Diari

Di quassù, a gambe penzoloni di Valerio Callieri

martedì, 16 giugno 2015

Adesso è il momento buono per arrampicarsi sull’albero, entrare dalla finestra e rubarla.

La speranza di un’improvvisa scarica elettromagnetica in grado di cancellarla, si è rivelata infondata.

È dal giorno successivo alla premiazione che sono appostato sotto l’appartamento del cameraman della cerimonia.

La scheda di registrazione della telecamera è intatta. Per ora.

La storia inizia un mese fa sulla spiaggia di Pescara.

Sono solo e osservo il mare alla luce affilata del tramonto, una di quelle immagini che hanno il pregio di essere vere e il difetto di non poter essere raccontate in un’opera di finzione perché banalmente poetiche e malinconiche (in un certo senso questa è anche una dichiarazione di verità). Una telefonata mi avverte che sono un finalista del Premio Italo Calvino. Quello che vorrei urlare fa più o meno così: aaahhhhmachestateaddi’, accompagnato da cori da stadio e grugniti non praticabili in chiesa. Quello che invece assumo è il cipiglio blasé di un impiegato scandinavo: va bene, tutto ciò è molto bello (non mi ricordo se durante la telefonata ho anche simulato il classico rumore (?) di chiusura della valigetta da impiegato scandinavo, ma tant’è). Trattengo. Passeggio in silenzio sulla sabbia. La voce di un gruppo di adolescenti, la strada del vento, il passo incerto di un cane sul bagnasciuga, il colore verdognolo del mare, sono cambiati. Cambiati per sempre. Sento che vorrei dirlo a chi non c’è più. Sento le lacrime bussare nel petto. Strisciare su come serpenti. Poi va a finire come va a finire in questi casi cioè, dopo aver immaginato eventuali osservatori sollazzarsi e puntare il dito contro quel buffo ragazzo che piange in maniera ridondante e si avvoltola in terra e bramisce mentre sotto i suoi occhi si forma una pastella di lacrime e sabbia decisamente ributtante, disinnesco, reprimo, trattengo.

Dopo, per fortuna, c’è Letizia che è un mondo dove gli sguardi non graffiano mai e i battiti del cuore trovano casa. Torneremo insieme a Torino dopo averci vissuto per cinque anni. Ma se, per caso, eventualmente, hai visto mai, impazziscono e premiano me? Non ci pensare, non ci pensare, non ci pensare, risponde lei. Trattengo per settimane fino a quando la giuria chiama me e Cristian Mannu, il suo improvviso sorriso dolce e incredulo e timido non lo dimenticherò facilmente, in qualità di vincitori. Purtroppo c’è una telecamera. Paolo Giordano articola un ragionamento puntuale e acuminato sul romanzo e mi rivolge una domanda. Io vorrei rispondere citando Céline, Wallace, Heiner Müller (o almeno il gol di Iturbe) e mostrare calma e sapienza. Invece non trattengo più. Mi produco in mugugni dadaisti, un’insalata di sillabe che fa il paio con una gestualità molto simile a quella degli steward prima del decollo. Fortunatamente la diretta streaming organizzata per la cerimonia è saltata al punto giusto. Però c’è l’imbarazzante e completa registrazione su scheda. Il mio obiettivo diventa calpestare la libertà d’espressione e di riproduzione della serata.

Adesso il cameraman è finalmente fuori dal suo appartamento.

Mi arrampico sui rami fino all’altezza della finestra.

Sto per saltare dentro ma qualcosa mi blocca.

Mi accorgo che l’albero è un’elce.

Improvvisamente larici, olmi e platani cominciano a innervare la città.

Siedo a gambe penzoloni su un grosso ramo.

Ogni cosa vista di quassù è diversa.

Lontano lontano, su un altro albero, mi sembra di scorgere un ragazzino con un codino incipriato e una marsina verde che si muove rapido di ramo in ramo.

Capisco che non scenderò più.