Diari

Da un’Antares usata ad un’alba torinese di Di Schuler

martedì, 16 giugno 2015

Ho messo su la cassetta. La Quinta di Mahler. L’ho comprata apposta; lui la ascolta sempre. Ho una lattina di Bavaria aperta. Ne ho bevuto un sorso. Il resto mi serve per scrivere, come la sigaretta che m’infilo tra le labbra. Lui, Charles Bukowski, scrive proprio così. Birra, sigaretta e Quinta di Mahler. Portacenere a sinistra, lattina a destra. In mezzo c’è lei. L’ho comprata questo pomeriggio, usata. Un’Antares. (Cosa è? Una macchina da scrivere, no? Ah, mai vista una. Voi giovani … ) Il foglio di carta, l’ho già infilato. Tutto è a posto. Ho anche acceso la lampada da tavolo, per l’atmosfera. Se solo nell’orto vecchio non crescesse un gran cespuglio di rosmarino. Il suo aroma arriva fin qui, tra le mura di questa cascina lombarda vecchia quanto l’orto. E’ quello che mi blocca. Me lo dico mezz’ora dopo, quando il primo lato della cassetta finisce, la birra è diventata calda e la pagina è ancora lì, bianca. Non si può sognare EL EI o una delle sante californiane (Santa Barbara, Santa Monica …) in una stanza che odora come se Mamma stesse facendo il ragù.

Devo aver scritto qualcosa del genere e in quello stile, l’unico che allora mi potessi permettere, su quella pagina che, verso mezzanotte, sudando l’anima e altro, riuscii a riempire per un quarto. A ricordarmela, è ancora del rosmarino: quello nei vasi che ornano il balcone della mia camera d’albergo. Sono lì, nel silenzio che precede l’alba, anche nel centro di una città come Torino, per fumare un’ennesima ultima sigaretta. Non riesco a dormire. Ho letto quasi metà del Meridiano di Longhi, aspettando che le palpebre mi si facessero di piombo, prima di spegnere la luce, ma neppure questo stratagemma, che pure uso spesso per tenere a bada i miei fantasmi, è servito. Nel buio mi sono subito sfilate davanti le immagini della giornata. I volti sorridenti degli amici che mi avevano accompagnato. Un altro sorriso; quello pulito di Cristian Mannu. “Sembri così a tuo agio”, mi ha detto, “così sicuro di te”. Non ricordo come gli ho risposto. Spero: “Me la sto facendo sotto; sono solo bravo a nasconderlo”. Sarebbe stata la pura verità. Altre parole: quelle che, durante la premiazione, Francesco Permunian ha speso per la mia opera. “Eri così felice, mentre lo ascoltavi”, mi ha detto poi Loretta, con quei suoi occhi scintillanti d’eterna ragazza. Ed ero felice davvero. Per la menzione, com’è naturale. Soprattutto per avere trovato un lettore così attento nel cogliere ogni sfumatura del mio scritto e così sensibile da intuire quanto mi sia costato: gli anni in fabbrica, certo, ma anche quelli in giro per il mondo, con la valigia sempre zeppa di libri, una sorda rabbia tenuta dentro e tanta pena per i troppi che vedevo consumarsi in vite senza sogni.

E i miei sogni? Quanti ne restano? Soffio un filo di fumo verso la prima luce del giorno e penso a chi mi è stato accanto, in questi anni passati a sognare e riempire le migliaia di pagine venute dopo quelle prime righe. Penso alla mia famiglia: com’erano felici le loro voci, al telefono. Ricordo chi mi ha aiutato lungo il cammino; chi mi ha spinto a crederci, con una parola gentile o un insulto, sempre e nonostante tutto. Non sono ancora arrivato da nessuna parte, mi dico, ma sarebbe stato bello averli lì. “Tutti”, mi lascio scappare ad alta voce. Anche quelli che non ci sono più.