Diari

Martina Renata Prosperi, Branchia

venerdì, 16 settembre 2016

Fra tutti gli artisti io invidio i musicisti, i compositori, i pittori, le cui opere sono mari navigabili, e luoghi abitabili come ricordi. Cavare musica dalle sillabe invece è come brandire un grissino e titillare un calice: le parole sono strumenti quotidiani. Difficile pretendere che qualcuno le ascolti, e imbastire una melodia, una dimora, un viaggio, contentandosi delle posate sul tavolo. Eppure a volte capita – di viaggiare per le parole –, e a volte capita di viaggiare con loro, su un aereo in cui ci siedono a fianco.

La chiamata anonima mi raggiunse a mezzanotte, al tredicesimo piano di una Taipei insonne. Come d’abitudine preferii non rispondere, risparmiando all’ignaro chiamante il costo dell’internazionale. Poco dopo ricevetti il messaggio di mia madre – “Per favore collegati a Skype” – e, temendo per mio nonno, mi affrettai ad aprire il portatile. Quando lo chiusi, tuttavia, non fu per piangere, fu per improvvisare un balletto nella stanza, e poi costringermi a letto – erano le due di notte ormai – e fissare il soffitto continuando a sorridere: avevano chiamato dal Premio Calvino. Il mio girino, cioè Branchia, era in finale.

Quella notte non dormii granché. Dovevo decidere chi mandare al mio posto. L’idea di andare e tornare da Taiwan per presenziare alla premiazione era troppo costosa per sfiorarmi. Fu mia madre a propormela il giorno dopo. E fu così che presi l’aereo per Branchia, e con lui viaggiai fino a Torino…

Fino, cioè, a lettori che conoscevano i miei personaggi, che si erano mossi nelle stanze e sulle strade inventate per loro. Fino a quel surreale giorno di premiazione, in cui per la prima volta qualcuno asseriva che il mio grissino e il mio calice producevano suoni. Fino agli altri finalisti, ai loro volti, età, provenienze, agli estratti delle loro opere. Fino a quegli istanti in cui ascoltavo curiosa come una bambina, e come un’adulta prendevo parte alla conversazione.

Prima di tornare a Taiwan andai anche a trovare mio nonno. Salutandolo, gli promisi che sarei tornata presto, che comunque l’avrei chiamato da Taipei, ché mi piaceva tanto sentire la sua meraviglia: “Che bella sorpresa!”, esclamava ogni volta, “Ti sento benissimo! Proprio come fossi qui!”. Non sapevo che in breve le sue condizioni sarebbero peggiorate, che non avrebbe più potuto rispondere al cellulare.

Ora mio nonno non c’è più. I suoi anni di vita sono passati, come passato è il giorno di quella bella conversazione. Ma – ieri pensavo, con le sue foto sulle ginocchia – che sorpresa, nonno! Ti sento ancora benissimo!, ancora come fossi qui! Forse, mi sono detta, è perché i primi grissini li ho provati sui tuoi bicchieri. O forse perché le parole non sono solo “posate” o “matite”. In fondo le parole sono anche “chiamate”. Le parole sono anche “ritorni”.

Le parole sono anche “aerei”.

E, a proposito di parole, un “grazie” di cuore va a tutti i lettori del Premio, alla Giuria, ai compagni finalisti, e a tutti i passeggeri coi quali ho condiviso questo viaggio.