Diari

RICCARDO LURASCHI – L’OMBRA DEL PADRE

lunedì, 23 luglio 2018

È stato un caso? o è stato il Fato, o qualche altra divinità presiedente ai destini umani, a provvedere che la telefonata del messaggero Marchetti giungesse pochi minuti dopo la fine della messa di suffragio per mio padre?

Una cerimonia frettolosa, nella cappella umida e scura di antica antichissima chiesa cittadina, ornata e ricca di dipinti marmi arredi ma fredda, ma scostante, il prete che tira un po’ via e recita a macchinetta le giaculatorie del suo ufficio, che sbriga la pratica insomma, assecondato dalle beghine col golfino dal colore indefinibile, abbottonato sul davanti, sussurranti implorazioni a occhi bassi, socchiusi. Assecondato anche, ma con tonante entusiasmo che sconfina a momenti nella frenesia, dai due gemelli sessantenni, alti e grossi come granatieri ma fermi, per funzioni mentali e cognitive, agli otto-dieci anni; di messe non se ne perdono una e sono buoni come il pane ma un po’ mi intimoriscono quando bruscamente, a scatti (tutto in loro, i pensieri infantili come il parlare, come i gesti, è a scatti, a strappi che succedono all’ingorgo, all’inceppamento) mi invitano ad accostarmi all’altare per ricevere dal sacerdote l’ostia consacrata. Io non voglio ricevere l’ostia consacrata e dunque dico no con la testa e accennando un debole sorriso, ma loro insistono imperterriti con questo scatto ripetuto del braccio nel gesto del vigile all’incrocio che intima agli automobilisti apatici o distratti o imbranati di circolare, così rinculo fino al muro ma loro insistono ancora e io faccio segno di no anche con le mani e già le beghine hanno levato la testa e fremono un po’ nel golfino ma ecco che per fortuna il prete dice con tono alto e fermo “Preghiamo” e i due, come azionati da una molla, si girano verso di lui e iniziano a recitare la preghiera, le sillabe sacre sparate come fucilate.

Comunque adesso ero fuori, nella strada inondata di sole e la giornata primaverile tiepida e luminosa così simile al 23 aprile di nove anni fa, quando mio padre si spense, mi fa ripensare a lui, alla sua lunga e intensa vicenda terrena compiutasi in una camera d’ospedale molto pulita, bianca, ben attrezzata, gli innumerevoli attimi vissuti confluendo lì, in quel letto reclinabile elettricamente, per assumere il loro misterioso significato, perché è la morte che – chiudendo il cerchio – illumina retrospettivamente l’esistenza umana. Il corso di tali intricati e frastornati pensieri è stato dunque interrotto dal messaggio di Marchetti: l’annuncio della finale e i complimenti e i ragguagli, in tono pacato e cortese, addirittura delicato, quasi il messaggero volesse attutire l’effetto della notizia, riportandomela con tatto.

Riagganciato il telefono, il filo dei pensieri su mio padre si riannodava. Ma ora tra me e lui, così lontano, per sempre lontano, c’era il Calvino, vale a dire l’inizio di qualcosa, il riconoscimento pubblico della mia scrittura, una qualità, una modalità esistenziale che lui non potrà mai sapere. La cosa mi addolora, perché so che sarebbe stato orgoglioso, ma accanto a questo sentimento ne è sorto un altro, indefinibile, fatto di sollievo e di rimorso: viene dalla consapevolezza che la lotta con la sua ombra è finita.