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DIARI DEI FINALISTI

A TORINO! AL CALVINO!

A TORINO! AL CALVINO! di Damiano Zerneri

 L’avevo di già conosciuta Torino. L'ultima volta ci capitai nel pieno dell'estate, quando le città riescono mezzo disabitate dalle partenze per la villeggiatura. E allora ti appaiono queste strade ortogonali quasi totalmente illuminate di bianco e giallo, come in un levante che nell'onda di calore finisce e cade dentro la pianura.
Uno può essere che non se l’aspetti una cosa del genere; dice che gli avevano raccontato una storia diversa. Eppure.
Buffamente di Torino solo questo residuava, il reperto: come se gli ultimi fotogrammi di diverse frequentazioni, peraltro la maggior parte nei mesi freddi, con le acque del Po che alla vista paiono di sasso, si fossero contratte in un agosto invece abbagliante uguale alla spiaggia di Orano dove lo Straniero eccetera.

Del Premio Calvino invece mi tornava in mente una cosa, un NuovoCorallo Einaudi degli anni ottanta/novanta con in copertina un bastimento che cola a picco e che s'intitola(va) “Navi di carta”, scritto da tale Gabriele Contardi.
Arribartando come d’abitudine cataste di libri a metà prezzo nelle rivendite sotterranee, in cerca distratta nel periplo delle bancarelle di bouquiniste della mia città - le quali, sia detto, in luogo del lungofiume che ci si aspetterebbe, si trovano di preferenza in margine ai giardini pubblici - incontravo spesso questo piccolo libro, il quale sul retro portava stampigliata la formula non alchemica: “un'occasione di lettura”. Solo i vecchi struzzi di Quarantotti Gambini mi comparivano sotto il naso con maggior frequenza e con simile stampigliatura.

Ovvio però che non è questo, non sono certo il triestino dimenticato né l'occasione di lettura. Piuttosto, leggendo la quarta di copertina rilevavo che Contardi aveva vinto a suo tempo il Premio Calvino.
Non so se con quel testo o con un altro, in questo momento non ho sottomano l'albo d'oro. Resta che io prima di allora il Premio Calvino non avevo idea di cosa fosse.

Queste le due cose che mi son trovato in saccoccia, cinque minuti dopo una telefonata a comunicarmi che qualcheduno assai illuminato aveva scelto me, tra altri, per la finale del concorso.
Dunque ero io, magari novello Contardi in pectore, e anche oltre [ma l'oltre lo avrei conosciuto dopo, leggendo i nomi di altri scrittori ora molto noti ma a suo tempo, come me adesso, soltanto cavati al mondo grazie a questo premio meritorio], che già strolegavo di fantastiche avventure da Barzamino. Prima di calmarmi infine.

Ma tutto questo è un preambolo, poiché spesso la vita, come un atto amministrativo, la si redige per preamboli anziché per competenza, com’è dei bilanci. Contrariamente a quanto si pensa, negli umani commerci i bilanci sono marginali, i preamboli invece frequenti, persino invasivi.

E comunque arrivato al sedici di aprile, e malgrado conoscessi Torino trattenendone appunto una visione non brumosa bensì meridiana, e nonostante Contardi barra Quarantotti, lo stato d’animo con cui mi son messo in viaggio era quello del giovane garzone boemo protagonista di quella storia pìcara dell’Europa centrale, il quale parte per la grande città dove poi, tra le altre cose, gli accadrà di servire il re d’Inghilterra.

Chiederebbero: non stavi più nella pelle? Mah, risponderei, non tanto quello... ripeto, la cosa è che mi bullicava dentro una certa curiosità della letteratura in azione, curiosità che è quella di colui che vive in un borgo lontano, ristretto in un maggese, e che forse ma dico forse vede una fettina di mondo soltanto quella volta all’anno che va alla fiera.
Ergo, pur avendo letto non dico molto, ma pur sempre abbastanza, non sapevo niente.

Mi rendo conto di avere in atto una lunga tirata di sfoglia, per cui cerco di rallentare e focalizzare l’attenzione sulle percezioni più vive dell’esperienza del premio Calvino [dell’esservi stato tra i dodici finalisti, quindi in una piacevole, ancorché scombussolante avanscoperta al gentile pubblico].

Nel corso della premiazione o presentazione o pubblica lettura o incontro, uno dei finalisti parlando di sé ha detto una cosa del tipo di essere pervenuto, tramite il premio, l’esservi trascelto nella scia del suo testo, al riconoscimento come scrittore.

Credo si riferisse quasi più ad una sorta d'inquadramento professionale, circoscrizionale, di prontuario, di libretto di servizio.
Certo nulla a che vedere coi tempi di Stalin, ove se non c'era qualcuno che ti metteva il timbro sulla tessera annonaria e/o esistenziale, attestando-ti in ciò la qualifica di scrittore, mica te la assegnavano la stanza nella casa delle lettere cittadina [suppongo un vero e proprio casermone zeppo di pennaioli, con cucine anguste, incerti i vettovagliamenti].

Sembra una cretinata questa qua del declinarsi pubblicamente quale scrittore, ma il dirsela in faccia una roba così, per esempio la mattina presso lo specchio radendosi la cotenna, fa tremare un poco l'anima, non si sa se per una vaga umiliazione o per il fatto di sentirsi indulgere in qualcosa che non ha concreta relazione con lo stare coi piedi per terra, come invece si converrebbe ad un uomo savio e ahimè di già parecchio adulto.

Alla tua età, dici al te riflesso nel vetro, stai a sognare queste cose: di fare lo scrittore... no anzi, addirittura di esserlo, controfirmato e vidimato. Sei solo un pirlone! [sembra di sentir parlare il mugghiante signor padre, vale a dire herr Hermann Kafka commerciante di chincaglieria].
Facile che a quel punto il terrore, fattosi intollerabile, faccia scappare di mano il rasoio di sicurezza e il sangue del malestro a gocciare rosso nella gora di acqua peli e schiuma sul fondo del lavandino.

Eppure è questo, molto semplicemente, forse anche puerilmente: che io, nella mia esperienza - giungendo al Calvino da selezionato, a sedermi in quella bella stanza dove meglio di me, e in accordo alla mobilia, avrei visto erti sulla seggia un Baretti, un Gozzi - metaforicamente l'ho pigliato a calci in culo a Hermann Kafka e a tutti quelli come lui, enti ectoplasmici ma urticanti, scoraggianti.

E dunque son venuto anch'io alla luce, liberandomi, stiracchiandomi in tutte le mie incertezze e farragini di scrittore che non vede, nella sua esperienza, manco il prossimo tornante.
Non so se si tratti tecnicamente d'una catarsi, ma in qualche modo ho rotto il follicolo e subito mi son sentito leggero.
Prima non possedevo idea, avevo una curiosità di foresto della città, degli eventi traverso i quali avrei poi finito col servire il re d'Inghilterra, mentre alla fine mi trovavo sapendo qualcosa, di me sotto forma di scrittore.

Suonerà melodrammatico? Patetico? Ma no, è stata una gran leggerezza. E poi comunque non è che debba mettere per iscritto l'intera mia vita per dar conto de' moventi e della leggerezza e di tutta la dinoccolata fase post-parto (letterario).

Vengo a concludere, ricordando tutti coloro che fanno sì questo premio abbia luogo [in questo non mi riferisco ai giurati eh, quelli no, in particolare i famosi, che vendono tanto e gli cavano i film, dai loro libri – ci siamo capiti].
Coloro che mettono in azione la dinamo di questa macchina lavorando, remigando carte, leggendo e rileggendo, confrontandosi. L'hanno fatto regalando il loro tempo anche a me, che, figurati, laggiù dalle lontananze del mio tavolo di lavoro mai l'avrei immaginato... e invece.
Ricordando con riconoscenza quelli/e con cui ho avuto modo di parlare più a lungo, e anche chi ho conosciuto solo brevemente.

In questo, io francamente non so cosa mi aspetti dalla scrittura o da una eventuale, forse sideralmente lontana pubblicazione. Non lo so.
So per certo che è stato molto bello trovare persone che non avevo mai visto prima venire da me, stringermi la mano e dirmi che le cose che ho scritto gli erano piaciute. E questo senza schermi, senza gabbie coi capponi vivi appese in cima al palo della cuccagna, senza disegni, atteggiamenti, compiacimenti.
Semplicemente così.
Per me, ripeto, è stata come una piccola scossa che non dimentico. E di cui ringrazio tutti voi che fate questo duro lavoro per il Premio Calvino. Grazie.
L'ho già scritto che sono venuto alla luce?

L'ANTIPATICO

L'ANTIPATICO di Michele Lamon

Sono in cucina e sto guardando sovrappensiero fuori dalla finestra, quando squilla il cellulare. Il suono prosaico sgretola la mia condizione aulica di sovrappensante e mi fa d'un botto vedere molte cose come stanno. Ad esempio che fuori dalla finestra, in giardino, c'è il mio vicino che indica ripetutamente dalla mia parte proferendo delle parole, ma non riesco a intuire dal labiale che diamine vuole; che è una giornata poco luminosa, proviene quasi più luce dal frigorifero inspiegabilmente aperto; che il frigorifero è inspiegabilmente aperto; che tenere il tetrapack del succo di frutta inclinato sul bicchiere tutto questo tempo è decisamente eccessivo. E che sta squillando il cellulare.
Mentre la tovaglia si incarica di assorbire la tracimazione, esamino il numero sullo schermo. Prefisso 011. Torino. Chi può essere da Torino. La rai. Ma con la rai ci ho litigato. La fiat. Ho litigato anche con la fiat. Da quei posti vengono solo attaccabrighe. E le perturbazioni atmosferiche.
Rispondo. Dall'altra parte si annuncia Mario Marchetti del Premio Calvino: volevo informarla che il suo scritto è tra quelli ammessi all'esame della giuria esterna, congratulazioni. In qualità di finalista è quindi invitato alla premiazione, naturalmente sarà nostro ospite, a breve le indicheremo presso quale albergo le verrà prenotata la stanza. Dunque a presto, e ancora complimenti per il suo lavoro.

Giorno dell'arrivo a Torino. Raggiungo la reception dell'albergo e mi imbatto con grande sorpresa in una fila di svariati metri, che, mi volto per constatarlo, si propaga con placida inarrestabilità. Ma che succede? Ah, certo, sono i giorni dell'ostensione della sindone. La città è traboccante di pellegrini, una quota dei quali si trova, con pupi armi bagagli e senza prenotazione, dinanzi a me. Assisto quindi alla accorata quanto inutile richiesta di alloggio di quei devoti messisi nelle mani divine anche per le spicciole questioni logistiche. La procedura deve essere in atto già da un bel po', tanto che si è ritualizzata in una formula standard di richiesta-rifiuto non priva di una certa musicalità: siam fedeli siam qui per la sindone, sia gentile ci assegni una stanza ne. Il “ne” lo usano anche i non indigeni, per ingraziarsi con tattica etnica l'alberghiera, la quale però dà sempre la stessa risposta: siam spiacenti ma siamo al completo, disteso il lenzuolo Torino è al tappeto. Avanza il successivo e la preghiera ricomincia: siam fedeli siam qui ecc... La ritmica è d'aiuto cosicché la fila scorre con scioltezza.
Ora è il mio turno, sono decisamente a disagio. Conscio di rompere l'incanto del cerimoniale sibilo il mio cacofonico “Mi chiamo Lamon, dovrebbe esserci una prenotazione da parte del Premio Calvino”. La receptionist dimostra buoni riflessi, sbaglia solo la prima sillaba, al “siam” si interrompe e magicamente pronuncia un “Benarrivato signor Lamon, ecco le sue chiavi”. Cerco di  non voltarmi al mormorio indignato che aleggia alle mie spalle, ma con la coda dell'occhio intuisco lo sguardo del prossimo aspirante cliente, fisso su di me a occhi stretti. Mi allontano il più rapidamente possibile ma faccio in tempo a sentirgli dire “Mi chiamo Lamon, dovrebbe esserci...”.

Giorno della premiazione. Sono belle le premiazioni, lo testimonio in prima persona. In seconda o in terza persona forse sarebbe diverso. Comunque, sono piacevoli, in ogni aspetto, compresa la presenza dei colleghi/concorrenti/guastafeste, dopo che li hai conosciuti. Del resto, siamo una compagine alquanto eterogenea eppure accomunata da qualcosa di importante e forte al punto da trovarci tutti per lo stesso motivo nel salone del Circolo dei Lettori. E il discorso non cambia nemmeno per la collega/concorrente/piùguastafesteditutti, ossia Mariapia Veladiano, la vincitrice. Il caso vuole che lei ed io ci si trovi vicini di posto, ci scambiamo le rispettive schede compilate dal comitato di lettura e qualche frase tra un intervento e l'altro di organizzatori, ospiti, giuria. Mariapia è molto composta e cordialissima, queste qualità mettono in risalto i popcorn emozionali di cui scoppietta ogni tanto mentre gli altoparlanti citano brani o elencano i molti pregi del suo romanzo. A un certo punto abbasso lo sguardo e la vedo scrivere alacremente sui margini di un foglio stampato. Cosa fai? Butto giù un canovaccio di cosa dire se mi chiamano sul palco. Caspita quanto sei diligente. No no, è vuoto mentale. Ma non dovrai mica fare un discorso, giusto un paio di... Ah sì? Mi interrompe lei,  allora prova a dirmi: quante pagine ha il tuo romanzo? Rispondo senza esitazione: centododici. Ma sto bluffando, non lo ricordo affatto. Improvvisamente mi rendo conto di essere del tutto impreparato sulla mia opera. Sto per chiederle in prestito la penna e cercare di rimediare a mia volta quando, chiamata sul palco da Valeria Parrella, la vincitrice si alza e se ne va.

Fine della cerimonia, scemano gli applausi e si sciama verso il buffet. Non ho ancora appetito, vedo delle caraffe dai colori accesi e decido giusto di rifarmi la bocca con un succo di frutta. Mi viene in mente una cosa. Mariapia alla fine del suo intervento ha strappato e gettato via il foglio dove si era appuntata cosa dire. Poco prima ci eravamo scambiati le schede di lettura. Ecco, ora so che la mia giace sbrindellata dentro qualche cestino. Inoltre, percepisco un aumento di agitazione intorno a me. Cosa mi stanno blaterando tutti quanti? Perché mi indicano con insistenza? Ma allora è vero che qui ci sono solo attaccabrighe.

TITOLI

TITOLI di Mariapia Veladiano


“Il tuo romanzo che titolo ha?”, chiedo al giovanissimo finalista diretto come me al salone d’onore del Circolo dei lettori.
“Pippe”.
“Pippe? Pippe come?”
“Come Pippe? Pippe!”
“Ma sarà una metafora...”
“No”.
E si allontana il bel Giovanni Vergineo, dal cognome deliziosamente antifrastico.
Il finalista che mi siede vicino ha un sorriso tranquillo. Qui non rischio, penso.
“E il tuo romanzo, come si intitola?”
“R.M.”.
“Ecco”. Conclusione secca, che non gli venga in mente di spiegare. Si sa mai. Perché non si tratta delle iniziali del suo nome, Michele Lamon. La M sarebbe prima, anche se la seconda lettera fosse al posto di un soprannome. Nessuna curiosità mi dico, nessuna.
Ripasso a memoria l’elenco dei libri finalisti. Sempre stata un po’ strega. Magari indovino chi vince. Ultimo dell’alfabeto è facile: Damiano Zernieri inizia per z, ultimo appunto, autobiografia almeno un po’. Anche Alessandro Cinquegrani ha un titolo coerente: Cacciatori di frodo, e penso ai grani gialli di sorgo grosso che si mettevano sulla neve per catturare i passerotti nell’inverno etico della nostra infanzia. E c’è anche qui un l’inverno: Inverno inferno. Bella assonanza. Forse Riccardo Battaglia è un poeta o un musicista. Gioca con i suoni. Io farei vincere lui, la musica salva il mondo, o almeno lo culla. O forse vince L’anatra sposa, di Marta Ceroni: bel titolo, bellissima la creatura esotica dalle penne cangianti, splendida Marta, la regina dei finalisti. Deve essere bello anche il libro. Vince lei.
“Complimenti”, mi dice R.M.Lamon.
“Cosa?”.
“Hai vinto”.
“Chi?”
“Tu. Stai nella cartelletta che hai in mano. Leggi”.
Vero. Si spera ma non ci si crede e non si ha mai bella pronta l’espressione acconcia quando tocca a noi. Distrarsi va bene e continuo ad oltranza. La contorsionista ride di Antonio G. (Gianni,  Gianfrancesco, Gianciotto?) Bortoluzzi: titolo lungo per un cognome lungo. Dev’essere un libro allegro. O è antifrastico anche questo? Carolyna è proprio ermetico, Roberto Risso non si lascia intuire, e il mistero è sempre una buona scelta per farsi leggere. E invece L’amore assente di Eduardo Savarese promette l’abisso della tragedia. Titolo universale. Già finiti? No, ci sono ancora i poeti: E m’oscuro in un mio nido di Marco Gualersi e La notte dei bambini cometa di Pierpaolo Vettori dovrebbero dividersi un premio per il titolo più evocativo.
“Parlano di te”. Magari R.M. sta per Raffaele e Michele, i due arcangeli, uno protegge in nome di Dio e l’altro lotta contro il male. Forse è un fine teologo Lamon.
Distrarsi distrarsi. Il latino va sempre bene. Per aspera ad astra, pertinente ma troppo breve. Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur, c’entra nulla. Ambarabaciccìcoccò, impertinente e non è latino. I salmi! Ne so un bel po’ e durano molto. Miserere mei Deus secundum magnam misericordiam tuam, troppo pertinente. Il salmo 8, ecco: è bello, lungo ed appropriato: Se guardo il tuo cielo, opera delle tue mani, la luna e le stelle che tu hai fissato...
“Leggono il tuo libro”, insiste il l’arcangelo al quadrato che si ostina a contrastare la mia deriva autistica.
Vero. Stanno leggendo l’incipit, ma è molto più bello di quello che ho mandato al Calvino. E’ la passione di Valeria Parrella: da Napoli a Torino per mettere anima e sangue in parole sorvegliate fino allo sfinimento.
“Mi sa che ti fanno parlare” dice Michele.
“Ma R per cosa sta?
“Roberto”.
“Ma non esiste l’arcangelo Roberto!”
“Cosa?”
E mentre mi alzo sento la voce di Valeria Parrella: “Bel libro, sì, c’è architettura della storia. Bello, pronto per essere stampato. Ma il titolo! Memorie mancate?  Eh no! Il titolo va cambiato subito! Via!”.

MEMORIE DEL PREMIO CALVARIO

MEMORIE DEL PREMIO CALVARIO di Pierpaolo Vettori

Le porte della follia si spalancano e riversano urla incomprensibili nella cornetta del mio telefono.
- HO GIA' DETTO A TUTTI CHE HAI VINTO IL PREMIO CAVOUR PER CUI VEDI DI FARMI FARE UNA  BELLA FIGURA!
- Mamma! A parte il fatto che sono le cinque del mattino, io NON ho vinto il Premio Cavour, sono FINALISTA al Premio Calvino. E poi, ti avevo chiesto di non dirlo a nessuno.
- Massì, Cavour, Calvino, è la stessa roba. Piuttosto hai pensato a cosa metterti?
- La premiazione è tra due mesi!!!
- Ecco, hai quindi tutto il tempo per non fare la figura del mezzo scemo.
Riattacco.
Mia moglie si gira verso di me con una faccia che esprime una saggezza millenaria.
- Non è che adesso andiamo avanti due mesi ad attacchi di panico con ‘sta storia del Calvino?
- Figurati, - rispondo sorridendo mentre già avverto i primi sintomi della febbre gialla.
Poche cose sono all’altezza del Premio Calvino nella mia scala di valori: vincere i mondiali segnando un goal in rovesciata, un camion carico di birre che sbanda e finisce sul mio giardino, i Beatles e poco altro. Dovrei quindi essere al settimo cielo.
FI - NA - LIS - TA!
Bello, senti come riempie la bocca. Non potrei desiderare nulla di più.
Se solo fossi una persona normale.
Ma io soffro di una serie molteplice e inestricabile di sintomi psicosomatici che vanno dalla colite alle visioni mistiche passando per l’alluce valgo e il piede caprino.
Arriverò mai al 16 aprile?
Certo che ci arrivo. Innanzitutto, dopo tre giorni mi sono abituato a essere un finalista e comincio a pensare in grande. Voglio vincere. Alterno titanismo e vittimismo. Penso di farmi fare un busto di bronzo ad altezza naturale mentre stringo la statuetta del premio ( lo confondo un po’ con gli Oscar) oppure mi vedo premiato a Scherzi a Parte. Mia moglie medita il divorzio o il trattamento sanitario obbligatorio.
Meno male che arriva il giorno della premiazione.
Mi dicono di arrivare un po’ prima così ci possiamo conoscere e fare due chiacchiere. Per sicurezza mi aggiro intorno al Circolo dei Lettori già da fine marzo. Arrivato il gran giorno però ho una botta di insicurezza e mi chiedo se arrivare puntuale non faccia troppo provinciale. Così decido astutamente di arrivare in ritardo sull’anticipo che mi ero prefisso. Il concetto è un po’ complicato, lo so, ma nessuno vi aveva detto che entrare nella mia mente sarebbe stato semplice.
In pratica arrivo venti minuti prima.
Non c’è ancora nessuno e io decido di fissare intensamente le persone sperando che i loro tratti somatici mi rivelino una qualche appartenenza al Calvino.  Il più calvinista di tutti mi sembra un ragazzo col pizzetto che però è il barista del Circolo. Poco male, conoscere baristi è sempre utile. Alla fine incontro un tipo simpatico che sorseggia un bicchiere d’acqua. E’ Bortoluzzi, quello della “Contorsionista ride”. Scherziamo un po’ sul fatto che siamo tutti del nordest ( io sono un meticcio ) e si aggrega a noi anche Mariapia Veladiano. Mentre si ride e si scherza ci danno una cartellina blu che noi apriamo a cuor leggero mentre si ciàcola.
Ma come? C’è già scritto come va a finire. Vince Veladiano, secondo Savarese, terzo Bortoluzzi per un’incollatura e io neanche medaglia di cartone! In più non posso neanche odiarli perché adesso li conosco e mi sono simpatici!
Mi avvio mestamente a sedere con Bortoluzzi che mi da delle paterne pacche sulla spalla. C’è già passato. Ha un pelo sullo stomaco lungo così.
Comincia la cerimonia e, dopo un’ora, la giuria non ha ancora nominato il mio romanzo.
( nota per me stesso: arrivato a casa bruciare in un rogo purificatore i romanzi dei giurati).
Alla fine, una bellissima donna bionda probabilmente in odore di santità, prende il microfono e parla benissimo del mio libro. Quella tipa è un genio. Mi chiedo perché non le abbiano ancora assegnato un Nobel. Comunque, mi rassereno.
( nota per me stesso: recuperare le ceneri dei romanzi dati alle fiamme e provare a rincollarli).
Quando la cerimonia finisce ho più o meno venti minuti di autonomia fisica e mentale. Mia moglie mi raggiunge con aria sconvolta. Non trova più mia madre!
L’immagine di Gianrico Carofiglio legato e imbavagliato alle prese con un’anziana signora armata di taglierino mi invade il campo visivo. Immagino mia madre mostrargli l’orecchio mozzato della Parrella e sibilare:  “Non hai fatto vincere mio figlio. Adesso tocca a te. Gli altri due me li lavoro in seguito”.
Fortunatamente la recuperiamo mentre si abbuffa di pizzette e spumante nella saletta adiacente. La leghiamo alla bell’e meglio e la portiamo fuori avvolta in un tappeto per non dare nell’occhio.
Saliamo in auto e ci accasciamo sui sedili meditando sulla caducità delle cose di questo mondo.
- Altro che Premio Calvino, - dice mia moglie liberando l’ostaggio, – questo è il Premio Calvario!
Io annuisco, metto in moto e penso: “Non finisce qui. L’anno prossimo si ripartecipa e si vince sicuro”.
Basta il pensiero per mettere in moto tutta la complessa sintomatologia del Morbo di Bombergerstein, tuttora ignoto alla scienza medica ma in me già attivo da tempo.
Mia madre si toglie il bavaglio, si ricompone e dice: ”Bello ‘sto premio Cavour, peccato che lui non c’era”. 

CI VEDIAMO ALLA FINE DEL MONDO

CI VEDIAMO ALLA FINE DEL MONDO di Antonio G. Bortoluzzi

– Che cosa sta facendo?
– Angio… mmm, buone.
– Ma quante pizzette s’è infilato in bocca?
– Attro.
– Quattro? Ma come si permette!
– Vevo fame.
– Per favore, se ne vada, prima che arrivi qualcuno.
– Non me ne vado, no.
– Senta,  di là c’è la premiazione, e con il rinfresco abbiamo già avuto un sacco di problemi.
– Tu hai problemi? Ma senti un po’.
– Io non capisco chi è lei e nemmeno cosa vuole, ma deve uscire di qui. Immediatamente.
– Neanche per sogno. Adesso mangio e me ne sto un po’qui: mi piace guardarmi attorno. Magnifico.
– Ma lei chi è?
– Edicesimo.
– Per favore non parli con la bocca piena. E guardi che ha della salsa sul mento.
– Sono il tredicesimo finalista.
– Ma sono dodici.
– Appunto, ma avrebbero potuto essere tredici, no? oppure avrei potuto esserci io tra i dodici. Buona questa pasta sfoglia. Dov’è il vino?
– Adesso basta. Lei non è normale.
– Vuoi dire che sono squinternato, sbalestrato, disturbato? È vero, squisitamente vero. Ma c’è un motivo: t’immagini uno che scrive un romanzo, non un raccontino azzeccato, che quello magari con un po’ di fortuna…
– Deve uscire di qui.
– Ma un romanzo, come quelli veri, di duecentoventitré cartelle in corpo dodici e questo signor qualcuno lo scrive bene, stando attento alla psicologia dei personaggi, all’intreccio, alla lingua e senza perdere di vista il centro della storia: e poi le revisioni. Sette revisioni. Ad agosto dell’anno scorso, ero sotto l’ombrellone con le pagine che mi accecavano, e i bambini intorno che facevano casino e io…
– Abbassi la voce.
– D’accordo. Cosa c’è in quelle coppette con il cucchiaino di plastica trasparente?
– Ma lasci perdere. Lei ha partecipato al premio?
– E mi hanno fatto fuori.
– Mi spiace.
– A chi lo dici. Quando non mi sono visto sulla home page  ho quasi pianto dal nervoso e mi è scappata una bestemmia a mezza voce. C’era mia figlia che faceva i compiti di matematica sul tavolo e fissandomi negli occhi mi ha chiesto: Che hai papà? io ho minimizzato, allora mi ha chiesto se poteva fare una pausa e guardare il dvd delle Winx. Mentre andava alla tele mi ha detto che le sue compagne di scuola l’avevano cacciata dal Winx club, e io non sono riuscito nemmeno a consolarla, stavo lì ipnotizzato a guardare la pagina, leggendo e rileggendo i titoli dei romanzi finalisti e alcuni erano insulsi, ma insulsi forte.
– Senta signor… non so nemmeno il suo nome. La imploro, esca. No! Non si azzardi a toccare il vino.
– Ne ho tutto il diritto. È un festa, no?
– Cazzo! Ha macchiato la tovaglia!
– Scusa, non ho fatto apposta. Toh, ci mettiamo sopra il vassoio. Ecco fatto. Però stasera non sono così a terra. Sarà per un’altra volta, mi dico.
– Ci sarà sicuramente un’altra occasione.
– Sai che io, in realtà, non voglio scrivere? Cioè, vorrei essere uno scrittore, e magari fare il colpo gobbo, azzeccare un vero best seller, tipo Il giovane Holden, che il titolo vero è The Catcher in the… qualcosa, e poi sparire come Salinger. Farmi gli affari miei, andare a passeggio con il mio cane: si chiama Jack, come London, come Kerouac. Insomma, per me scrivere è una faticaccia, e non so se mi piace così tanto. Quello che voglio di sicuro è fare lo scrittore, con gli autografi, le presentazioni, le ragazze, vabbe’ signore, non sono nemmeno io di primo pelo. E mi piace raccontare delle cose che ho scritto: tipo dove mi è venuta in mente quella scena, a chi mi sono ispirato per quel dialogo.
– Finisca quel vino e se ne vada!
– Salute. Lo sai che una volta ho perfino sognato di vincere? Ho sognato che ero premiato e tutti applaudivano e era bellissimo. Avevano letto un brano che avevo scritto diciotto mesi prima, e tutti, nella sala, lo ascoltavano in silenzio. Ero estasiato e felice e mi sembrava che non sarei mai morto. Nel sogno baciavo tutti i giurati e anche quelli del comitato di lettura e loro mi davano pacche sulle spalle e mi sorridevano. Mi hanno chiesto di dir qualcosa al microfono e io me ne sono uscito con la faccenda del cane.
– Del cane?
– Sì. Pressappoco ho detto: io vorrei essere un cane, vorrei scrivere come un cane, avere i sui denti bianchi e il suo istinto e infilare il muso dappertutto, merda compresa; perché tutti gli odori sono buoni e interessanti per il cane e io cerco di essere così, essere un animale e infilarmi ovunque, in tutte le storie e annusarle e morderle e sbavarle e…
– Intanto si è infilato al rinfresco.
– Pensa se venivano tutti i trecentosettantadue partecipanti. E lasciami il braccio, grazie.
– E tutti volevano raccontare a me la loro storia.
– Ma tu sei dell’organizzazione?
– Sì, gran parte del catering l’ho preparato io.
– Complimenti. Tutto quello che ho assaggiato è eccellente.
– Grazie. Mi sono alzato presto stamattina. Ha provato il vol-au-vent ai porcini?
– No.
– Prenda.
– Mmm, delizioso. È come infilare il naso nel sottobosco e respirare. Sento il muschio, le foglie, la corteccia marcia degli alberi e Generale di De Gregori: Dietro la collina non c’è più nessuno solo aghi di pino e silenzio e funghi buoni da mangiare, buoni da seccare, da farci il sugo quando viene Natale…
– Ssst! La smetta di cantare. Vuol farmi licenziare?
– Scusa, mi sono lasciato andare.
– Davvero ha sentito tutto questo nei miei vol-au-vent?
– No, però mi sono immaginato che ci doveva essere qualcosa di più. C’è sempre qualcosa in più.
– Si sente che lei è un po’ scrittore.
– Come un po’ scrittore? Vuoi attaccar briga?
– Intendevo dire che è bravo, che ci sa fare con le parole…
– Se fossi davvero bravo sarei di là con i fenomeni. Senti che razza di applausi. E ridono, anche. Che cazzo avranno da ridere?
– Lei è simpatico, però adesso deve uscire.
– D’accordo. Solo una cosa, lei legge?
– Certo che so leggere, per chi mi ha preso.
– Intendo libri.
– Due anni fa ho letto un libro sui maya e sul 2012 che viene la fine del mondo. Ma poi mi sono stufato a leggere di disgrazie. Però ho capito che i maya avevano previsto tutto.
– Mi hai fatto venire in mente che potrei scrivere un romanzo su uno scrittore, uno un po’ sfigato, tipo Arturo Bandini, che finalmente nel 2012 vince il premio Calvino e la sera stessa viene la fine del mondo. Aspetta: mi vedo Torino squarciata con l’acqua che entra in piazza Vittorio e sale per via Po e le mummie del museo egizio che galleggiano serafiche come gondole a Venezia…
– Cazz… stanno arrivando. Di là, via, presto!
– Sì sì, vado. Grazie. E complimenti per il catering. Mi metto subito a lavorare al nuovo romanzo. Ci vediamo, ci vediamo alla fine del mondo!

GITA AL CALVINO

GITA AL CALVINO di Riccardo Battaglia

Mi chiamo Riccardo Battaglia, ho più o meno trentacinque anni e sono un musicista. Sono anche un traduttore. Un po’. Ma poi neanche. Diciamo musicista, è quello che c’è scritto sulla carta d’identità.
Per anni ho scritto per lavoro (di musica) e anche per piacere, ma un romanzo non l’ho mai scritto.
Qualche estate fa ero in collina. Un posto molto remoto e tranquillo. Ci vado nei mesi estivi, per suonare in pace, comporre, ecc. ecc. Cioè, ci vado anche per questo, ma soprattutto ci vado perché ho un sacco di tempo libero: infatti, prima ancora che musicista (o traduttore che sia) sono un disoccupato. Non un disoccupato tradizionale; uno della nuova generazione. Generazione X, per intenderci. Uno di quelli che alle dieci e dieci del mattino sono a casa a girarsi i pollici.

Apro un piccolo inciso. Avete mai fatto a caso alle pubblicità degli orologi? Quelle sui giornali, sui cartelloni, sulle riviste di moda? Fanno sempre le dieci e dieci. Con la lancetta dei secondi sullo zero. Sempre. Vi sfido a trovare un’eccezione. E sapete perché? Be’, per tanti motivi. Perché 10 è il voto del migliore a scuola. Del vincente. Non importa se è un coglione; anzi, meglio. Perché quella è l’ora del mattino che sprigiona odore di produttività e guadagno: il sole è in rapida ascesa verso lo zenit, il mondo è in moto e le energie migliori della giornata ronzano frenetiche impollinando il Grande Giardino. Se poi volete proprio guardare il mondo con gli occhi del pubblicitario, le tre lancette ricordano le gambe spalancate di una donna penetrata da un membro gigante.

Insomma, può anche darsi che uno sia ancora a zonzo alle otto o alle nove. Ma se alle dieci e dieci è a casa inattivo (invece che in giro a impollinare), allora è fuori dal gioco.
Ecco, quello sono io.
Comunque non divaghiamo, non vorrei dilungarmi troppo.

Ero in collina, dicevo, con un sacco di tempo a disposizione. Così ho deciso che per una volta, invece di passare tutto il giorno a suonare, avrei fatto qualcosa di diverso. In realtà non l’ho neppure deciso, l’ho fatto in modo del tutto inconsapevole... insomma, per farla breve, ho scritto un romanzo.
È il mio primo romanzo, e l’ho intitolato “Inverno inferno”.
L’ho corretto e riveduto, reso decente e presentabile, e dopo un po’ di mesi l’ho spedito al Calvino.
Non saprei come descrivere questo romanzo, comunque ci provo: è un romanzo comico. Non è comico perché lo è, o perché lo volevo scrivere così. Lo dicono quelli che l’hanno letto (amici e parenti stretti): è un romanzo che fa pisciare dal ridere. (Perdonate il termine).
A parte questo, se devo definirlo, direi che è abbastanza comico, sì, e che dentro c’è un po’ di tutto: un po’ da ridere, un po’ da piangere, un po’ da pensare. È anche il ritratto di una generazione (la mia), e anche una caricatura; poi c’è dentro il mondo della musica, anche un po’ quello della traduzione, e c’è anche molto Freud. Alla fin fine è soprattutto la storia di un’amicizia (maschile), e dei muri che ognuno di noi costruisce dentro di sé. Ma è anche la storia di tre donne che rimangono incinte. A un certo punto diventa anche un po’ giallo, o forse un po’ noir. E c’è anche l’amore, il sesso, il tradimento, e anche Petrarca e Dante. Quasi dimenticavo, c’è anche l’India, molta India.
Una descrizione un po’ confusa, lo so, ma la trama non è facile da raccontare.

I miei amici, essendo miei amici, dicono che ho un futuro da scrittore. Me lo dice anche mia madre (essendo mia madre); me lo ha sempre detto. Me l’hanno detto anche i miei insegnanti quando ero bambino (invece al liceo in italiano facevo schifo). Insomma, me lo hanno detto talmente tanto che mi hanno convinto. No, non che ho un futuro da scrittore. Mi hanno convinto a spedire il romanzo al Calvino.
Così l’ho spedito, dopo che mio padre (è uno che di letteratura ne sa a pacchi, per me pochi ne sanno più di lui) mi ha detto che potrei vendere almeno quanto De Carlo. Almeno.
A me non interessa granché un futuro da scrittore. Magari non ne sono neanche capace. Come molti scrivo per l’esigenza di dar sfogo alla creatività. Però vendere mi interesserebbe, quello sì, è inutile che lo neghi. Chi non vorrebbe pagare il conto del supermercato con la propria arte?

Dunque, io il romanzo l’ho spedito, e dopo qualche mese mi è arrivata una lettera. Un’e-mail, per la precisione. Ero in India per un tour. In realtà ero lì per un paio di concerti, ma dire che ero lì per un tour fa molto più fico. Nella musica è così, non bisogna mai chiamare le cose con il loro nome, non paga.

La lettera diceva

Abbiamo bisogno di contattarla. Intanto le comunichiamo che sarebbe stato segnalato per la finale…ecc. ecc.


Devo ammettere che ero un po’ scettico. Cosa diavolo vuol dire sarebbe stato segnalato? Uno è segnalato oppure non lo è. Voi cosa pensereste se io iniziassi a raccontare così?

Mi chiamerei Riccardo Battaglia, avrei più o meno trentacinque anni e sarei un musicista.


Ma capisco che viviamo in un mondo obliquo, perciò le cose vanno dette sempre in diagonale. Nel nostro mondo obliquo, dire le cose dritte non paga.

In India, mentre facevo il tour (be’, ci siamo capiti, no?), ero ospite da un amico. Internet a casa non c’era. A dire il vero non c’era neppure il computer. Gli indiani - fortuna loro - vivono ancora per la strada, e non dentro gli schermi. La posta me la andavo a controllare in un internet café sulla strada del Kalina Market. Una strada infernale che se uno riesce ad attraversarla gli dovrebbero dare il Nobel per il gesto acrobatico. Io non solo c’ero riuscito, ma mi ero anche fermato a togliere una grossa zecca gonfia di sangue dall’occhio di un cane randagio che sonnecchiava all’ombra di un pan walla, un venditore di pan, tabacco e cianfrusaglie varie. Non so perché mi sono fermato a toglierla, a mani nude per giunta. A volte l’urgenza di un gesto è irrazionale. Dopo aver spiaccicato la zecca con il piede, mi sono rimesso in cammino verso l’internet café sotto il sole cocente. Dietro di me un tizio vestito di stracci e con la barba lunga ha sussurrato, Good work, sir. A dispetto dei vestiti e dell’apparenza, aveva una voce profonda e suadente e un ottimo inglese.
Quando pochi istanti dopo mi sono seduto al computer, sono stato felice di trovare la lettera del Calvino.

Abbiamo bisogno di contattarla. Intanto le comunichiamo che sarebbe stato segnalato per la finale.


Nonostante lo scetticismo per il condizionale, e nonostante l’internet café assomigliasse più che altro a una pentola a pressione.
Ecco una bella notizia, mi son detto; ho persino pensato che fosse una fulminea ricompensa karmica per aver tolto la zecca dall’occhio del cane. Good work, sir.

Questo succedeva più o meno a metà febbraio.
Poi è arrivato il 16 aprile. La premiazione. A Torino ci sono andato con una carovana di amici e parenti, che sono poi i personaggi del mio romanzo. Loro sono voluti venire a tutti i costi, si sono persino vestiti e pettinati come i loro personaggi nel romanzo. Qualche giorno prima di partire mi hanno fatto una confessione: speravano tutti che vincessi io. Anzi, ne erano convinti. Bella forza. Quasi stupido scriverlo, no?. Tutti i concorrenti avranno avuto una frotta di amici e parenti che pensavano la stessa cosa.
Io però lo sapevo che non avrei vinto: nel mio romanzo ci sono troppe parolacce, troppe scene di sesso e troppe prese per il culo degli intellettuali.
Immaginate il presidente del premio che mi proclama vincitore, poi davanti all’élite della cultura e della politica torinese declama un saggio della mia bravura di scrittore:

La mattina dopo la festa era seduto sul water con lancinanti dolori di stomaco. La Rolly si alzò, ancora mezza sbronza, con la zazzera sparata da un lato e una vecchia maglietta taglia xxl. Infilò gli occhiali dei tempi delle scuole medie: non vedeva un accidente lo stesso. Si trascinò semi-incosciente fino al bagno, sbadigliando ogni due passi. La serratura era rotta e la porta socchiusa. La Rolly entrò senza fare una piega. Si avvicinò placida al water, si chinò sulle ginocchia di fronte a Conficconi, e senza neppure badare a cosa stava accadendo gli fece un pompino stellare. Finita la fellatio, tornò a letto come se nulla fosse e dormì fino alle quattro del pomeriggio.

Fu così che iniziò la loro convivenza.

Devo dire che è già tanto se qualche anima gentile mi ha mandato in finale (in fondo il libro parla anche di altro, non solo di cose triviali). Comunque, sapendo che non avrei vinto, mi sono goduto ancora di più il viaggio a Torino. Niente stress da competizione.

Con me c’erano anche i miei genitori. Anche loro sono personaggi del mio romanzo, ma solo minori. Siamo partiti sulla Renault giurassica, io, mio padre zoppo, mia madre e un navigatore satellitare che nessuno sapeva usare. Mai usato uno di quegli aggeggi in vita mia. Ce l’ha prestato qualcuno.

I miei amici erano nell’altra macchina. Anzi, nel furgone, il furgone a sette posti.
Io e i miei amici siamo molto legati. Siamo cresciuti insieme, e condividiamo un certo orgoglio anti-intellettuale da classe operaia. Che poi è esattamente quello che sono loro: classe operaia allo stato puro. Io invece no, ho studiato. Anche troppo. Nessuno di noi ce l’ha davvero con il mondo intellettuale. Forse è solo una posa. O forse è il fatto che siamo cresciuti in mezzo ai campi, sputandoci in faccia e rubando motorini. Non vogliamo diventare sofisticati. Se dovessi spiegarlo con parole più efficaci, userei queste:


Ascoltami, i poeti laureati
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantano i ragazzi
qualche sparuta anguilla


La premiazione ci è piaciuta. Ci siamo divertiti. Un po’ sì e un po’ no.
Raccontarla tutta non posso. Sarebbe troppo lungo. E poi non ricordo bene, perché i ragazzi erano mezzi sbronzi e ho dovuto badarli quasi tutto il tempo. Perciò, visto che volevo fare un resoconto della premiazione ma ho finito per parlare di tutt’altro, due cose almeno le voglio dire.


Un po’ sì.
Mi è piaciuto incontrare la gente che ha organizzato questo premio. Fra loro, ho visto persone morbosamente entusiaste. Mi è piaciuto che i finalisti erano tranquilli e non se la tiravano. Tirarsela perché sei arrivato in finale a un premio letterario è patetico. E mi è piaciuto vedere come la créme de la créme della cultura nazionale ha dato l’assalto selvaggio al buffet quando ancora i saluti non erano finiti. Vuol dire che per fortuna gli istinti atavici delle origini sopravvivono ancora, anche nei migliori salotti.


Un po’ no.
Un’ora prima del premio c’era l’incontro con i quattro famosi della giuria. Ero impaziente di conoscere gli scrittori, perché sono nomi celebri di cui ho anche letto qualche libro. Pregustavo un incontro stimolante. Chissà se mi avrebbero detto qualcosa del mio romanzo? Chissà se ci avrebbero dato dei consigli? Ma i quattro sono arrivati solo all’ultimo minuto. Sono sfilati senza degnarci di uno sguardo e si sono appartati in un angolo dove non rischiavano di essere disturbati, distanti e irraggiungibili. Fra noi e loro, un muro insormontabile. A me i muri non piacciono. D’istinto ho pensato a Bukowski, una poesia sulla distanza fra i famosi e gli sfigati:

quelli che
hanno successo
conoscono
il segreto:
che non c’è.


La mattina dopo il premio siamo ripartiti in macchina. Per chi non conosce Torino è un casino. Mia madre, che è dotata di un certo buon senso, mi ha suggerito di seguire il navigatore satellitare. Io allora ho pensato a Guerre Stellari, quando Luke sta per distruggere la Morte Nera con l’aiuto di un computer. «Usa la forza, Luke. Segui l’istinto, Luke. Spegni il computer, Luke» gli dice Obi-Wan dall’aldilà.

E così è stato: ho spostato la mano in avanti, e con una leggera pressione dell’indice ho messo a dormire il tomtom.

Ci abbiamo messo due ore ad uscire da Torino. Nella giungla dei semafori e delle tangenziali non bisogna mai affidarsi all’istinto. Non paga.