Diari

ALLORA di Francesco Maino

martedì, 19 novembre 2013

Allora.

Una domenica pomeriggio di aprile vado a farmi una birretta al parco fluviale sul Piave, a duecento metri da dove abito io, in un cinquantanove metri quadrati “calpestabili”, tra le Via Battisti e Crispi, nel cuore della paesopoli di quarantaquattro mila (44.000) abitatori battezzati.

Attualmente, in paese “insistono” una quarantina di banche, di bar, una macelleria, sette negozi sette di fumarette elettroniche, un pugno di compro-oro, e alcuni negozi che vendono stracci vari, una carto-libreria la cui vetrina espone zainetti di marca e il cartonato altezza-uomo della pubblicità del prossimo libro di Dan Brown.

Allora son lì, sul Piave che cammino, un pomeriggio, di sabato, dopo aver letto il libro (di cui sentivo la mancanza) di Marco Franzoso dal titolo “Il bambino indaco”, quando vedo una scritta che diceva che bisognava star attenti ai cani con la rabbia, che era iniziata la nuova campagna antirabbica, e che anche in città si erano verificati “casi di rabbia”.

La rabbia è un virus che colpisce i cani e che si trasmette agli umani attraverso il morso dei cani. Porta alla paralisi dei centri nervosi e alla morte.

Io sono uno che ha preso la rabbia. Questo è certo. Qualche cane infetto mi ha morso. Adesso son malato. Morente. Il “serveo” è alla paralisi. Ho solo voglia di tagliar gole. Grazie al cielo, in “Itaglia”, nemo patitur cogitazionis poenam (n.d.r. nessuno può essere punito per un pensiero).

La rabbia mi è stata trasmessa dal morso di chi ci poteva offrire un paese degno, ma ci ha trasmesso un paese indegno. L’Oscenità del Paese si vede da come son costruite le scuole, dal materiale che si usa, si vede dalla faccia dei cancellieri del Tribunale, dalla disumanità delle carceri e bla bla bla.

La mia personale antirabbica a me non serve. Io non ho altro che la mia personale idiosincrasia per le cose che vedo, e quello che mi resta è dissotterrare l’evidenza sotto gli occhi di tutti. Dopo di che morirò (me ne vado affanculo salvando un po’ di stile) come un cane senza padrone. Come cane abbandonato sulla corsia d’emergenza della A4. In Itaglia chi dice cose per cambiare le cose viene ucciso. Ci son mille modi d’esser ucciso. A me hanno attaccata la rabbia, sono stati i maledetti cani con l’uniforme stronza da politichetti inetti, dei birri babbei dell’ufficio stranieri del commissariato di Venessia, che a lungo andare hanno fatto di me un cane parlante, anzi un cane scrivente, in Itaglia.

Scrivere non ha alcun senso, solo un coglione può aver voglia di mettersi lì a scrivere, io per esempio non so neanch’io perché scrivo (forse è una semplice disposizione fisiologica, come un diabetico con l’insulina) e non so perché proprio io sia stato vittima del morso della rabbia campagnola.

Però è successo che il mio “Cartongesso”, cioè la “vomitata” che ho fatto (come l’ha definito correttamente un amico mio che gestisce con il padre un piccolo ingrosso di pezzi di ricambio di carrozzerie), abbia vinto ‘sto Premio Calvino, e che in tanti mi abbiano dato, dopo, la pacca sulla spalla e detto bravo, sai? vai avanti così, cantagliele tu che sai fustigare il nord-est come nessuno mai! Conosco milioni di potenziali Michele Tessari, son tutti urli senza bocca, mani che prudono dopo la sesta glaciazione, tutto gas di prosecco ruttato, corde in gola, bruciatesi come il filo di rame di una lampadina da 50 watt, corde che non emettono suoni, e la rabbia, cioè la voglia di uccidere, rimane a stagnare dentro la gola, una gola anomala, in cui la carne è cresciuta a dismisura, come un disabile decerebrato, che non riesca a parlare, la bava gli cade dalla bocca, i denti son tutti storti, fessurati, si forma un filamento che tocca i ginocchi, arriva al pavimento, è una scena spaventosa.

Dopo il Premio Calvino, che ringrazio pubblicamente per il decoro e la dignità altissima dimostratami, continuo a fare l’avvocato di campagna, ancora per poco, continuo come nulla fosse, a sentire le terrificanti storie della gente che prima ha qualcosa, scandisce “prima il veneto ai veneti” oppure “copàrli tuti”, poi perde tutto, in parte per la propria demenza, in parte per causa di questo Maledetto Paese di Mestieranti. Gli rimane sempre nelle mani la voglia di uccidere, di uccidersi.

Ma quand’è che il meteorite è caduto, quand’è che si è scesi a -200 sotto zero, quand’è stato il momento preciso in cui la carie dei denti è risalita sin dentro gli occhi?