Diari

A TORINO PIOVE SEMPRE di Domenico Dara

mercoledì, 29 gennaio 2014

Non era abituato a ricevere telefonate. Lo squillo si diffuse nelle stanze vuote come un urlo. Afferrò la cornetta esitando. Pronto? Tale Mario Marchetti gli annunciava che era tra i finalisti del premio Calvino. Io? Sicuro? Il signor Marchetti aveva una voce senza età, poteva avere 30 o 100 anni, e questo lo confondeva di più. Non capiva cosa dicesse, nella testa gli scorrevano solo quelle parole, finalista del premio Calvino, finalista del premio Calvino come sottotitoli d’un film muto. Non lo dica a nessuno, concluse la voce senza tempo, più in là verrà contattato dalla nostra segreteria. Forse non si erano nemmeno salutati. Sorrise, si guardò intorno: non è un sogno. Sorrise anche qualche settimana dopo, quando, seduto alla scrivania, la segreteria gli telefonò per i particolari. La voce gioiosa di Gaia Salvadori era quella d’una ragazzina all’ultimo giorno di scuola: una camera doppia lo aspettava il 19 aprile all’hotel Alpi Resort. Finita la telefonata, il postino aprì il suo breve trattato e trascrisse la coincidenza numero 632:

Gaia mi telefona proprio quando trascrivo
sul quaderno un aforisma da La Gaia scienza di Nietzsche:
Da quando fui stanco di cercare / imparai a trovare.

Era felice, che finalmente era uno scrittore. Non ricordava nemmeno di averlo spedito, quel manoscritto. Di messaggi al mondo ne scriveva ogni giorno, e forse quel libro era un messaggio più lungo, che il suo destinatario se l’era scelto proprio bene, che non immaginava ci fossero lettrici e lettori che potessero restare affascinati dalle sue combinazioni di parole. Tutto alla fine si ordinava: gli uomini, le azioni, i pensieri, ogni cosa compie centinaia e centinaia di giri, si muove, si allontana, sparisce, ma poi, alla fine, si colloca nel suo giusto posto.
Andò a Don Venanziu per farsi fare un vestito su misura. Grigio, si, grigio, che a Torino piove sempre. E invece c’era il sole, un sole primaverile che faceva perfino sudare.
Arrivò all’hotel con il suo atteggiamento dimesso, anche se quel giorno si sentiva importante, e doveva farci l’abitudine, che quando sarebbe stato uno scrittore famoso di alberghi ne avrebbe girati tanti. Fece una doccia e indossò il vestito. Nella hall c’erano gli altri finalisti: scambiarono qualche parola, poi giunse Gaia, vestita di nero, e quando la sentì parlare finalmente capì come parlano le donne nei romanzi di Pavese. Andarono tutti insieme al Circolo dei Lettori: la Sala era bella e luccicante come nel Gattopardo di Visconti. Il postino andò a sedersi in seconda fila, su una sedia riservata, aprì la cartelletta e lesse le schede di valutazione, prima quelle degli altri libri, per ultima la sua. Ne fu lusingato: alzò la testa e si guardò intorno per indovinare chi, tra i tanti, erano i lettori che avevano portato lì il suo manoscritto. Una lettrice che avrebbe letto un suo brano gli si avvicinò per chiedergli la corretta pronuncia di un nome dialettale. Poi la serata cominciò, e quando fu il suo turno di alzarsi e parlare si preoccupò di nascondere l’emozione e di non mangiarsi le vocali. Quando proclamarono il vincitore ci restò un po’ male, ma poi si guardò intorno, pensò a dove era arrivato, e questo gli bastava. Si infilò insieme agli altri nel buffet e stranamente parlò con molte persone, e non gli sembrava vero che chiedessero di lui, del suo libro. Poi, quando tutto finì, tornò in hotel. Era stanco e andò a letto, e nell’immaginazione che precede il sogno pensò che sua madre sarebbe stata contenta di avere un figlio scrittore. Il giorno dopo si svegliò, riposato e felice. Tutto era cominciato con una telefonata. Si guardò intorno e per un attimo sentì fermarsi il respirò: era a casa sua, e là un telefono non c’era, non c’era mai stato.