Diari

Roberto Todisco, Jimmy Lamericano

mercoledì, 26 luglio 2017

Sarà stato il caldo che a Torino, quando fa caldo, fa caldo davvero, e se poi ti succede che devi indossare la giacca e tutto il resto, allora il caldo può pure annebbiarti i pensieri. Oppure sarà stata l’ansia che, da quando ho ricevuto la telefonata di Marchetti, mi si è attorcigliata intorno allo stomaco, una specie di bolo, sì, quelle palle di pelo e saliva che si formano ai gatti e che loro vomitano con nonchalance sul tappeto. Loro. Io invece mi tenevo questo peso dentro che non andava né sopra né sotto. Insomma forse per il caldo, per il bolo idiopatico, o per il fatto di essermi alzato alle cinque del mattino ed essermi fatto Napoli-Torino tutto d’un fiato, fatto sta che la sento. La voce di Jimmy, Jimmy Lamericano intendo.

Desiati sta parlando del libro di Serena Patrignanelli. Racconta di uno strano macchinario che è descritto nel romanzo e che lui proprio non è riuscito a capire come funziona. Serena annuisce, ostenta calma, ma si vede dal sorriso paralizzato e dai respiri cortissimi che anche lei sta messa male. Dal punto di vista dell’emozione intendo. Però lei almeno non ha questa voce nella testa. Spero.

Scappiamo, mi fa la voce di Jimmy. Che cosa? Scappiamo, dico sul serio, nello stato in cui sei adesso se vai a parlare davanti a tutti, facciamo una figura di merda memorabile. Istintivamente mi giro in cerca dell’uscita. La sala è così piena di gente che molti stanno in piedi proprio davanti alla porta. Poi rinsavisco, Ma che diavolo mi metto a pensare. Stare qui oggi è la realizzazione di un sogno: passi anni a scrivere di notte, sui treni o alle fermate degli autobus, arrovellandoti da solo su ogni parola, calibrando il gesto di quel personaggio e l’intonazione delle sue parole. Tutto fine a sé stesso, perché non riesci a trovare la maniera di trasformare le tue storie in qualcosa che arrivi alla gente, farne qualcosa di pubblico, che poi è l’essenza della scrittura. Come fare il musicista in un mondo di sordi. Poi un giorno (una sera nel mio caso) ti arriva la telefonata di Mario Marchetti, che con quel suo tono formale ma allegro, ti dice che sei fra i finalisti del Premio Italo Calvino. All’improvviso si alza il volume. Qualcuno che è disposto ad ascoltare la musica e farla sentire agli altri.

No Jimmy, non scappiamo. Fai come vuoi, ci farai passare per fessi. E smettila di parlare al plurale, non c’è nessun noi, tu sei solo il frutto della mia immaginazione, il personaggio di un libro. Veramente sono il protagonista del libro che ti ha portato fin qui, un po’ di riconoscenza me la devi, non credi? Taci.

Finalmente da un balcone aperto alle spalle del tavolo della giuria si mette ad entrare un po’ d’aria. Marchetti sta per annunciare l’ultima menzione speciale. Siamo rimasti solo io ed Emanuela Canepa. Ecco, Marchetti prende il microfono, ci siamo, Adesso è arrivato il momento di chiamare Jimmy… cioè Roberto Todisco, scusate.

La voce nella mia testa se la ride, sorniona.