Finalisti XXIII edizione PDF Print E-mail

Ecco i testi dei finalisti della ventitreesima edizione

Inverno inferno

Inverno inferno di Riccardo Battaglia

Bach Mozart Beethoven.

La storia gira sulle triadi. La storia è fatta di triadi.

Lenin Stalin Mao. Baudelaire Rimbaud Verlaine. Il mondo vuole le triadi: banale dirlo, ma e cosi. Inferno purgatorio paradiso. Tonica caratteristica dominante. Kant Hegel Spinoza. Padre figlio spirito santo.

La vita – anche quella è fatta di triadi. Battesimo comunione cresima. Elementari medie superiori. Moglie marito amante. Sinistra centro destra. Sesso droga rock ’n’ roll. Sesso suino sciampagna. E via dicendo.

Perchè l’uno va bene, interessa, affascina nel suo isolamento solipsistico; ma non combina, non rotola, non interagisce, non crea frizioni, non innesca dinamiche dialettiche degne di nota.

Il due è piatto. Piattume. É l’uno che si specchia e si annulla simmetricamente in se stesso. Il due è la coppia. Bianco nero. Marito moglie. Tv pantofole. Superiore sottoposto. Ufficio casa. Casa chiesa.

Maschio femmina. M’ama non m’ama.

Il tre però è esattamente 2+1, che essendo (pur cosi vicini) opposti, antitetici e ineluttabilmente inconciliabili, messi insieme fanno un’entropia pazzesca. Simile a un legame chimico schizzato. Simile alla settima che Monteverdi osò per primo prendere di salto, facendo incazzare come bestie il papa e i suoi soci.

Col tre la giostra si muove. La dialettica riparte, le combinazioni si moltiplicano, i contrasti rinverdiscono e le gelosie si ravvivano. Il movimento si energizza, i rapporti intrinseci ed estrinsechi riprendono a turbinare con frizzante instabilità. Le alleanze si creano. Le maggioranze fluttuano. L’effervescenza turbina.
 
Insomma, una gran botta di vita.

Non era questo però il caso della nostra triade, che pur condividendo con le altre diversi tratti caratteriali (inconcludenza, grandi ideali impraticabili, simpatie per le sostanze stupefacenti) e biografici (frequente disoccupazione, sottoccupazione, occupazione sottopagata, sottoccupazione sottopagata), non sarebbe mai comparsa su alcun testo scolastico. Anche se a suo modo e in altre circostanze storiche avrebbe potuto combinare qualcosa di buono per l’umanità. Ma questo è un altro discorso, e per ora lasciamolo.

Fatto sta che le energie creative della nostra triade oramai languivano. I cambiamenti sembravano non voler bussare più alle porte delle loro dimore spirituali. Insomma: come per chiunque si sia addentrato nei trenta già da un po’, incombeva il rischio della dolceamara routine esistenziale.

Quando - inatteso se pur banale, dolce se pur scontato – un cambiamento giunse.

Anzi, tre cambiamenti giunsero. Uno per ogni componente della nostra triade.

Del nostro trio.

Biffi Conficconi Pazzaglia.

La contorsionista ride

La contorsionista ride (racconti) di Antonio G. Boroluzzi

Le magliette a maniche corte erano stese sul tavolo della cucina come i corpi dei tre corsari prima di essere impiccati nella Plaza de Granada a Maracaybo: il Corsaro Rosso, il Corsaro Verde e il Corsaro Nero. A dir la verità la terza maglietta era blu scuro e non nera. Mia madre tagliava i fili colorati che sporgevano dalle maniche, e sistemava i colletti: si allontanava e guardava meglio, chiudeva uno dei tre bottoni e passava con la mano aperta sul davanti. Era proprio come se stesse componendo i corpi dei tre corsari.

– Vieni qua, provale – mi ha detto vedendomi impalato alla porta.

– Di chi sono? – le ho chiesto mentre indossavo la rossa.

– Me le ha portate Sonia, dalla fabbrica dove lavora.

La maglietta era un po’ lunga. Come la verde e la blu.

– Queste ti vanno bene anche l’anno prossimo.

– Le hai comprate?

– Me le ha regalate Sonia perché sono difettate.

– Ah.

– Questa ha il collo un po’ storto e questa la manica che tira in dentro, vedi?

– No.

– Ma indosso non ci si accorge. E sono cento per cento cotone – ha detto mia madre.

Non ricordavo l’ultima volta che avevamo acquistato qualcosa da vestire per me. Le maglie, i maglioni, le braghe che portavo, anche quando sembravano nuove, era solo perché erano state portate poco da mio fratello o dai miei cugini.

L’ultima cosa comprata apposta per me erano stati gli scarponcini marrone. Eravamo saliti a piedi su al negozio ed entrati nella penombra e in quell’odore forte e cattivo di scarpe nuove. Le scarpe erano dentro pile di scatole bianche tutte uguali. Prima di farmele provare la signora delle scarpe guardava il numero da lontano e poi metteva gli occhiali. Mia madre invece le chiedeva: Che nome hanno? Che voleva dire: quanto costano? Ogni volta che la signora delle scarpe diceva una cifra mia madre si stupiva, faceva Oeee, oppure diceva Maria Vergine, ma l’anno scorso non costavano così tanto. La signora delle scarpe diceva che era per via dell’inflazione.

Quando il prezzo era alto ma le scarpe le piacevano, mia madre me le faceva indossare e mi chiedeva: come te le senti? È sempre difficile sentirsi, quando te lo chiedono. Io sentivo solo l’odore del cuoio, della gomma, della patina da scarpe. Sentivo che costavano troppo; sentivo che non avevo più voglia di iniziare la scuola: faceva ancora caldo e non potevo pensare che avrei lasciato i sandali per gli scarponcini. Però toccava decidere. Rimanevo lì dritto in piedi a farmi tastare la punta delle scarpe perché sentissero fin dove arrivava il ditone. Mi facevano camminare sul tappetino verde, un passo e mezzo avanti e altrettanto indietro, perché il tappeto finiva subito. Gli scarponcini nuovi per la scuola erano duri come il legno e avevano dei forellini sulla tomaia che parevano ricami. Però non mi facevano un male insopportabile e allora dicevo che andavano bene. Era quasi l’ora di Zorro, e con un po’ di fortuna sarei riuscito a vederlo.

L'anatra sposa

L'anatra sposa di Marta Ceroni

Per tutto l'autunno del settantasei il fiume non aveva fatto che gonfiarsi, espandersi nella piana delle boschine e ritrarsi succhiando via sabbia nel solco nuovo della corrente.

C'erano state due grosse piene, entrambe a novembre, e tutti i paesi lungo il Po avevano avuto le loro notti insonni. A San Benedetto il fiume aveva rotto l'argine comprensorio durante la seconda piena. Le statali 343 e 358 si buttavano dritte nel fiume e l'asfalto tracciava ormai delle vie subacquee da cui spuntavano ogni tanto i nudi cartelli stradali. Boretto era così diviso da Viadana, e Ragazzola da San Daniele. Poi, dopo settimane di pioggia, era tornato il sole e molti andavano a vedere gli allagamenti all'ora del tramonto, quando la luce stagnava rosa nei pioppeti e i casali uscivano dalle acque ferme in un abbandono silenzioso, come dal contagio di una peste sconfinata.

A Ghiarole, paese di golena, l'acqua era arrivata alle finestre del piano basso di ogni casa e i 622 abitanti erano stati ospitati da amici e parenti o avevano trovato una sistemazione nei due alberghi di Brescello, il “Don Camillo" e “I Platani".

Al Don Camillo il salone del ristorante non era stato trasformato in un accampamento come ai Platani, dove tra corde, tende e panni stesi pareva di essere alla fiera. Nel salone del Don Camillo di tavoli ne avevano tenuti solo un paio, che erano stati montati uno sull'altro contro una parete. In cima ci avevano messo la televisione. Per il resto avevano lasciato solo delle sedie, messe tutte in fila come al cinema. Così la sera si guardava il telegiornale e si vedeva di altri posti inondati più a nord. Eppure in molti preferivano andare ai Platani a far baccano. Perché là si parlava, c'era aria di festa e qualche sera c'era stata persino la musica. Là l'orchestra che suonava d'estate al Lido aveva portato valzer e mazurche nel cortile ciottolato, anche se l'aria pizzicava, perché suonare al chiuso, nel salone tra letti e armadi non si poteva.

I vecchi dicevano che sembrava di essere in tempo di guerra, quando non c'era municipio, non c'era scuola che non fossero abitati da decine di famiglie alla volta e anche Palazzo Bentivoglio a Gualtieri pareva un mercato. Adesso c'era chi non avrebbe voluto vedere finire il tempo dell'alluvione, perché tra balli, tressette e tombole qualcuno si era anche fidanzato.

Quella baraonda andò avanti fino ai Morti. Poi, tornati al paese, avevano lavorato tutti per mesi a spalare il pantano dalle stanze basse e a togliere via l'intonaco dai muri per farli respirare da parte a parte.

La domenica, specialmente, in tutto il paese risuonavano i rumori di attrezzi metallici contro il cemento e i mattoni. E nei cortiletti, tutti separati da reti alte quanto un uomo, c'era un gran movimento di badili, picconi e carriole. I cani - ce n'era uno per ogni cortile, così che quando arrivava un forestiero tutto il paese ne era al corrente - se ne stavano accucciati in disparte, contro i muri o le fascine, o sotto i carri per scampare all'acquerugiola di quell'autunno miserabile.

C'era anche chi non era tornato al paese fino alla primavera seguente, e chi addirittura non s' era visto mai più. Fanti, che possedeva quasi tutte le terre di Quadra Pazzaglia, era uno di quelli che non erano tornati. Nel voltare di due stagioni aveva perso tutto a Ghiarole: l'estate gli aveva portato via la sua Adina, lasciandolo vedovo con un figlio in Francia e l'autunno, col fiume grosso nella golena, gli aveva mangiato le biolche da mettere a frumento e erba medica. Così in paese nessuno si era stupito quando si era venuto a sapere che Fanti era scappato a Belluno dalla sorella. Invece ci fu da ridere quando saltò fuori che di lassù un bel giorno il vecchio Fanti aveva preso un treno per Arma di Taggia. Senza dire niente, perché ormai s'era fatto di poche parole, aveva ascoltato la sorella che gli comandava le cure elioterapiche. Ma nessuno se lo figurava Fanti a sanare le ossa malconce con l'elioterapia, al sole aperto delle terrazze.

E anche se viveva una vita pacata, di quasi assenza nella noia dei mezzogiorni passati al sole e nei vagabondaggi sul lungomare se la stagione era piovosa, al paese si diceva che giocasse soldi a San Remo e spendesse tutti i guadagni per rincuorare una vedova di vent'anni più giovane.

 

Cacciatori di frodo

Cacciatori di frodo di Alessandro Cinquegrani

E niente più pneumatici, niente smaltimento rifiuti, niente fiore all’occhiello dell’efficienza del florido Nordest, penso mentre percorro i binari della ferrovia, ora dovrei forse contare i passi dei binari della ferrovia che percorro, per dare il senso della mia efficienza, contano i passi quelli che hanno rabbia da vendere, psicolabili, psicopazzi, psicodeficienti che contano i passi per sembrare psicopazzi, ma io non conto i passi mentre percorro i binari della ferrovia, penso mentre percorro i binari della ferrovia, io mi porto al guinzaglio la mia nuvola, una manciata di metri cubi di acerbe espiazioni prese al guinzaglio e percorro i binari della ferrovia, dodici chilometri ho sentito dire, dodici chilometri suppergiù che devo percorrere dei binari della ferrovia per raggiungere la curva troppo stretta e dietro la curva trovare mia moglie sdraiata sui binari che aspetta che il treno venga a farle rotolare la testa giù dall’argine e nel fiume. Dodici chilometri, dalla casa cantoniera dove siamo andati a stare dopo che è successo tutto, dopo che è finito tutto, che si è smesso di smaltire gomma di pneumatici ai margini della città con pochissime infrazioni al senso di efficienza del nostro florido Nordest, dodici chilometri. Di un binario morto. Mi chiedo ancora ogni volta, penso mentre percorro i dodici chilometri del binario morto della ferrovia, se mia moglie, perché Elisa bene o male è ancora mia moglie, e certo che è mia moglie, porco cazzo, mi chiedo ogni dannata volta che percorro questi dodici chilometri di binario morto, ogni mattina, se mia moglie che ogni mattina esce di casa prima dell’alba, con la camicia da notte bianca di prima dell’alba, e percorre nel buio con la camicia da notte bianca mossa dal vento nella notte prima dell’alba e si sdraia con la camicia da notte sul binario morto della ferrovia e aspetta che il treno le faccia rotolare la testa giù dall’argine e nel fiume, mi chiedo se lo sappia che il binario è un binario morto, se lo sa che è uno degli scempi assurdi dell’Italia centralista di Roma e porcodio questo binario morto della ferrovia costruito dentro l’argine del fiume come costruire un grattacielo sulle sabbie mobili da stronzi, mi chiedo se lo sappia mentre aspetta ogni mattina il treno che le butti giù la testa dall’argine e nel fiume, se un fremito la scuota, se pompi il cuore nella testa come un 16, se sbatta se s’incazzi, o se sta zitto, sospeso sulla nuvola al guinzaglio di espiazioni troppo acerbe.

R.M.

R.M. di Michele Lamon

COMINCIA CON UNA METEMPSICRISI

Angela è un angelo e Lucio, per qualche tempo, un luccio. Ma nella vita precedente erano una coppia sposata, del tutto umana,litigiosissima, con un figlio piccolo. Furono proprio i gesti scomposti e la disattenzione durante l'ennesimo alterco ad essere loro fatali, in una piovosa sera di viaggio, di maggio. Mentre l'automobile, mal condotta per numerosi viscidi chilometri, volava giù dal viadotto incontro al fondovalle, i due si riconciliarono con una prontezza e una forza di spirito che avrebbero commosso (purtroppo non c'era nessuno ad ammirarli), riuscendo a dominare il terrore. I tergicristalli ormai gracidavano sui vetri asciutti, avendo la velocità di picchiata superato quella del rovescio, quando i futuri Angela e Lucio si accordavano spasmodicamente sulla reincarnazione a venire, per potersi reincontrare.

TRAGICO INCIDENTE SUL VIADOTTO

Piove. Piove acqua, evapora acqua, piove acqua mescolata ad anidride, evapora acqua, piove acqua inglobante particolato, evapora solo acqua, piove zolfo dal paradiso, piovono piume bruciacchiate, piovono piccoli rami, piovono colombi mutilati, piovono locuste, rane pipistrelli e infine vampiri, a non finire in mezzo al copioso evaporare dell'acqua. I vampiri cercano di salvarsi aggrappandosi con le zanne alle grondaie, sfondano gli abbaini e le autobotti, agganciano i tronchi d'albero strappandosi al volo denti e unghie, lacerano i teloni, si impalano sugli ombrelli dei passanti, si impalano sulle punte delle ringhiere, si impilano sugli obelischi commemorativi, sui piloni, sui pennoni. Il sangue immortale è in piena, le strade sono arterie letteralmente, le piazze mortai dove pneumatici e suole impastano senza posa lungo le rotatorie. L'insidiosa poltiglia si autoalimenta favorendo cadute e slittamenti. Altra poltiglia sprizza dai mezzi cozzanti. A loro rischio appiedati accattoni grufolano nel paciugo alla ricerca di parti vendibili al mercato degli organi. Come va nonno? Dico a te, con le sporte di plastica. Sono pesanti? Io? Niente, recupero qualche cornea da barattare con vino e minestrone, ogni tanto ci scappa fuori un rene, fegati quasi mai, cuore se hai culo. Quel che non smercio cucino.

E m'oscuro in un mio nido

E m'oscuro in un mio nido di Marco Gualersi

Quella notte sarebbe passata dal villaggio, quella notte avremmo vegliato, quella notte l’avremmo vista anche noi.

Da qualche tempo si erano alzate sommesse delle voci tra le povere case di pastori e contadini. Le voci si erano rincorse per giorni, incerte. Non sembrava vero che avrebbe attraversato anche questo umile paesello.

Ma poi un pastore, una persona fidata, disse che un suo cugino, un macellaio di un paese distante due giorni di cammino, gli aveva assicurato che sarebbe passata anche da questo villaggio: due giorni prima era proprio al paese di questo macellaio. E si dirigeva da questa parte

Se la sua destinazione era, come si diceva, Granada, doveva per forza passare da qui.

Subito i paesani corsero a cercare conferme ed in breve non ci furono più dubbi: sarebbe passata dal villaggio, quella notte.

Quando il sole sarebbe tramontato, avremmo visto anche noi la regina Juana. La Pazza.

Era una notte bellissima, di fine aprile. Un tenue refolo del vento caldo di maggio si insinuava nella fresca aria notturna. Le fronde degli alberi fuori dal villaggio frusciavano lievi, c’era un silenzio carico d’attesa tra le case, un silenzio speciale che si insinuava sotto le sommesse chiacchiere dei paesani. Uno sterminato tappeto di stelle circondava la luna, quasi piena, grande e luminosa.

Non si era parlato d’altro, durante tutto il giorno. Anche ora le voci non si erano placate. Sulle strade polverose, sulle porte delle case, attorno ai tavoli, alle finestre, si creavano crocchi di persone che sottovoce, come se non volessero farsi udire da misteriose orecchie, raccontavano le storie che avevano sentite sulla nobile regina d’Aragona e Castiglia, Juana, la figlia di Isabel e Fernando, i Cattolici.

Alcuni raccontavano cupi che la regina era nata nello stesso istante in cui cento eretici, mori ed ebrei, venivano bruciati sul rogo, proprio sotto alla camera dove vide per la prima volta la luce. Raccontavano, questi paesani, che l’Infanta non pianse, e appena uscita dal reale grembo della nobile Isabel guardò con scuri occhi profondi color nocciola la madre, la fissò con muto e incomprensibile rimprovero. Si diceva che aveva una voglia a forma di croce infuocata sul petto, che non sopportasse la vista del fuoco e che fuggisse spaventata la luce.

Altri paesani sostenevano che crescendo fosse diventata una bambina solitaria e silenziosa, che guardasse tutti con quello sguardo perduto in chissà quali vuote profondità. Inspiegabili riflessi d’ambra brillavano a volte nei suoi occhi. Si diceva che la bambina parlasse con esseri invisibili, che guardasse eventi di mondi inconcepibili. La piccola Juana era una straniera. Nessuno, pareva, osava avvicinarsi a quella perduta lontananza. La balia, le serve, i suoi stessi augusti genitori voltavano la testa di fronte a quello sguardo bieco carico di nulla...

Carolyna

Carolyna di Roberto Risso

Emanuele si considerava un buon incassatore, così gli piaceva descriversi quando parlava con amici e colleghi che stavano ad ascoltarlo con un sorriso indulgente appena accennato. ‘Un buon incassatore, ecco cosa sono, uno che riesce a prendersi scariche di pugni e resta in piedi, non spreca energie... poi, al momento buono, bam! Parto al contrattacco e assesto colpi che lasciano il segno.’ A queste parole di solito il sorriso di chi lo ascoltava si faceva ironico ma Emanuele non se ne accorgeva e annuiva con l’aria di uno che la sa lunga. Saper essere un buon incassatore, ecco il segreto per Emanuele Virgili, quarantun anni, basso, tarchiato, scuro di capelli, una calvizie insidiosa che lavorava in silenzio sulla parte alta della testa lasciandogli un’odiata linguetta di capelli radi nel centro della fronte. Diplomato alle magistrali, senza grandi ambizioni, nessun vero progetto per il futuro, viveva da solo in un alloggio in un palazzo enorme all’estrema periferia di Augusta, a due passi dalla Provinciale.

Non era un appassionato di box, nonostante l’amata storia dell’incassatore, anzi, la boxe non gli piaceva, aveva evitato perfino di farsi convincere a fare le lezioni gratuite di box thailandese che gli avevano offerto in palestra nel periodo in cui andava, anni prima, e neanche la guardava in televisione quando c’erano gli incontri dei pesi massimi. Niente. Emanuele amava senza follie il calcio, tifava per la squadra locale, l’Augusta F.C. che era in serie B, seguiva le partite, anche le amichevoli della Nazionale, e a volte il ciclismo, soprattutto se era il Giro d’Italia e la sua scorta di birra prometteva di non tradirlo. Aveva una mountain bike Atala del 1999 con ventun rapporti che usava per fare giri in campagna, soprattutto d’estate, e un abbonamento annuale ai mezzi pubblici di Augusta, tratta urbana, perchè non aveva mai preso la patente.

Per quarantun anni, sei mesi e dodici giorni le cose erano andate bene, Emanuele avrebbe detto ‘filate lisce’, la madre si era occupata di lui, l’aveva fatto studiare fino al diploma, con le lezioni private estive in vista dei puntualissimi ‘esami a settembre’, lo aveva tenuto in casa, servito, riverito e accudito fino ai trentacinque anni e poi aveva usato i risparmi di tutta la vita per comprargli i sessanta metri quadri al sesto piano del casermone in Via Settembrini 18 in cui Emanuele aveva vissuto da solo negli ultimi sei anni. Quando aveva venticinque anni era entrato come commesso al Supermercato Imic & Co e lì era rimasto per tutti quegli anni senza far carriera, senza grandi aumenti di stipendio e senza aver mai invitato al cinema nessuna delle cassiere come sua madre e qualche collega del reparto surgelati gli avevano suggerito di fare. Niente, le avventure sentimentali e le imprese amatorie di Emanuele si riducevano a un paio di rocambolesche avventure alle superiori, una storia con una donna matura che abitava nel suo palazzo al secondo piano e che era morta d’infarto l’estate dopo e una serie di rapporti mercenari.

 

L'amore assente

L'amore assente di Eduardo Savarese

Da quando Marcello è partito nella forza di pace, la nonna rimane sul suo filare di cartine con occhiate pensose ai rilievi che riproducono le montagne, scorgendo le insidie che, lo sa bene, le montagne di ogni paese da sempre nascondono. Gli occhi grigio – azzurri, allora, diventano fissi come un lago tra quelle montagne. Pensa a sé come Agar, col suo nome di ragazza, non più come yia yia e accende una sigaretta (fuma di nascosto e di rado), chiudendosi il seno grosso dentro lo scialletto multicolore dalle frange arancione, incrostate di polvere. Lo scialletto non lo lava quasi mai, Marcello da piccolo ci strusciava il viso e i capelli come un gatto ronfante.

Durante il primo anno di permanenza in missione, a Sofia premeva soltanto che suo figlio l’assicurasse su quando sarebbe ritornato. Agar spiava le telefonate e scuoteva la testa.

Affacciata alla sua stanza, dopo aver mandato Ciretta a fare la spesa – è lei a decidere cosa si mangia – osserva il via vai nel cortile dabbasso, gli imballaggi di lampadari di suo genero, suo genero che impartisce ordini e non alza mai il capo verso il piano di sopra, non parla del figlio, e a telefono, quando si sentivano, si raccomandava solo di non intrupparsi in imprese troppo eroiche.

Invece yia yia ha scritto al nipote lunghe lettere sconclusionate, nelle quali però chiedeva tutto, come fosse il clima, cosa mangiassero, se di giorno riuscissero a conoscere gli abitanti dei villaggi, com’era la gente afgana, se socievole o infida, come gli albanesi, oppure accogliente, come era stata lei e la sua famiglia con suo nonno, di non prendere freddo, di guardarsi le spalle dalle donne straniere che avrebbero voluto accalappiarlo. Mentre scriveva queste lettere, seppure le firmava yia yia, sorrideva un po’, o si incupiva, enormemente. Ritornava Agar, e quella in Afghanistan costituiva soltanto l’ennesima guerra di una serie indistinta tra i ricordi.

Pippe

Pippe(racconti) di Giovanni Vergineo

... Quando arrivammo era pomeriggio pieno e assolato e l'estate non sembrava stare sul punto di agonizzare: ci eravamo riconnessi, stavamo di nuovo insieme e sembrava che i due mesi trascorsi senza Gimmi fossero stati solo una pausa, un intervallo nella nostra amicizia. Ma non era così semplice. Alla stazione una sorpresa: su una biciclettina rosa da bambina, tirata fuori dal garage dopo secoli di giacenza, c'era Michela. “Ragazzi, viene anche lei” disse Gimmi con una voce che non contemplava obiezioni, eppure ogni cellula del nostro corpo si ribellava a quella stortura, a quella forzatura: una femmina, quella femmina nel nostro gruppo, nel nostro clan in cui non avevamo fatto entrare Dino il figlio del giornalaio, lasciandolo come un imbecille tutto il pomeriggio alla stazione ad aspettarci, nonostante lui ci desse sempre i giornalacci che tanto ci piacevano. No. Quella non era una di noi. Indossava dei pantaloncini cortissimi, e rideva serena come un torrente e ci guardava come si guardano degli animaletti strani; si avvicinò a Gimmi e, davanti a noi, lo baciò tenendolo stretto sulle sue labbra per un tempo interminabile, facendo dentro e fuori dalla sua bocca con la linguetta trepidante e diventando rossa, sbuffante, ansimante di sensuale inesperienza. Gimmi pativa, godeva mentre noi guardavamo a terra contando i secondi che scorrevano lenti e cigolanti come quei vecchi treni che ogni tanto passavano e ci sentivamo appesi come burattini a un momento che non era il nostro, da cui eravamo esclusi e in cui facevamo solo la parte delle stupide comparse. Poi il bacio finì e la ragazza ci guardò, sempre sorridendo. Gimmi era fuori di testa, confusissimo, e gli si vedeva il pisello ritto dai pantaloncini molli. Era lei il capo, ora. “Andiamo” disse Michela, ed entrò nella stazione abbandonata passando per il buco che noi avevamo praticato nella recinzione anni addietro, incamminandosi sui binari senza sapere nemmeno la strada e soprattutto senza pisciarci sopra, che era il nostro modo abituale di iniziare le gite alla cava, la nostra inaugurazione quotidiana del viaggio. Stava profanando il nostro spazio e il nostro tempo, e visto che c'era una ragazza nessuno ebbe il coraggio di tirare fuori l'arnesino da poco coperto di peli e liberarsi. Era tutto strano, più strano ancora di quando Gimmi non era con noi. Ci incamminammo in fila indiana dietro il culetto preadolescenziale di Michela, dietro la sua schiena sottile e i capelli bruni che rimbalzavano sulle scapole al ritmo della pedalata. Anche quello era strano. Gimmi si mise subito dietro di lei e noi altri tre chiudevamo il corteo cercando di tenerci in contatto, di far finta di niente, di rimettere in moto la macchina magica dello stare insieme che proprio quel giorno non ne voleva sapere di partire. Ci lanciavamo occhiatacce torve e senza parlare si capiva che quella stronzetta la odiavamo, sopratutto perché era pure carina. Ma era una tipa tosta e nonostante non andasse in bici dai tempi delle elementari arrivò alla miniera fresca come una rosa; lo sforzo anzi le aveva infiammato le guance e imperlato la fronte e le cosce abbronzate di sudore, rendendola ancora più viva, più simile a una mela quasi matura sul punto di essere raccolta. Gettò la bici in terra e il cestino bianco che era appeso al manubrio si staccò e si ruppe, ma lei non ci fece caso correndo verso l'ingresso della cava inseguita da Gimmi che ormai non ci degnava più di uno sguardo.  (...)Quando Michela ebbe capito che ci aveva abbastanza in pugno decise di spingersi oltre. Sapeva che nella miniera non eravamo mai entrati e moriva dalla voglia di vedere come fosse fatta, ma soprattutto di vedere le nostre facce terrorizzate dall'essere introdotti nella bocca dell'Ade, nel labirinto del minotauro. Dove morivano i Carusi.

La notte dei bambini cometa

La notte dei bambini cometa di Pierpaolo Vettori

In principio Dio creò il Big Bang che è tipo una bomba atomica che può distruggere anche Tokyo. Poi però vide che non andava bene per via delle radiazioni e allora creò vari dinosauri e i pianeti. Creò anche la terra con degli animali scarsi che non avevano l’evoluzione e il collo non gli si allungava. Non potendo raggiungere le foglie degli alberi morivano tutti e Dio doveva crearne sempre di nuovi.

Alla fine decise di rifare tutto da capo. Mandò un diluvio universale che annegò tutti i dinosauri a parte i mammuth che si congelarono in Siberia. Poi creò Adamo ed Eva per fare gli uomini. All’inizio erano solo homo sapiens. Meno male che Noè aveva salvato tutti gli animali, così si poté creare il Mondo. Durante il diluvio, questo Noè aveva costruito una barca che lui chiamava Arca, senza la b, e ci aveva fatto salire due animali per tipo. Non tutti riuscirono a infilarsi nella barca di Noè e così si estinsero come la tigre dai denti a sciabola.

Poi la storia andò avanti ma l’uomo, che non voleva obbedire ai comandi di Dio, si ribellava di continuo. Dio allora creò l’inferno e le malattie come quella che ha ucciso Miki.

La storia comprende i primitivi, gli antichi romani, i medievali e altri tipo i cowboys e gli indiani. Alla fine, tutti questi uomini dei secoli dei secoli fecero il signor Bruno e la signora Laura Vivaldi che sono il papà e la mamma del bambino di cui vi devo parlare.

Il bambino si chiama Zeno Vivaldi e il suo papà fa il fabbro. La mamma invece lavora dove fanno le televisioni Magnadyne. Dico queste cose perché siate sicuri che le cose che vi racconterò sono successe davvero. Le dico anche perché la gente crede che i bambini non sappiano niente, invece Zeno sapeva tante cose e me le ha insegnate tutte.

Io sono il suo migliore amico.

Io, purtroppo, non esisto.

Ultimo nell'alfabeto

Ultimo nell'alfabeto (racconti) di Damiano Zerneri

...Quando zeta e suo padre entrarono, ebbero a trovarsi di fronte ad un laboratorio ordinato. Il banco da lavoro, le sgorbie, i succhielli, gli scalpelli, i  pialletti, le punte (qualsiasi punta), i martelli eccetera, tutti accuratamente alloggiati.

E poi la sega a nastro, la levigatrice, il trapano a colonna. In quello stanzone si lavorava il legno. Sopra uno scrittoio filze simmetriche di fogli, gran parte dei quali riportanti accurati esplosi di ghiere e leveraggi, infilzati con le puntine al muro proprio sopra, presso un pannello di sughero.

Sul piano da lavoro un mucchietto di estrusioni, ma raccolte a cumulo come di chi ha passato la mano aperta a conca e ha spinto/radunato tutto in un punto preciso. Un uomo anziano, oltre la sessantina, col camice da lavoro impeccabile e gli occhiali appesi al collo con un cordino, stava seduto presso un fornello vegliando intento a una pentola nella quale cuoceva qualcosa di biancastro. Il papà salutò il maestro Piatti. Questi si alzò, infilò gli occhiali e disse buongiorno. Mentre lo diceva, con la coda dell'occhio impercettibilmente seguiva la cottura sul fuoco.

Sto facendo andare la colla. Deve andare lenta lenta eh' disse. 'Eccoci. Qua in questa stanza si fanno i modelli' disse a sua volta il papà facendo la presentazione.

Zeta tacque.

'Lo sai cos'è un modello?' gli chiese il maestro Piatti prima di qualsiasi altra cosa. Agli occhi di zeta quell'uomo era buffo; come tutte le persone anziane gli appariva di forma tonda, tranne la voce, che in quel momento era dura, oltre che laconica. Ma il maestro Piatti non aveva nulla di tondo, nella realtà.

Se zeta non fosse stato in quel momento un ragazzino spaesato - e quindi momentaneamente ammainata la consueta facoltà di osservazione - si sarebbe subito reso conto che si trovava nel luogo deputato di quell'anziano dall'apparenza così linda/precisa, nel suo regno fatto di legno.

Lì tutto funzionava al regime di rotazione di un motore passo passo. Comunque zeta disse che no, non lo sapeva cos'erano i modelli. 'Ossignur, non lo sa!' replicò con stupore il maestro Piatti battendo le mani ad una platea immaginaria.

Ma il papà fu pronto. 'Certo, adesso non lo sa, ma impara in fretta. E' qui apposta, non è vero?'.

E ancora con questa mano sulla spalla, anzi, ora con la mano sul collo. Ma che voleva? Ma che era tutta questa benevolenza? si chiedeva zeta.

'Ad ogni buon conto' disse il maestro Piatti rientrando, non senza fatica, dallo stupore precedente 'qua lavoriamo per la meccanica: facciamo modelli in legno di parti appunto meccaniche, di pressofusioni, di componenti di motori. Li facciamo col legno. La vedi quella pentola? Ci sto facendo scaldare la colla che serve per incollare certe parti. Altre invece le ricaviamo dal pieno. Qua la colla la faccio io; solo io...'.

Il papà intervenne. Disse che aveva da fare e che ormai la cosa era intesa, che non voleva togliere altro tempo al maestro Piatti al suo lavoro, che con zeta ci si vedeva quella sera a casa. Andò via. ‘Alura sümiòt, quanti anni hai?’ chiese il maestro Piatti una volta rimasti soli.

‘Quindici’ rispose zeta. La risposta pare soddisfare i criteri d’ingresso e la messa a fuoco del soggetto. ‘A quindici anni ero già a bottega da tre’ disse il maestro Piatti guardando un punto fuori dalla finestra. Dentro entrava un bel sole di stagione che cavava bene i toni caldi del legno del pavimento, dei banchi e delle lavorazioni. ‘El mè papà mi aveva messo a imparare il mestiere del magnano’ continuò ‘Poi, quando avevo i tuoi anni, con uno del mio paese siamo venuti in città. Andavamo a riparare i tetti cui ciòd e cunt’el màrtel. Da mattina a sera; stavamo fuori anche quando pioveva. Hai capito... anche quando pioveva, bei stüpid, no?’. Zeta ritenne opportuno non rispondere nulla. Del resto, che cos’avrebbe dovuto dire? Era attratto piuttosto dagli attrezzi; avrebbe voluto che il maestro Piatti subito glieli descrivesse. Avrebbe voluto chiedere.

Il sentore della colla, che sembrava di broda di verdura, ma dolciastra, con un fondo gommoso/limaccioso d’erba, ristagnava per la stanza. Il maestro Piatti aprì la finestra e andò a vigilare la cottura. In quel mentre si spalancò la porta ed entrò un uomo. Aveva i capelli cortissimi, gli occhi gialli, il naso rotto. Alto e dinoccolato nella tuta da lavoro, era ricoperto di polline e minuscole infiorescenze gialle. Venne subito apostrofato. ‘Se te fà, sacrament?! Guarda com’è conciato’.

L’uomo parlò, rivelando denti guasti e voce da dentro il secchio. ‘Ho dormito un pù sota a l’àlber’. Il maestro Piatti finse di trasecolare. Si mise a cantare beffardo. ‘E’ primaveraaaa’.

Poi si fece serio. ‘Va giò a lavass, va’. L’uomo uscì e prese di corsa per i gradini. Il maestro scosse la testa e spense il fornello a spirito da sotto la pentola della colla. ‘Chi è quel signore?’ chiese timidamente zeta.

‘Signore, ah! Se ch’el lì l’è un sìgnur mi sunt’el papa de Roma’ rispose il maestro Piatti.

Ci fu silenzio. La pentola della colla venne poggiata accuratamente su una piastra rialzata di ferro. ‘Quello lì è il Lallo: lavora qui come me e te, ma l’è pegg de mi e ti trà insema’ riprese, ma già un poco ridendo, come preda di un’indulgenza che si prendeva via la disapprovazione per codesta disdicevole condotta. ‘Ma adesso vieni un po' qua a aiutarmi con questa colla’...