Diari

Serena Patrignanelli, La fine dell’estate

mercoledì, 26 luglio 2017

Una cosa strana è il ciclo delle stagioni.
Cioè non il fatto che si ripetano, ma il fatto che si presentino con gli stessi sintomi disposti nello stesso ordine: noi ci sentiamo uguali e invece siamo diversi. Il tempo non cambia ogni cosa, ma sicuramente cambia noi.
Da diversi anni, per esempio, quando torna l’estate ricomincio a scrivere, cioè ricominciavo a scrivere, questo romanzo molto lungo. Tra un’estate e l’altra passava tanto tempo, come succede, e quindi ogni volta riprendevo il romanzo e lo trovavo invecchiato − o tutto il contrario, ma è la stessa cosa, lo trovavo troppo giovane e ingenuo. Così in un certo senso ricominciavo da capo. Per questo, anche, ci ho messo tanto.
La ripetizione della Stagione, negli anni, mi ha fatto sviluppare associazioni automatiche. Durante gli ultimi giorni di lavoro prima della pausa estiva, mentre faccio ordine tra le cartelle del pc dell’ufficio, penso alle cartelle del mio pc personale, che contengono i capitoli del romanzo. Percorro i titoli, pensando a quale rileggerò per primo. Oppure quando sono a casa, fa molto caldo, e chiudo le tapparelle di ogni stanza, dentro il buio torrido smosso dal ventilatore ho in mano una penna e scrivo scalette, sequenze di parole così sintetiche che dopo un paio d’ore sono solo mucchi di lettere che non rimandano a niente. O vado al mare, e non c’è ancora nessuno. Sulla spiaggia gli operai montano gli stabilimenti – letteralmente li montano, costruiscono i gabbiotti di legno, assemblano gli ombrelloni e li piantano sulla sabbia o tra i sassi. Li guardo dalla terrazza e cerco di accordare il ritmo del mio lavoro sulla tastiera al loro. Penso che stiamo tutti mettendo in ordine qualcosa, io e gli operai, vogliamo che sia tutto pronto prima che gli altri vedano quello che abbiamo combinato. Anche la plastica bollente del volante, quando salgo in macchina: ha a che fare con l’estate. Il bollettino del CIS in autostrada. I pomodori pachino, il melone e l’insalata hanno a che fare. I pantaloncini corti, la coca-cola nella bottiglia di vetro, gli scogli alla fine del lungo mare. Tutto ha a che fare con la scrittura, col fatto che devo finire il romanzo.
Invece non saprei dire che stagione fosse, quando ho ricevuto la telefonata del Calvino. Stavo in una saletta di montaggio dove è sempre la stessa ora – penombra bluastra dei monitor accesi – e la stessa temperatura – quella dell’aria condizionata. Mi ricordo infatti la sensazione di viaggio nel tempo che ho provato ascoltando la voce gentile al telefono, una specie di squarcio verticale nel flusso orizzontale delle giornate di lavoro. La voce diceva che il mio romanzo è davvero finito – cioè diceva altre cose, ma io capivo questo – che quello che stava solo nella mia testa e nel ciclo delle stagioni, adesso esisteva.
È un po’ difficile dire il modo in cui questo mi ha fatto sentire. La felicità è piena e ha una superficie perfetta, è sferica, liscia, non ha angoli o pieghe a cui aggrapparsi per misurarne la forma.
Però adesso che è tornata l’estate, mi pare che si possa raccontare così. Tutte le mie associazioni hanno perso di senso, i pomodori sono solo pomodori, gli operai lavorano per conto loro, il caldo è appiccicoso e non significa niente. Ero certa che mi sarei sentita disorientata, vuota, o proprio persa. Ma quella voce gentile ha detto che avevo fatto quello che dovevo, che andava bene così: non c’è traccia di confusione, in questa estate, ogni vecchio ritorno può avere un significato nuovo, e non vedo l’ora di scoprire quale sarà.