli di vissuto che comunque servono a rendere più viva la narrazione e più credibili i personaggi. Ma narrazione e personaggi rientrano a pieno titolo nella finzione. La mia famiglia non assomiglia quasi in nulla a quella del racconto. D’altra parte non conosco nessuna famiglia che sia davvero uguale a un’altra. E, al contempo, non ne conosco nessuna che non abbia la stessa “anima” di tutte le altre. Qual è quest’anima? La mia intenzione era appunto fare di questa domanda un romanzo.

 

4) Perché, secondo te, proprio all’interno della famiglia si manifestano i lati più oscuri dell’essere umano?

La prendo alla lontana. Nello studio dell’universo, in tutte le sue propaggini più remote, in un modo o nell’altro si finisce sempre col chiedersi: ma questo fenomeno che stiamo osservando da cosa è stato provocato? E poi a ritroso. A ritroso. Fino alla domanda delle domande: da dove nasce l’universo? Ecco perché il Big Bang ci affascina così tanto. La famiglia è il nostro Big Bang. L’Eden meraviglioso in cui siamo stati felici. La pastoia da cui è impossibile liberarsi. Il momento aurorale, quando la nostra coscienza non era ancora pienamente formata, e dunque ogni ribellione era impossibile: prima ancora di farci un’idea di noi stessi, il nostro carattere si era già plasmato a contatto coi nostri familiari. Possiamo provare a cambiare il nostro stile, il modo di fare, i gusti, ma non possiamo fare niente per cambiare il nostro imprinting, il nostro Big Bang. Non potevamo allora, eravamo troppo piccoli. Non potremo più, siamo già troppo grandi. Stefano però ha tredici anni; è in quella “terra di mezzo” in cui la ribellione è o sembra possibile, persino inevitabile. Ma nessuna ribellione è indolore.

 

5) Sulla porta della camera di Stefano campeggia un cartello che urla: “Qui papà non può entrare”. Quali sono i confini che i genitori da una parte e i figli dall’altra non dovrebbero mai valicare?

Matteo Stella ti risponderebbe senza pensarci: i limiti che un genitore deve rispettare sono quelli imposti dai suoi stessi figli. Anna a questo punto scuoterebbe la testa in un moto di disapprovazione. Eleonora disapproverebbe la disapprovazione della madre. Stefano sfoggerebbe il suo sorrisino strafottente, a sbeffeggiare tanto la tolleranza del padre quanto la fermezza della madre. Insomma, un gran casino. L’unica certezza è che nel contesto familiare tutti dovrebbero ricordarsi che gli altri, oltre ad avere un ruolo all’interno della famiglia, sono anche persone con una propria vita privata. Persone che commettono errori, in buona o cattiva fede. E questo noi figli fatichiamo a ricordarcelo e a tenerlo in considerazione.

 

6) Tu ci racconti una famiglia tradizionale” composta da padre, madre e due figli. Però il tuo romanzo è arrivato in libreria proprio il 26 gennaio, in piena bufera “family-day”. Troppo ghiotta la coincidenza per evitare la domanda: qual è la tua opinione sulle famiglie “non convenzionali” e sulle loro richieste per la parificazione dei diritti?

Ti dico la verità, io non ho capito cosa voglia chi si oppone alla parificazione. Il “family-day” mi sembra una pantomima che non fa ridere, un racconto fuori tempo massimo interpretato da attori inadeguati al ruolo. Fare ricorso al sentimento dello scandalo – per ottenere una censura – mi sembra inaccettabile. Se sei sicuro di quello che fai e le pratiche altrui non limitano le tue, perché mai dovresti protestare? Forse i sostenitori del “family-day” sono solo alla ricerca di un nemico, per sentirsi uniti e non guardare i dissesti all’interno delle proprie mura. Mi fanno pensare a marinai che, messi alla prova dalle mutate condizioni climatiche, abbiano scoperto quanto la loro nave fatichi ad affrontare i lunghi viaggi. E per tutta risposta, invece di adattare la loro imbarcazione alle nuove condizioni, quei marinai vanno a incendiare le navi di ultima generazione che da qualche tempo solcano i mari.

 

7) Torniamo al romanzo: che tipo di lavoro hai affrontato per scriverlo?

Tutto è partito da un racconto che ho sentito da un amico, mentre ero in vacanza. Da lì ho cominciato a ragionare su una possibile storia, e ne ho ragionato con Bruna, la mia compagna. Ecco, direi che lei è stata ben più di una lettrice privilegiata; è stata il mio story-analist personale. Parlando con lei ho sviluppato una scaletta e quando lei l’ha approvata ho iniziato la prima stesura. Per circa un anno ho scritto. Quindi per un altro anno, in attesa di trovare un editore, ho messo a posto, riscritto, riscritto, riscritto, riscritto. E Bruna ha riletto, consigliato, approvato, rifiutato…

 

8) Perché hai deciso di consegnare il tuo manoscritto al Premio Italo Calvino? Con quali speranze e con quali paure l’hai spedito?

Io ero già arrivato al Calvino nel 2012. Quindi, più che speranze e paure, avevo certezze. Sapevo che la finale del Calvino fa sì che molti editori leggano il tuo libro. Certo, nessuno può garantirti che quelle letture si trasformino in proposte di pubblicazione. Ma è chiaro che, per chi ancora non ha pubblicato, il primo e a volte più difficile passo è proprio farsi leggere. Così, quando Mario Marchetti (attuale presidente del Premio) mi ha chiamato per dirmi che ero in finale, ho sperato che stavolta qualcuno tra gli editori avrebbe deciso di trasformare il mio manoscritto in un libro vero e proprio.

 

9) Ci racconti l’incontro con le persone che animano il Calvino?

Guarda, già ti riempie d’orgoglio l’idea che lettori qualificati abbiano passato ore e ore del loro tempo a sorbirsi pile di manoscritti e poi abbiano trovato il tuo, lo abbiano discusso, appoggiato, amato. Poi arrivi lì, e ti senti subito protetto, coccolato. Dal giorno della finale del 2014 è stato tutto in discesa.

La prima persona che mi si è avvicinata è stata Francesco Colombo, editor di Einaudi Stile Libero. Non lo conoscevo di persona e guardandolo ho pensato: “Oddio, è uguale a come ho immaginato il protagonista del mio libro!”

Se fossi stato uno dal carattere più entusiasta avrei pensato a una magica coincidenza. Invece ho pensato a un caso singolare, magari di buon auspicio. Pochi giorni dopo Francesco mi ha detto che Stile Libero voleva pubblicare il romanzo. Forse stavolta avrei dovuto davvero considerarla una magica coincidenza. In effetti, quando ho iniziato a scrivere il romanzo, fantasticavo spesso di vederlo diventare uno dei libri con la costa gialla di Stile Libero.

 

10) E il percorso di editing con Einaudi?

È stato bello, non me l’aspettavo così. Ho avuto il piacere di lavorare a stretto contatto con Rosella Postorino. Non abbiamo fatto cambi strutturali, ma Rosella mi ha preso per mano e mi ha condotto attraverso una minuziosa, e a tratti esaltante, revisione del testo. Non c’è una sola parola, una sola virgola su cui Rosella non si sia soffermata, a volte mostrandomi che avevo commesso un errore, altre chiedendomi il perché delle mie scelte: se non avevo una risposta, significava che qualcosa non funzionava. Mi ha sorvegliato, Rosella, come una sorella maggiore che vuole renderti consapevole di quello che fai. Lavorare con lei è stato come quando, da adolescente, vai a dormire dal tuo migliore amico: quella sensazione di libertà, la sintonia senza ansie, e poi il desiderio di discutere di tutto prima che arrivi l’alba, la voglia feroce di scandagliare la propria vita e il modo in cui la stai affrontando.

 

11) Esiste “LA famiglia felice”? Come immagini la tua eventuale futura famiglia?

Non esiste “LA famiglia felice”. Esistono famiglie più o meno felici, a seconda del momento che stanno attraversando. E non conosco nessuna felicità che sia convenzionale. Nessuna che sia replicabile. Nessuna che sia immacolata: la felicità è sempre imperfetta, sempre a lato delle definizioni con cui la bracchiamo. Per ora, oltre a quella di origine, la mia famiglia è composta solo da me e dalla mia compagna. Non so se si allargherà e non so come la gestirò. Forse alla fine queste cose non si scelgono, si vivono come una ricerca, per tentativi ed errori.