Diari

NICOLA NUCCI – ECCOTI FLIPPATO

lunedì, 23 luglio 2018

Butto giù un colpo di tosse, una canzone moderna, un’estate, un nulla di fatto, uno starnuto, un testo teatrale coi fiocchi, cavolo!, suona che è una meraviglia, roba da malati, storia da libro degli orrori, ma io ci sto dentro a quella stanza degli orrori − roba sterilizzata ben bene, finestre ariose, − tipo centro di recupero, tipo uno sputo che ti proietta a ridosso di quel cono d’ombra che…, all’improvviso mi piglia lo schiribizzo di telare via, e invece no, devo rimanere, “mica puoi muoverti, eh”, tipo segregato, tipo “disintossicazione”: dosi finite, pulito!, “ne uscirò da bravo damerino” penso tra me e me, e intanto schizza via un altro inverno, o foglio, o scracchio d’inchiostro che… notte bigia: reggimento di soldati scalzi, lanterne fioche disseminate come mine, “basta tenere duro un altro po’” che le munizioni sono terminate e io non sono una specie di chimico o qualcosa del genere quindi la roba me la devo fabbricare allampo per conto mio, ed è così che faccio, ammaestrato coi gusci buoni, addobbato per le feste, o per morire, e difatti principio subito a perdere un mucchio di sangue − sagome tetre aggrappati a muri obliqui, battiti di mani mancati, − “per gli altri è stato tanto difficile?”, “per quello lì non deve essere stato tutto ‘sto difficile!”, odo i rintocchi di un altro valzer di lancette, tipo coltelli che si conficcano…, tipo non lo so: un sacco di fame, la gestisco facendo brillare un altro istante, ne esco conciato malissimo del tipo mi mordicchio le labbra, butto giù tutta la rogna che ho dentro…, che poi mica è una cosa tanto dissimile da togliersi un rene, da vomitare, da rinascere… giudizi sparsi di amici o presunti tali: “dove vai così conciato!”, “non si capisce un cazzo!”, “e le note?”, “ma non c’avevi nulla di meglio?”, “tutto scollegato!”, “si parlano troppo addosso!” “perché non hai scritto una caspita di storia d’amore?!”, “i punti, le virgole, i punti e virgola”, “una cosa un sacco avanti… troppo avanti”… eppure continuo a proseguire diritto, quasi imperterrito, Premio Italo Calvino racconta quell’insegna ronzante che ci penso anche un po’ su, flippato come mi sento, non lo so, una sorta di radiografia, “come stai?”, sto bene, sto male, non so proprio come dovrei stare, perché prima o poi arriva il momento in cui cominci a fraternizzare con tutto il tuo buio, non lo so: ci giochi, scrivi un libro, ci dai dentro coi distorsori musicali e via discorrendo… fino a che non ti viene a pigliare quel primario che…, ti conduce in quella sala piena zeppa di cavi elettrici e buoni propositi, essì, ecco che riemergi più sfasato che mai, sei tu?, non sei tu?, forse uno che ti somiglia, no che non sei tu!, eppure gorgheggi “Trovami un modo semplice per uscirne è stata un po’ una scommessa”, del tipo arte moderna, o riff elettronici o sterco di triceratopo, e intanto ti trafiggi la vena con ‘sto bendidio… eccoti, flippato dalla poesia che profuma di giorni claudicanti.

Adesso sì che sei proprio tu.