Diari

Alessandro Tuzzato

martedì, 14 luglio 2015

Quando suona il telefono e vengo a sapere di essere uno dei finalisti del premio Calvino non sto facendo niente che meriti di essere raccontato. Immerso nelle urla di un bambino che piange nel giardino dei vicini, preoccupato che questa possa essere la colonna sonora della mia nuova vita, nel bel mezzo di un trasloco, sto semplicemente spostando dei bicchieri da uno scatolone alla credenza.
E poi rispondo e Marchetti mi dice quello che tutti i partecipanti al premio vorrebbero sentire. E mi chiede dell’Inutilità dei buoni, di come sia nato, da dove arrivi, mi parla dei diversi capitoli, di cosa gli sia piaciuto, di cosa l’abbia lasciato perplesso.
E io non so cosa dire.
Ed è un peccato. Perché un romanzo che ci ha messo così tanto a trovare il coraggio per uscire dal cassetto dove stava dormendo merita almeno qualche parola e un trattamento più consono alla sua lunga gestazione. Invece no, non sono riuscito a dire niente. Ho farfugliato parole poco sensate che avranno fatto pensare a Marchetti che la persona con la quale stava parlando, quella che sembrava perfino avere dei dubbi riguardo alla fine della storia, non poteva certo esserne l’autore.
Avrei potuto parlare delle versioni precedenti quella che avevo spedito, che non mi erano piaciute e che avevo cestinato, dei dubbi che avevo avuto riguardo all’ordine di alcuni episodi che danno al racconto un sapore diverso a seconda della loro collocazione,  delle letture di blog più o meno attendibili alla ricerca della formula magica che mi assicurasse che avevo messo abbastanza dialoghi, o che le parti narrative  non stridessero con quelle descrittive, o che quello di cui stavo scrivendo avesse un senso. O che ne so.  Avrei potuto ricordare alla persona all’altro capo del telefono che già nove anni prima, quando ero all’estero, esisteva una storia che poi aveva preso una direzione diversa da quella programmata ed era diventata L’inutilità. Oppure avrei potuto parlargli degli improbabili confronti che andavo facendo tra il mio lavoro e quello degli autori che stavo leggendo. Mi chiedevo: Franzen cosa direbbe del mio romanzo? E Piperno? Ed Eugenides? Se gli capitasse una copia tra le mani, Eugenides la leggerebbe? E dei sentimenti contrastanti, certo. Del fatto che un giorno quello che scrivevo mi piaceva, e il giorno dopo mi faceva schifo.
Invece da quella conversazione capisco solo che pochi giorni dopo avrei saputo il nome degli altri finalisti e che avrei ricevuto il programma assieme all’invito per la cerimonia di premiazione di Torino.
Scrivo la data nell’agenda, che di solito non uso, solo perché ho bisogno di un segno tangibile che la telefonata che ho appena ricevuto sia davvero esistita, e per cercare di nascondere sotto lo spazio di quel promemoria il rammarico di non essere riuscito a spiegare quello che avrei voluto spiegare. Il secondo rammarico della giornata.
Perché il primo, quello vero, è che se il giorno prima avessi risposto al telefono invece di aver paura  che dietro quel numero sconosciuto ci fosse la solita offerta telefonica non avrei costretto Marchetti a una seconda telefonata e avrei saputo la bella notizia in presenza di F.
Era qui anche dieci minuti fa, anche se non sta tanto bene. Mi aiutava a trasportare scatoloni. Ma non solo per questo le sono grato. È grazie a lei che ho spedito il mio manoscritto al Calvino. È lei che ha dato l’ultima lettura al romanzo, lei che, togliendo le parti brutte, l’ha reso migliore. Allora la prima cosa che faccio dopo la telefonata è chiamarla. E sono felice sapendola felice per me.
Ecco, se mai leggerete L’inutilità dei buoni e se non dovesse piacervi, prendetevela con lei.