Diari

FERMO POSTA QFWFQ di Paolo Marino

lunedì, 23 luglio 2012

Impaginato come lo vogliono loro fanno 205 pagine. Accendo la stampante e una spia verde lampeggia. Controllo il livello dell’inchiostro. Le due cartucce del colore nero sono quasi finite. Sospiro, guardo l’ora: sono le 15,20. Dovrebbe essere un momento memorabile, la fine di quattro anni di scritture, correzioni, revisioni, tagli, nuove stesure e rimescolamenti. Prima al computer, poi a mano. Sì proprio così, la parte iniziale è stata scritta direttamente al computer, mentre da un certo punto in poi ho continuato a penna su fogli di ogni tipo. Avevo bisogno di un ritmo diverso dal frenetico ticchettio dei tasti. Ci volevano una lampada fioca e il pennino di una stilografica che gratta sulla carta per trovare il modo di arrivare alla fine. Ma adesso che ci sono, ora che, arbitrariamente, in virtù di una scadenza, ho deciso che oltre non si va, non provo alcun sollievo. Non ci sono né gioia, né voglia di brindare, ma solo una constatazione: l’inchiostro nero è quasi finito.

Esco. Per essere la fine dell’estate il caldo è ancora torrido. Mi dirigo verso un negozio d’informatica. E’ una fortuna averlo a duecento metri da casa. Devo solo attraversare un parcheggio. Raggiungo l’ingresso, do un’occhiata dentro e non vedo nessuno. Per entrare bisogna suonare il campanello. Suono. Nessuna risposta. A volte ci mettono un po’. Attendo. Niente. Provo a bussare. Tutto inutile. Faccio un passo indietro. Ecco, c’è un cartello sulla vetrina. Dice che il pomeriggio il negozio è chiuso. Non era così prima, mi pare. Sarà la crisi?

Odio i centri commerciali, ma non ho scelta. Torno a casa, salgo in macchina e parto. Guidando mi sale un languore che trova ospitalità dalle parti dello stomaco. La strada è come un videogioco di prima generazione. Manca la profondità. Solo ostacoli di fronte a me. Vorrei schiacciare un bottone e con un laser distruggere l’auto che mi precede. Disintegrarla e sfrecciare attraverso una nuvola di frammenti. Invece mi tocca frenare, attendere che riparta, assecondare le onde del traffico, attraversare una rotonda, mettere la freccia, svoltare. Non è fretta. E’ quel languore che non mi dà pace.

Mi aggiro tra gli scaffali e penso alla stampante. Che non ha mai fatto un buon lavoro. Ogni quattro o cinque righe ne fa una mezzo scolorita. Mi chiedo se ne dovrei comprare una nuova, già che ci sono. Guardo i prezzi, confronto i modelli e decido che non ne vale la pena. Trovo le cartucce di ricambio e vado a pagare.

Finalmente a casa arriva il momento. Do il via alla stampante che inizia a produrre suoni di scorrimento, di assestamento, di solerte buona volontà e, una volta conclusi i rituali preparatori, inizia a sputare pagine. Ogni tanto una riga è un po’ sbiadita, ma pensavo peggio. Finisce la carta. La ricarico e trepidante ridò il comando, sperando che non ci siano intoppi. Riprende e ci mette mezz’ora per finire.

E’ un bel malloppo e si pone il problema di come trasportarlo. Trovo una borsa di plastica gialla che sembra fatta apposta per contenere 205 fogli in formato A4 e, soddisfatto, vado in copisteria. Spiego che non voglio la rilegatura con gli anelli. La titolare soppesa il plico che le ho appoggiato sul bancone e non si decide a rispondermi. Non è convinta. Perché esita? Le dico che ne voglio due copie rilegate e ripeto: senza anelli. Rimane muta. Non voglio dargliela vinta e fornirle spiegazioni. Lei osserva il frontespizio e con un dito fa scorrere i fogli. Poi il viso le si illumina.

“Ma è un romanzo.”

Una vampata di calore sale dalla punta dei piedi e m’incendia il volto. Nella testa solo un ronzio.

“Già.”

La donna è in preda all’euforia.

“Complimenti in bocca al lupo.”

Non mi esce nessuna frase di circostanza. Sono inceppato.

“Già.”

Finiscono così quattro anni di anonimato? Pensavo a qualcosa di diverso. L’ho tenuto nascosto a tutti il romanzo, sono stato attento a non farmi sfuggire nemmeno una parola.

“Domenica vieni a Milano?”

“No.”

“Stasera vai al concerto?”

“No.”

“Domani ci sei alla festa?”

“No.”

Sempre no, soltanto no, invariabilmente no, senza mai una spiegazione, tenendo tutto segreto. Per anni massimo riserbo sulla faccenda e questa qua mi smaschera in tre minuti. D’accordo, le ho messo in mano il prodotto finito, ma poteva usare un minimo di discrezione. I pudori altrui andrebbero assecondati.

“Allora domani è pronto ancora complimenti.”

Fuggo dal negozio meditando di non mettervi mai più piede.

Tornare il giorno successivo per ritirare il lavoro è una pena senza fine. La donna ostenta buon umore e ha un’aria di partecipazione all’impresa che nessuno le ha chiesto. Come se l’avesse scritto lei. Presentandomi il conto, rinnova le sue felicitazioni, ricevendone in cambio un grugnito.

Ultima tappa l’ufficio postale. Qui se ne fregano delle mie aspirazioni all’anonimato. Devo compilare un bollettino nel quale indicare il destinatario: Associazione Premio Italo Calvino c/o L’Indice bla bla bla. Certo, anche loro, quelli del premio intendo, potevano studiare qualcosa di più neutro per non mettere nell’imbarazzo i partecipanti. Che ne so: “Fermo posta Qfwfq”. Perché è ovvio che se ti presenti per spedire un pacco di due chili e 367 grammi al Premio Italo Calvino sei uno che ha scritto un libro e intende partecipare a un concorso. E’ abbastanza intuitivo e l’ha capito anche l’impiegato che pesa il collo. Mi guarda di sottecchi e annuisce. Mi strizza l’occhio e mi lancia un’occhiata di complicità. Adesso ho anche la sua benedizione. Poi scribacchia qualcosa e mette un timbro.

“Sono 11 euro e 50.”

Pago e con rassegnazione me ne vado. È andata così.