| La parola ai Giurati |
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Pubblichiamo gli interventi dei giurati della XXII Edizione del Premio Italo Calvino. Ecco i testi di Gian Carlo Ferretti, Presidente della Giuria e della giornalista e scrittrice Natalia Aspesi. GIAN CARLO FERRETTI "Il giovane autore non esiste", così si intitolava un capitoletto del mio pamphlet Il best seller all’italiana, pubblicato da Laterza nel 1983. Un titolo che pur nella sua unilateralità esprimeva abbastanza bene una situazione reale tra la fine degli anni sessanta e i settanta. La narrativa italiana contemporanea infatti attraversava allora una fase di difficoltà, per un calo di creatività che risentiva di ragioni convergenti. Tra le altre la contestazione politica dell’intellettuale-scrittore, la contestazione avanguardistica della narrativa tradizionale, e inoltre la proliferazione dello strutturalismo e della narratologia che colpiva al cuore il romanzesco con i suoi contenuti e il suo intreccio, e colpiva altresì la lettura come esperienza impura in quanto commista di motivazioni extraletterarie. Alla carenza (o assenza) di giovani scrittori l’editoria rispondeva ricorrendo sempre più agli scrittori garantiti e sicuri di età non verde, più o meno consolidati da decennali fortune di critica e di pubblico. Il cambiamento che si veniva manifestando a partire dagli anni ottanta, non a caso coincideva almeno in parte proprio con la scomparsa di numerosi scrittori affermati, a vari livelli di valore e di successo. Mario Barenghi in Oltre il Novecento (Marcos y Marcos 1999) ne ha fornito un elenco che tra la metà degli anni ottanta e l’inizio dei novanta comprende (qui in ordine alfabetico): Arpino, Anna Banti, Bilenchi, Calvino, Cassola, Chiara, Natalia Ginzburg, Primo Levi, Manganelli, Elsa Morante, Moravia, Parise, Pomilio, Pratolini, Rea, Sciascia, Testori, Volponi. Per contro, cadute le ipoteche politiche, avanguardistiche e teorico-critiche, si sviluppava un vero e proprio ritorno in massa di autori italiani alla narrativa, e in particolare al romanzo. Mentre parallelamente si sviluppava un ritorno delle case editrici grandi, medie e piccole alla sperimentazione di nuovi scrittori: con una ricorrente acquisizioni da parte delle grandi, degli scrittori scoperti dalle piccole. Ma un lungo discorso andrebbe fatto sulla rete, che sta diventando un altro protagonista in questo campo. Restando all’editoria libraria colpisce da allora a oggi il gran numero degli esordi, che nasce anche da ragioni pratiche e concreti interessi degli editori: l’autore sconosciuto costa poco, può rivelarsi un buon investimento, e l’abbassamento del livello critico di selezione che comporta l’estensione del fenomeno della sperimentazione, può venir compensato vantaggiosamente dal largo uso promozionale dell’etichetta di "giovane scrittore" che sul mercato funziona. Si succedono e alternano così valori diversi naturalmente: narratori di breve stagione o di durata medio-lunga, condizionati ancora una volta e molto spesso dai risultati di mercato. A un convegno tenuto nel 2004 alla mia università di Roma Tre, un autorevole editor di un’altrettanto autorevole casa editrice, dichiarava tra onestà e rammarico: di un narratore italiano esordiente o comunque nuovo posso pubblicare al massimo tre titoli, ma se al terzo titolo non arriva al successo lo devo abbandonare. In realtà controllando le edizioni, si scopriva facilmente che quell’ editor doveva spesso abbandonarlo prima. Gian Carlo Ferretti NATALIA ASPESI Sono grata a Giovanna Providenti per questo assoluto atto d’amore che ha costruito per ricordare una vita femminile difficile, in vita inaccettata nel conformismo del mondo culturale italiano di allora, la vita di una grande scrittrice che per aver osato uscire da ciò che ci si aspettava da una signora che scrive (appunto, signorilità), è stata respinta, isolata, oltraggiata da una critica polverosa, presuntuosa e terrorizzata da ogni imperio letterario femminile libero e imprevedibile, che osi uscire dai canoni fissati dalle mode: oggi magari il giovanilismo, il porno, il bizzarro a tutti i costi, allora, negli anni 70/80, magari la rivoluzione, il contropotere e persino il sesso, ma con elegante moderazione. Goliarda Sapienza non era moderata ma disperata, come la sua scrittura, carnale, scandalosa, di sangue. Il suo meraviglioso ‘L’arte della gioia’, così fu liquidato da un famoso e insipiente critico: ‘E’ un cumulo di iniquità. Finchè io sarò vivo non permetterò la pubblicazione di un libro simile.’ Ci vollero infatti vent’anni dopo che l’autrice l’aveva terminato, perché un piccolo editore osasse pubblicarlo: era il 1996, e Goliarda era morta quello stesso anno. Poi si sa, i francesi l’hanno riscoperto e lanciato come un capolavoro nel 2006, e finalmente ‘L’arte della gioia’, ristampato, è tornato a vivere anche in Italia. I tempi sono cambiati, i critici sono stati sotterrati da montagne di libracci, e finalmente anche a loro la meravigliosa scrittura di Goliarda è parsa accettabile, alla loro altezza. Spero che questa volta i critici, e gli editori, si accorgano subito del valore di questo ‘La porta è aperta’, una biografia rigorosa eppure costruita come un romanzo appassionato, che comincia molto prima che Goliarda nasca, raccontando come in una saga le vite dei suoi singolari genitori. Capitolo dopo capitolo, Giovanna Providenti intreccia spesso la vita di Goliarda a quella di Modesta, la protagonista di ‘L’arte della gioia’, in un gioco di specchi che riflettono due vite singolari, temibili, appassionate, che non hanno paura dello scandalo né dell’irregolarità, né della crudeltà. E’ un lavoro sapiente quello di Giovanna, che fa riflettere anche su come dieci, trent’anni fa, malgrado il femminismo, malgrado l’apparente libertà, la femminilità potesse ancora essere una prigione, una esclusione, un’invisibile ragnatela che certe volte pare calare tuttora su donne che non stanno alle nuove regole, ai nuovi conformismi in cui si cerca di rinchiuderle. Minuziosa, appassionata, ricca, documentata, questa biografia, raccontando di un personaggio difficile e ancora sconosciuto se non per fatti ormai noti (il cinema, il teatro, un furto, l’impegno politico, la prigione, la miseria, gli amori) riesce a farne un grande personaggio, a comunicarci quanto quella figura anomala sappia parlarci di quella ribellione, e di quel dolore silenzioso, che tante donne quasi sempre nascondono per difendersi dalle ferite del mondo. Natalia Aspesi |



