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MEMORIE MANCATE Mariapia Veladiano
Una donna brutta non ha a disposizione nessun punto di vista superiore da cui poter raccontare la propria storia. Nessuna razionalità intatta con cui analizzarla. Non c’è prospettiva d’insieme. Non c’è oggettività. La si racconta dall’angolo in cui la vita ci ha strette, attraverso la fessura che la paura e la vergogna ci lasciano aperta giusto per respirare, giusto per non morire. Una donna brutta non sa dire i propri desideri. Conosce solo quelli che può permettersi. Sinceramente non sa se un vestito rosso carminio, attillato, con il decollété bordato di velluto, le piacerebbe più di quello blu, elegante e del tutto anonimo che usa di solito quando va a teatro e sceglie sempre l’ultima fila e arriva all’ultimo minuto, appena prima che le luci si spengano, e sempre d’inverno perché il cappello e la sciarpa la nascondono meglio. Non sa nemmeno se le piacerebbe mangiare al ristorante o andare allo stadio o fare il cammino di Santiago di Compostella o nuotare in piscina o al mare. Il possibile di una donna brutta è così ristretto da strizzare il desiderio. Perché non si tratta solo di tenere conto della stagione, del tempo, del denaro come per tutti, si tratta di esistere sempre in punta di piedi, sul ciglio estremo del mondo. Io sono brutta. Proprio brutta. Non sono storpia, per cui non faccio nemmeno pietà. Ho tutti i pezzi al loro posto, però appena più in là, o più corti, o più lunghi, o più grandi di quello che ci si aspetta. Non ha senso l’elenco: non rende. Qualche volta, quando voglio farmi male, mi metto davanti allo specchio e passo in rassegna qualcuno di questi pezzi: i capelli neri ispidi come certe bambole di una volta, l’alluce camuso che con l’età si è piegato a virgola, la bocca sottile che pende a sinistra in un ghigno triste ogni volta che tento un sorriso. E poi sento gli odori. Tutti gli odori, come gli animali. Io sono nata così. Bello come un bambino, si dice. E invece no. Sono un’offesa alla specie e soprattutto al mio genere: “Fosse almeno un uomo” sussurra un giorno mia madre a non si sa chi sorprendendomi alle spalle. Lei parlava non più di due o tre volte alla settimana, senza preavviso e mai a qualcuno in particolare. Certo non parlava a mio padre. Lui invece le parlava, o almeno ci provava. Le raccontava del suo lavoro, di me, della vita cittadina, le portava i saluti degli amici, finché ci sono stati. Mia madre si è messa a lutto quando sono nata, la sua femminilità si è seccata crudele e veloce come il ricino di Giona, tutto in un momento. Dopo che è tornata dall’ospedale non è più uscita di casa, mai più. All’inizio ha ricevuto molte visite, un po’ di amicizia, altre di cortesia, moltiplicate dalla curiosità pettegola e scaramantica delle conoscenti: Dio quant’è brutta, tocca a te e non a me. Lei rimaneva seduta sulla poltrona bianca del salone, vestita di scuro. Nessuno sa dire come si fosse procurata quelle gonne e quelle maglie nere, lei che vestiva di verde e azzurro da quando era bambina. Io stavo nella culla della mia stanza e gli ospiti dovevano chiudere la porta quando entravano per vedermi. Si riparava dai commenti: Poveretta! Che disgrazia! Del resto c’è la tara! Sì ma era un’altra cosa! Eh! Chissà se lei gliel’ha raccontata giusta a lui! Lei viene dalla campagna! Contadini erano e là c’è sempre modo di far sparire una cosa così. Il sangue non perdona! Sarà normale di testa almeno? E pensare che loro sono così belli! Mio padre è bellissimo: è alto, scuro di capelli e di carnagione, con due occhi neri così intensi che si deve regalargli l’anima. Di mia madre non so. Dicono che fosse bellissima prima. Io la guardavo solo qualche volta di nascosto e solo quando ero sicura che non mi vedesse. Avevo paura della sua espressione di sconfitta. Anche lei non mi guardava e il cielo sa quanto avevo insieme paura e desiderio che lo facesse e non solo per controllare se intanto qualcosa era cambiato, se le preghiere disperate che all’inizio rivolgeva a un Dio sempre più lontano avevano prodotto il miracolo. In realtà non credeva davvero al miracolo, perché c’era la tara nella sua famiglia. Adesso so che è una tara piccola. Minuscola. Che lascia intatta la mente, il viso, la bellezza, la vita. Ma se ne sussurrava come di una tragedia. Ogni tanto nasceva un disgraziato, così si diceva. A caso, dove capita capita come la grazia di Dio, come un sasso scappato di mano a un giocoliere nell’alto dei cieli amen. “Non si può sfuggire alla tara”, dice un giorno a pranzo, rivolta al suo piattino candido da dessert. Il cucchiaino che tiene in mano sbatte violentemente sul tavolo facendo tremare di brividi osceni la gelatina di fragole il cui odore mi colpisce improvvisamente, disgustoso. Anche se lei ci aveva provato a sfuggirle, sposando un uomo bello, giovane, sano e di famiglia sana fino alle generazioni di cui si conservava memoria e storia. Nessun bambino dalle molte dita nascosto nelle stalle per tutta l’esistenza, affidato a servi fedeli e infine misteriosamente morto fra il sollievo di tutti. Si parlava di sei sette dita per ogni mano, e anche di più nei piedi. Bambini incrociati con gli animali, con i ragni che camminano di notte a tradimento e te li trovi accanto silenziosi, pronti a violare le tue paure. Così ero nata io. A tradimento, dopo una gravidanza perfetta, senza nausea, senza peso. Leggera mia madre mi aveva portato come un gioco che lei sapeva custodire. Si muoveva danzando nei suoi vestiti azzurri e turchesi, come i suoi occhi di mare, diceva mio padre. “Come sono le dita?”, chiede dopo un parto perfetto durante il quale ha respirato profondamente e spinto, respirato e spinto, respirato e spinto, mano nella mano di mio padre. “Le dita? Oh, quelle... perfette”, risponde l’ostetrica sgomenta che di fronte a tanto disastro ci si preoccupi delle dita. “Femmina?” “Femmina” “La voglio vedere” dice mia madre che si sente appena aggrappata all’orlo incerto della felicità e ha ancora paura di cadere. L’ostetrica non sa cosa fare: tiene in mano quel candidato maldestro alla specie umana che le ha rattrappito i pensieri: “Non piange”, dice in fretta. “La porto in pediatria”. |

vincitore XXIII

